Occhi puntati sulle economie emergenti

economie emergenti

*articolo a cura di Lorenzo Mazzone, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Per comprendere il ruolo e il peso delle economie emergenti nel complesso sistema dei mercati e delle relazioni internazionali è necessario innanzitutto rievocare l’origine e la definizione del termine, coniato per la prima volta alla fine del secolo scorso da alcuni economisti della World Bank: indice di sviluppo superiore agli Stati occidentali, ma un reddito pro capite ancora basso per poter essere paragonato alle economie più consolidate per un numero di abitanti inurbati che complessivamente rappresentano l’80% della popolazione globale. Sono quindi Paesi che producono ingenti sforzi in termini economici e insieme ricevono spinte e contraccolpi per gli aspetti legati alla espansione demografica e alle dinamiche sociali correlate. Messico, Venezuela, Perù per citarne alcuni dell’America Centrale e Latina; Thailandia, Malesia, Filippine, India, Corea del Sud, Vietnam e Singapore nel continente asiatico. Inoltre Brasile, Russia, India, Cina (BRIC, poi con il Sudafrica BRICS) sono le economie emergenti che hanno registrato da tempo il tasso di crescita più elevato, favorite sia dal continuo aumento della popolazione che dalla presenza sul loro territorio di materie prime, che vengono esportate nel mercato internazionale.

L’importanza di poter esportare materie prime come gas e petrolio, oltre all’ingente forza lavoro presente all’interno di queste economie, tale da garantire lo sviluppo di numerose attività manifatturiere, ha reso possibile per questi Paesi, già a partire dalla fine del secolo scorso, il raggiungimento di un’imponente crescita economica. Tali risultati sono stati raggiunti e resi possibili grazie soprattutto agli investimenti esterni concessi dagli Stati occidentali e da organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale. Anche se si tratta di Paesi in cui il tasso di crescita risulta essere superiore alla media, se paragonato a quello delle economie degli Stati occidentali, gli investimenti esterni anche se ingenti non sono considerati del tutto sicuri, in quanto a rischio di periodiche e imprevedibili forme di instabilità, da quelle sociali a quelle politiche . Basti pensare infatti al Venezuela, ricco di giacimenti di petrolio e forte presenza di capitali stranieri, dove il presidente Nicolas Maduro anche se sottoposto alla pressione della comunità internazionale, vedi i recenti colloqui di Zapatero e di altri ex-presidenti con il leader sudamericano, invece di tentare di risolvere con riforme strutturali la situazione di crisi che dilaga lungo tutto il territorio nazionale ha provveduto a neutralizzare ogni tipo di dialogo politico con le opposizioni, invocando lo stato di emergenza e aumentando così la situazione di instabilità.

 Nel sud-est asiatico non mancano casi analoghi: nelle Filippine, nonostante lo storico accordo raggiunto nel 2014 fra il governo di Manila e il Milf, Fronte Islamico di Liberazione Moro, ancora si registrano schermaglie se non conflitti fra le parti, contribuendo così a prolungare il clima di insicurezza nella popolazione civile e incertezza all’interno del sistema politico-istituzionale filippino, considerando intere zone nel meridione del Paese fuori dal controllo dell’amministrazione statale . Anche la Thailandia, nell’ ultimo decennio, è stata scossa da avvenimenti che hanno minato la stabilità del Paese sia dal punto di vista politico, prima con la destituzione nel 2008 da parte dei militari dell’ex-premier Thaksin Shinawatra e poi nel 2014 con la fine dell’esperienza politica di Yingluck Shinawatra, sorella dell’ex-primo ministro, e sia per i recenti attacchi terroristici avvenuti ad agosto del 2015 a Bangkok.

Bisogna comunque ricordare che la maggior parte dei Paesi emergenti del sud-est asiatico sono membri dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), un’organizzazione a carattere regionale fondata nel 1967. Inizialmente essa fu creata con l’obiettivo di favorire i rapporti commerciali ma che poi ha visto ampliate le proprie funzioni anche a garanzia del mantenimento della sicurezza della regione. L’intenzione originaria dei  primi Stati aderenti era quella di creare un ente che si contrapponesse all’indomabile espansione comunista cinese e di mostrare alle potenze occidentali la disponibilità di questi Paesi a istituire rapporti commerciali. Grazie anche all’appartenenza a questa organizzazione i Paesi del sud-est asiatico hanno raggiunto tassi di crescita superiori alla media: lo statuto dell’ASEAN non vincola in alcun modo gli Stati membri nelle relazioni commerciali con Paesi terzi, ma impone di non superare il limite del 5% sulla tassazione delle merci negli scambi fra Stati della stessa organizzazione.

Considerando l’apparente facilità di crescita rispetto alle economie tradizionali occidentali, i mercati auspicano il consolidarsi da parte di questi Paesi di politiche che siano incentrate su un accurato sistema di protezione dalle infiltrazioni, anche con l’implicazione di una diminuzione del loro tasso di sviluppo.

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