Parigi e Orlando: si può chiamarlo terrorismo 2.0?

Orlando

Lo stesso Presidente Barack Obama ha definito quanto accaduto ad Orlando “terrorismo di casa nostra” eppure che sia casa sua o casa nostra il paradigma del terrore non sembra avere declinazioni diverse.
I tragici fatti di Orlando, avvenuti domenica notte nel locale Pulse in pieno centro città, sembrano concordare con la versione del Presidente americano sulla matrice nazionale del terrorismo che ha mosso l’attacco, tuttavia quelle anomale sfumature di IS dovrebbero far riflettere.
La strage, una delle peggiori che la storia a stelle e strisce ricordi su suolo nazionale, conta cinquanta morti e diverse decine di feriti gravi in una furia distruttrice che è durata diverse ore.
L’analisi del target sembra simile ad almeno altre due vicende che hanno scosso l’opinione pubblica internazionale: il teatro Bataclan e la strage di San Bernardino.

Il teatro parigino dove il 13 novembre sono morte per mano di attentatori dello Stato Islamico oltre 30 persone era un luogo affollato, esempio di spensieratezza e libertà, simbolo di una cultura che non impronta se stessa solo sul disegno sociale descritto in un testo sacro.

Il Bataclan e il Pulse rappresentano due luoghi di una cultura inconcepibile per chi vede nella sharia l’unica via di redenzione dal peccato, luoghi di perdizione che come predicato da diversi Imam sia dal Medio Oriente che dalla stessa Europa meritano di essere distrutti.

La chiamata alle armi e al martirio è dunque servita, qualsiasi luogo pubblico ed affollato dove sia semplice entrare è un buon obbiettivo da colpire.

La retorica del jihad globale in questo caso si mescola pericolosamente con quella del terrorismo interno ai singoli paesi aprendo un nuovo fronte su cui lavorare: il terrorismo 3.0

San Bernardino sembra essere il primo obbiettivo di questo nuovo terrorismo, che non colpisce solo più luoghi simbolo di una lotta senza confini ma che si dedica soprattutto ai soft target, luoghi con cui gli attentatori hanno un legame particolare.

Le rivendicazioni personali dei due assalitori californiani contro il centro disabili di san bernardino prende spunto del jihad per avere la sua vendetta ed al contempo creare una sorta di giustificazione nascondendosi dietro una religione, l’Islam, che non gli appartiene.

A godere dei benefici di questi attentanti dalla duplice natura sono sia gli attentatori, che portano a termine la loro azione contro gli obbiettivi verso cui nutrono rancore e ne traggono indubbio giovamento le organizzazioni terroristiche.

Queste ultime ovviamente sono più avvantaggiate dall’uso del risentimento verso luoghi o persone, il bacino di utenza risulta pressoché sterminato, raggiungibile ovunque accessibile da chiunque.
Così la strategia del lupo solitario, l’uomo solo ed addestrato ad uccidere si evolve in un concetto di terrorista d’avanguardia che nel risolvere i suoi problemi sociali porta avanti nella realtà un disegno terroristico più ampio e letale.

L’ipotesi di un terrorismo non più puramente islamico ma che mette radici anche nelle questioni nazionali dei singoli paesi risulterà sempre più difficile da arginare e combattere.
Il lavoro di intelligence e prevenzione dell’estremismo religioso dovrà dunque lavorare su due fronti quello internazionale con i collegamenti tra il Medio Oriente e sospetti terroristi nei singoli Stati e al contempo nei singoli Stati stessi identificano quei soggetti che potrebbero essere vittima della radicalizzazione.

Sono dunque passibili di affiliazione all’IS tutti quei soggetti psicologicamente fragili, colpiti dalla crisi economica e con problemi familiari molto gravi.

Molti di questi elementi potrebbero avere legami lontani con i paesi mediorientali come nel caso dell’attentatore di Orlando – Omar Seddique Mateen, 29 anni – cittadino statunitense di Port St. Lucie ma originario dell’Afghanistan.

Oppure aver subito il contraccolpo di una immigrazione non virtuosa come nel caso dei coniugi di San Bernardino, originari della sud-est asiatico e poi misteriosamente finiti nella rete online dello Stato Islamico.

Della stessa matrice ideologica sembra essere l’anomalo attentato anch’esso legato all’orbita dell’IS con caratteristiche nazionaliste, messo in atto martedì 12 giugno a Parigi.
Larossi Abballa, autore dell’uccisione, era poco più di un ragazzino, 25 anni appena, sufficienti però per uccidere due funzionari di polizia rivendicando la sua appartenenza all’IS.

