Russia: il prezzo del risiko siriano

Russia

*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il rapporto che lega da circa settant’anni i due Paesi è segnato da un estremo pragmatismo che non lascia spazi ad alleanze strategiche. Le relazioni diplomatiche fra la Siria e la Federazione Russa hanno avuto inizio nel 1946, quando è stato firmato un accordo per garantire il supporto sovietico per l’indipendenza della Siria dalle truppe francesi. Tra il 1955 e il 1958, la Siria ha ricevuto circa 294 milioni di dollari dall’Unione Sovietica in assistenza militare ed economica. La guerra di Suez ha enfatizzato i reciproci legami contemporaneamente all’aumento del potere e dell’influenza del partito siriano Ba’ath. Poi nel 1971, nell’ambito di un accordo con con il presidente Hafez al-Assad, all’Unione Sovietica è stato permesso di aprire la base militare navale a Tartus (che da alcuni è stata considerata l’equivalente di Guantanamo bay del Medio Oriente). Tale struttura permane tutt’ora l’unica finestra dalla quale la Federazione si affaccia sul Mediterraneo. Nel 1980 i Paesi hanno firmato un trattato ventennale di Amicizia e Cooperazione. Esso prevedeva delle regolari consultazioni su questioni di interesse bilaterale coordinamento in caso di crisi e cooperazione militare, che è rimasta in vigore fino ad oggi. Il commercio e la collaborazione tecnico militare ha preso un nuovo avvio in seguito all’annullamento del 73% del debito siriano, (circa 9,8 miliardi di dollari). I due paesi si sono ulteriormente riavvicinati dopo la guerra in Libano nel 2006.

L’ultimo intervento russo (o meglio, sovietico) in Medio Oriente risale al 1967, quando a seguito di diversi tentativi di colpi di stato e rovesciamenti dei fronti in Yemen (tra repubblicani filo-sovietici e monarchici filo-sauditi), Chruščëv decise di intervenire direttamente a supporto delle fazioni yemenite alleate. La crisi siriana ha riportato la Russia sulla scena, con la prima grande operazione militare fuori dai confini nazionali, dopo l’implosione dell’impero. L’intervento ha origine nel polverone fatto in Siria dal vento della primavera araba. Nel 2011 la crisi del Paese è stata presentata all’opinione pubblica come una rivolta del popolo siriano contro il regime autoritario di Bashar Assad. Da subito il Blocco statunitense aveva stabilito sanzioni contro il governo siriano, embargo e rottura dei rapporti diplomatici, ma quando provò a portarlo all’Onu, il veto di Russia e Cina mostrò tutta la spaccatura all’interno del Consiglio di Sicurezza. Mosca continuò quindi nonostante i divieti espliciti a fornire una grande quantità di armi ed aerei.

Grazie ad un accordo sul dislocamento del gruppo di aviazione delle Forze Armate russe sul territorio siriano siglato nel 2014 e pubblicato recentemente sul portale governativo russo, il 30 settembre del 2015, ha avuto inizio l’intervento militare a sostegno del governo di al-Assad, con il previo annuncio che avrebbe consentito alle forze americane di sgomberare i cieli di Aleppo. Putin ha motivato l’intervento all’ONU sostenendo che si trattava di operazioni aeree contro lo Stato Islamico ed ha invitato altri Paesi, USA in primis, a unirsi ai suoi sforzi. Analizzando l’entità dei primi bombardamenti russi sul territorio siriano, si può facilmente notare come nelle aree maggiormente colpite non si registri la presenza dell’ISIS. Il Cremlino successivamente ha dunque ammesso che i suoi aerei stavano colpendo anche altre fazioni di “terroristi”.

Molte analisi hanno visto dei parallelismi della guerra in Siria con quella in Afghanistan del 1979. Allora il petrolio vantava di prezzi altissimi e i proventi delle esportazioni di greggio potevano essere incanalati nel bilancio militare. Oggi la situazione economica risulta essere l’opposto: la Russia è sotto le sanzioni economiche dei Paesi occidentali, il prezzo del petrolio è basso, e la crisi fiscale infierisce sulle finanze pubbliche già danneggiate dai primi due fattori. Nonostante ciò la guerra può essere considerata “low cost”, “a tempo indeterminato” ed anche “redditizia”. Il basso costo è dovuto principalmente al fatto che Mosca sta utilizzando bombe di epoca sovietica lo stock delle quali risulta essere illimitato (la principale bomba è il Kab-500, in servizio dal 1976). Secondo l’ex ministro delle Finanze, Aleksei Kudrin, Mosca spende molto meno di quanto ha speso in Ucraina, e spende ancor meno degli americani che userebbero circa 10 milioni di dollari al giorno.

