Da Raqqa a Mosul piovono sconfitte per il Califfo

Raqqa

REUTERS

Lo Stato Islamico, dopo una lunga fase di affermazione territoriale in Medio Oriente e Nord Africa, sta affrontando una grande offensiva in tutti i teatri di operazione. In Libia, le truppe delle milizie di Misurata stanno convergendo sulla roccaforte jihadista di Sirte, dove i combattenti del Daesh stanno opponendo resistenza, con diversi attacchi suicidi solo negli ultimi giorni.

Tuttavia, sono gli scenari siriano e iracheno quelli che sinora hanno garantito vitalità all’organizzazione di Al Baghdadi. Per la sua natura, l’IS non può essere equiparato ai gruppi terroristici tradizionali caratterizzati da una mancanza di territorialità che gli permettono di agire in clandestinità.

Lo Stato Islamico, proprio perché pone enfasi sulla costruzione di uno Stato che per sua natura ha bisogno di un territorio su cui estendersi, subirebbe una durissima battura d’arresto dalla perdita di influenza dovuti alla perdita di città chiave come Mosul o Raqqa.

Sebbene la sua struttura ramificata gli permetta di resistere ai tradizionali metodi di eliminazione selettiva, il territorio di Siria ed Iraq permette all’organizzazione un controllo delle sue attività piuttosto importante per la strategia globale.

Ciò rende l’area mediorientale il terreno di scontro su cui si decideranno verosimilmente le sorti dell’IS e della sua leadership.

L’azione militare condotta dalle truppe di Baghdad e Damasco può essere letta attraverso tre distinti, seppure interconnessi, profili d’analisi.

Il primo è quello relativo alla necessità dei governi iracheno e siriano di ridimensionare fortemente una minaccia alla stabilità dei rispettivi paesi; il secondo, invece, è quello che fa riferimento all’impegno internazionale, anche in relazione alle prossime elezioni presidenziali negli USA; il terzo, probabilmente quello più carico di potenziali conseguenze, riguarda la lotta contro lo Stato Islamico di gruppi etnici che richiederanno verosimilmente una maggior autonomia ai governi centrali.

Per quanto concerne l’Iraq, dalla fine di maggio, l’esercito regolare sta assediando la città di Falluja, sita a circa 50 km dalla capitale, e dove sono bloccati circa 50000 civili, di cui ventimila sono bambini.

La situazione della popolazione civile è allarmante, soprattutto perché, secondo i dati forniti dall’UNICEF, questi sono usati come scudi umani dai combattenti dell’IS, mentre molti minori sono costretti a combattere tra le fila jihadiste. Se da una parte la riconquista di Falluja rappresenterebbe un duro colpo per lo Stato Islamico, che perderebbe la seconda città irachena più importante sotto il proprio controllo, dall’altra il governo di Baghdad compierebbe un primo importante passo soprattutto in previsione di una futura azione offensiva per la riconquista di Mosul. Anche in Siria, l’assedio di Aleppo da parte delle forze di Damasco ha causato un numero molto elevato di vittime civili, in questo caso, la posizione dell’ISIS è più precaria, dato che non è riuscito a ottenere grande consenso tra i siriani che gli hanno preferito altre organizzazioni di insorti anti-Assad. Se da una parte, il governo iracheno punta a sconfiggere l’IS al fine di cancellare uno dei principali elementi di divisione etno-religiosa all’interno del paese, per il governo siriano, di cui sono state chieste le dimissioni da larga parte della comunità internazionale fin dallo scoppio della guerra civile, la sconfitta dell’IS potrebbe significare una forma di legittimazione, interna e internazionale, per la propria permanenza alla guida dello Paese.

Con riferimento al caso iracheno, l’IS, che ha dovuto il proprio successo all’impreparazione dell’esercito regolare, alla debolezza del governo centrale e all’assenza della comunità internazionale dopo il ritiro degli USA nel 2011, ha ottenuto consenso anche a causa delle divisioni etno-religiose presenti in Iraq.

