“Little Boy 2.0”: sul filo del rasoio tra India e Pakistan

India

*articolo a cura di Annaclara Mezzopera, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Nel 1947, a seguito di una sanguinosa guerra, il Pakistan si sottrae all’India proclamandosi indipendente e, da quell’anno, gli animi dei due Stati non si sono più placati.
In particolare, nel 1971, dopo una lunga serie di conflitti, il Pakistan perde anche un altro territorio, l’attuale Bangladesh e contestualmente rivendica il Kashmir, un’area al confine con l’India, tagliata dalla cosiddetta “Linea di Controllo”.

Entrambi gli Stati alla fine degli anni  ’90 si sono dotati di testate nucleari, andando ad incrementare, anno dopo anno, i propri armamenti militari. L’India ha dichiarato al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo tramite il suo ambasciatore in Russia, di voler avviare la costruzione di 11 nuovi reattori nucleari, grazie al prezioso aiuto economico del Cremlino. Il Pakistan, invece, che nel 2014 ha costruito un nuovo impianto nucleare a Karachi, il quarto più grande del Paese, sta già progettando di crearne altri 6 entro il 2050. I nuovi impianti sono per la maggior parte finanzianti dalla Cina, che sta investendo per ogni progetto circa 6,5 miliardi di dollari.

India e Pakistan

Fonte: Stratfor

Se da un lato il governo di Islamabad ha sottolineato l’importanza di questi impianti per scopi civili (come nel caso dell’emergenza energetica che comporta continui blackout in tutto il Paese), dall’altro sembra chiaro il possibile utilizzo di questa tecnologia nucleare per scopi offensivi verso l’India. L’incubo è quello di una nuova guerra fredda, ma con protagonisti diversi.

La preoccupazione internazionale verso la nuova centrale di Karachi non è solo legata alla vicinanza con la seconda città più popolosa del mondo (24 milioni di abitanti), ma anche alla scarsa dotazione tecnologica del Paese  in materia di sicurezza nucleare.

India e Pakistan

I due rivali, infatti, hanno deciso di non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare di cui fanno parte U.S.A, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, dove le prime tre sono rispettivamente alleate economiche di Pakistan e India. In quest’ottica, non è facile per le potenze orientali dotarsi di validi strumenti per la sicurezza, atti a scongiurare incidenti nucleari.

Se l’India nel 2006 firmava con Washington  l’accordo di cooperazione sul nucleare civile, che ha consentito al governo di acquistare reattori e combustibile nucleare e di usare “know how” americano in fatto di tecnologie avanzate, la Cina continua a finanziare il governo di Islamabad senza riflettere in maniera attenta sulle potenziali conseguenze, specie in un paese politicamente instabile come il Pakistan e potenzialmente pericoloso anche per il governo di Pechino data la vicinanza geografica.

Secondo due specialisti americani fra qualche anno il Pakistan diventerà la terza potenza nucleare al mondo, dopo Stati Uniti e Russia, nonostante i pareri contrari degli analisti pakistani che, a fatica, controbattono le dichiarazioni delle potenze occidentali.

Ciò che rende la situazione più tesa è la poca attenzione degli stessi partner economici e politici delle due potenze nucleari, che, affannosamente, gestiscono il fragile equilibrio tra Pakistan e India.

Si va quindi a configurare il cosiddetto Pink Flamingo: eventi prevedibili, ma ignorati dai più, che comportano risultati potenzialmente disastrosi.

Basti pensare che il Pakistan nel 2015 aveva all’attivo 120 testate nucleari e prevede di costruirne 200 per il 2020, rendendo sempre più vicina la minaccia di una guerra combattuta con potenziali armi di distruzione di massa, dove l’India risulta essere in minoranza numerica: “solo” 100 ordigni sparsi per il Paese.

D’altro canto, il governo di Nuova Delhi ha adottato una dottrina militare contenitiva nei confronti del rivale, Cold Start, che prevede, di fatto, tattiche lungo il confine con il Pakistan. Tale politica militare nasce come risposta alle continue dichiarazioni pakistane di avvalersi di armi nucleari via via più grandi e numerose, come, per esempio, le armi a corto raggio che, se lanciate, innescherebbero un effetto domino:  un’esplosione a catena di altre testate nucleari al confine con l’India, distruggendo villaggi e città.

È quindi un pericoloso circolo vizioso quello che sta prendendo piede tra i due Stati, dove la corsa agli armamenti si infittisce in maniera sempre più agitata.

Il disastro a Mumbai nel 2008 che vide un gruppo di terroristi pakistani attaccare i principali luoghi di ritrovo della Capitale finanziaria indiana, come la stazione, gli hotel, bar e l’ospedale di Cama, fu mediato dagli Stati Uniti che chiesero all’India di non rispondere al fuoco. Ma ora, data l’escalation del conflitto e del riarmo nucleare, non sarà così facile chiedere all’uno o all’altro di non contrattaccare, in particolare, dopo che l’India si sta dotando anche di sottomarini nucleari e il Pakistan, in risposta, sta chiedendo aiuto a Pechino.

Quella che si configura è una situazione di estremo pericolo, non solo per la sicurezza regionale, ma anche per i  paesi limitrofi, che si troverebbero impossibilitati ad arginare un potenziale disastro nucleare. Una possibile soluzione da parte dei partner economici di Pakistan e India, dove il primo risulta molto più instabile, considerata anche l’ascesa dei gruppi militari-religiosi pakistani, sarebbe quella di contenere la frenesia della corsa agli armamenti nucleari e di investire in maniera più concreta in tecnologie di sicurezza nucleare e prevenzione.

 

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