Dopo l’omicidio di Jean-Baptiste Salvaing, 42 anni, comandante di polizia, e della sua compagna Jessica Schneider, 36 anni, segretaria amministrativa del dipartimento di polizia, e prima di essere abbattuto durante il blitz delle forze speciali, Abballa ha avuto il tempo di registrare e postare un video in cui dichiarava di aver seguito le indicazioni dell’emiro Abou Bakr Al-Baghdadi.

Il terrorista già arrestato in precedenza per sospetti legami con ambienti dell’estremismo islamico ha radicalizzato la sua fede in carcere.

Forse una vendetta per il periodo di detenzione che a quanto riferisce la moglie del giovane è stato particolarmente duro, oppure un semplice accanimento verso il simbolo di un autoritarismo in cui Abballa non si riconosceva.

Quel che è certo è che in Francia, dopo questo gesto e subito dopo la strage di Orlando, l’antiterrorismo ha inasprito le misure di sicurezza (anche in funzione della presenza di numerosi importanti eventi in corso nella capitale) aspettandosi una nuova escalation di violenza contro soft target e grandi assembramenti di civili.

Quello che purtroppo non è ancora chiaro e lo sarà sempre meno con l’andare del tempo è come si intende provare ad arginare il fenomeno terroristico che ormai si è mimetizzato con uno stile di vita autoctono.

Non sono sufficienti contromisure di natura militare, in quanto l’azione degli uomini in divisa richiede pianificazione e gestione della crisi che abbiano avuto inizio in uno spazio definito e in tempistiche prevedibili.
L’attentato terroristico contro soft target ad opera di soggetti perfettamente integrati da almeno due generazioni nel sistema Paese di una grande nazione impone non solo maggiori misure di sicurezza ma una riflessione più concreta verso quelle misure non militari per l’arginamento del fenomeno.

A riprova di quanto questa retorica attrattiva dell’IS possa essere vincente non solo per lo scopo dell’organizzazione ma anche per creare un clima di terrore diffuso, basti pensare al panico che ha suscitato l’ex dipendente somalo di un Walmart ad Amarillo in Texas, prendendo in ostaggio poche persone per qualche ora.

Gran parte della popolazione si aspettava una rivendicazione dello Stato Islamico ma in realtà il folle gesto è stato semplicemente dettato da un contenzioso irrisolto tra datore di lavoro e dipendente.
Eppure quelle brevi ore di sequestro, le armi spianate e l’origine sospetta dell’attentatore sono bastati per dare l’allarme di evacuazione e per far rientrare tutti nelle proprie case.

Il panico non aspetta rivendicazioni e non si aspetta che qualcuno si dichiari affiliato a qualche gruppo terroristico per muoversi tra la popolazione influenzandone la vita quotidiana.

Un caso analogo lo si è potuto analizzare quasi un anno fa a Parigi, dove nella zona industriale un ragazzo francese aveva fatto temere una nuova strage decapitando il suo capo per poi scattare un selfie in ricordo dell’azione.

In quel caso l’IS non smentì né confermò il folle gesto, ma anche solo il pensiero di una possibile affiliazione islamica, colorò il tragico fatto di un contorno misterioso, abbastanza per alimentare la paura di una Francia già allo stremo.

Sembra che ci si trovi solo l’inizio di un lungo periodo fin troppo concitato e caotico dove non si trova una fine tra le colpe della polizia, dell’intelligence e del mondo politico.

Immigrazione; controllo delle armi e misure preventive sono solo alcuni dei temi su cui la retorica si spreca soprattutto in questi giorni quel che continua a vedersi solo come un lontano miraggio è ancora un dialogo che si possa vantare di questo nome.

2 comments

  1. Marco Filippi

    Credo che il fenomeno sia peggiore di quanto si creda ed immagini, perché aldilà dei meccanismi, ben delineati ma non completi ancora non tanto nell’articolo, ma in quanto si sta dipanando davanti a noi, richiede misure MILITARI e misure CIVILI (sociali). Una non può prescindere dall’altra perché gli effetti sul breve termine non sono contrastabili con misure militari e viceversa sul lungo periodo. Cosa ne pensate ?

  2. Gaetano Mauro Potenza

    Ritengo che attualmente sia indispensabile un comprehensive approach alla risoluzione del problema. Come dici tu misure Militari e Civili sicuramente ed una conduzione strategica univoca di tutti i soggetti che a vario titolo compongono il Paese. La condivisione di conoscenze, informazioni e sopratutto obiettivi comuni deve essere la forza per contrastare rischi asimmetrici ed in continua evoluzione.

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