L’offensiva contro l’IS in Siria e Iraq passa anche attraverso il ruolo svolto dalla comunità internazionale.

In particolare, gli USA, che alla fine del 2011 avevano ritirato le proprie truppe dall’Iraq dopo quasi nove anni di conflitto, e ora sono tornati nell’area mediorientale a sostegno delle forze regolari irachene e di quelle dell’opposizione siriana data la loro inefficacia contro i combattenti jihadisti. La presenza statunitense non è massiccia come quella del 2003, limitandosi a copertura aerea e all’addestramento delle forze militari locali. A tal riguardo, l’amministrazione Obama si è sempre mostrata restia ad un più rilevante impegno militare americano tanto in Medio Oriente quanto in Nord Africa, come hanno dimostrato i casi del conflitto in Libia nel 2011 e delle difficoltà USA nel momento in cui erano state usate armi chimiche nella guerra civile siriana, la cui responsabilità, inizialmente assegnata al regime di Damasco, non è stato poi possibile individuare. A tutto questo si deve aggiungere che il 2016 rappresenta l’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Nelle scorse settimane, il candidato del partito repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, ha già attaccato il proprio omologo democratico, Hillary Clinton, sul suo sostegno alla guerra in Iraq del 2003. E’ importante sottolineare, a tal riguardo, come la stessa Clinton si sia trovata in difficoltà su questo stesso argomento durante le primarie democratiche del 2008, che videro poi vincitore l’attuale presidente Obama. Un più massiccio intervento USA in Medio Oriente, dopo che l’attuale amministrazione ha fatto del ritiro da tale contesto geopolitico una bandiera della propria politica estera, rischierebbe di equivalere ad un indebolimento del candidato democratico su un tema, quello delle relazioni estere degli USA, che storicamente ha un peso rilevante nella campagna elettorale per la presidenza. E’ quindi verosimile ritenere che l’impegno americano rimanga circoscritto agli attacchi aerei e all’addestramento delle forze locali, almeno fino all’entrata in carica del nuovo presidente.

Il successo dello Stato Islamico negli ultimi due anni ha posto in evidenza la debolezza della struttura statuale in Siria e Iraq.

Soprattutto sul piano militare i due paesi hanno dimostrato forti limiti tanto nella preparazione, quanto nella volontà stessa di combattere l’IS.

Il caso più eclatante, in questo senso, è probabilmente la caduta di Ramadi, in Iraq, in occasione del quale il Segretario USA alla Difesa, Ashton Carter, ha duramente criticato il comportamento dell’esercito iracheno.

In tale contesto, i peshmerga curdi si sono rivelati le forze locali più efficienti nella lotta contro il Califfato di Al Baghdadi.

Sebbene l’etnia curda non possa essere considerata come un blocco compatto, ma, piuttosto, come un insieme di gruppi clanici e partitici, spesso in lotta tra loro, è possibile supporre che la questione curda possa essere portata all’attenzione della comunità internazionale dopo l’eventuale sconfitta dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

A tal riguardo può essere indicativa l’affermazione del presidente curdo-iracheno, Massoud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), secondo cui sarebbe necessario indire un referendum, seppure non vincolante, atto a conoscere la volontà della popolazione locale in merito all’indipendenza del Kurdistan iracheno. Allo stesso tempo, in Siria, la regione del Rojava, nel nord del paese, ha autoproclamato la propria autonomia, subito osteggiata dalla Turchia, che ne ha sottolineato la mancanza di validità giuridica, ma a cui si sono opposti anche gli USA per l’unilateralità dell’atto. In particolare, la Turchia teme forme di autonomia del Kurdistan siriano sia per la prossimità dei confini nazionali, sia per i legami che uniscono il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), che per anni ha guidato la lotta armata contro le forze di Ankara.
La questione curda, quindi, potrebbe rappresentare un elemento di rinnovata instabilità per il Medio Oriente.

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