Ma nonostante tale approccio parsimonioso, il 14 marzo 2016 è stato annunciato il ritiro delle principali forze russe dal Paese. Putin ha subito chiarito che la decisione di ritirare una parte delle forze armate dalla Siria non significa un completo disimpegno militare: Mosca continuerà a mantenere posizioni in Siria grazie a una base aerea ed una navale. A fronte di ciò è stato effettuato un altro annuncio di una riduzione complessiva delle spese militari del 5 per cento nei prossimi mesi del 2016.

Tirando le somme del conflitto che ha avuto la durata di cinque mesi e mezzo, le stime pubblicate dal giornale RBK comunicano che la Russia potrebbe aver speso per l’operazione militare in Siria almeno 38 miliardi di rubli (546.000.000 dollari). Tale notizia è stata poi confermata dallo stesso Putin, nonostante si ipotizzi che la cifra possa essere sottostimata. Alla fine di ottobre 2015 il costo di un giorno dell’operazione ammontava a circa 156,3 milioni di rubli (pari a circa 2,5 milioni di dollari al tasso di cambio al momento). Con oltre 167 giorni di campagna militare, il costo di un giorno dell’operazione è stato raddoppiato durante l’intensificazione dei bombardamenti contro DAESH. Nella lista dei calcoli vengono annoverate le spese per missioni di combattimento, i salari, mantenimento quotidiano dei militari ed i costi di trasporto. Dall’inizio della campagna il gruppo delle truppe russe è cresciuta da 50 a 70 aerei. Sul campo d’aviazione di Hmeymim è stato aggiunto Su-35 ed il sistema missilistico terra-aria S-400. Tali aggiunte fanno aumentano il costo giornaliero di circa 230 milioni di rubli. In totale, durante l’operazione gli aerei russi, tra cui i bombardieri multifunzionali Su-35, Su-34 e Su-24 e Su-25, hanno effettuato 8659 voli, la distanza di circa l’80% dei quali ha avuto un raggio limitato (un volo che dura meno di 40 minuti), i restanti a medio e lungo raggio (durata di un’ora e mezza). Il volo di ciascuno dei tali viene a costare tra i 3 e i 5milioni di rubli. Circa 36 aerei da guerra e 20 elicotteri d’attacco sono stati impiegati nei cieli siriani. Il volo di ogni aereo da guerra ha un costo di 12mila dollari l’ora, mentre gli elicotteri di 3mila. Se si considera che i bombardamenti aerei necessitano di un volo di 90 minuti al giorno ed un’ora gli elicotteri. Complessivamente in 24 ore si arriva ad una spesa totale di 710mila dollari e va sommata ad altrettanti spesi in munizioni (bombe, razzi e proiettili). A questa somma vanno aggiunti i costi del personale militare (intorno ai 440mila dollari al giorno), della manutenzione delle navi nel Mediterraneo (200mila al giorno) ed infine del supporto logistico e ingegneristico legato alla raccolta di informazioni e alla comunicazione (250mila giorno). Inoltre, nel bilancio complessivo di una campagna militare è entrato anche l’articolo di spesa per risarcimento alle famiglie di tre soldati uccisi (3 milioni di dollari).

La Russia ha percorso questa volta la pista Mediorientale per una maggiore consolidazione interna in un momento in cui la forza centrifuga dell’economia sta rischiando di risvegliare l’opinione pubblica inibita sin dalle ultime elezioni presidenziali. Il costo della guerra in Siria va considerato anche come un investimento per il Cremlino. In termini non tangibili l’intervento militare va di pari passo con la coesione sociale, l’orgoglio nazionale del popolo russo ed il consenso politico nei confronti di Putin. Ma può la Federazione permettersi un tale dispendio di denaro ed energie a fronte della crisi interna che si sta manifestando in maniera sempre più viva? Nel mese di settembre, la Banca Mondiale ha messo in guardia contro un aumento preoccupante in condizioni di povertà in Russia derivante da un forte calo del reddito dei gruppi sociali più vulnerabili, tra cui i pensionati. I salari reali del paese sono ridotti del 6,9% nel giro di un anno. Le vendite sono diminuite del 5,9%. Si aspetta la crescita col segno negativo a -2,1% per tutto il 2016, il deficit federale salito al 4,2%. L’economia russa non ha ancora trovato il fondo ma continua a scivolare verso la recessione. I dati rilevati ad aprile mostrano un declino dell’economia russa del 1,9%, la diminuzione è stata osservata in tutti i campi dell’attività economica. Secondo la previsione il PIL subirà un calo del 0,8% nel 2016, se il prezzo medio del petrolio rimarrà di 45 dollari al barile, ed invece del 1,6% con un costo di 35 dollari al barile.

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