Una strategia in tre parti per contrastare Daesh in Libia

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Di Davide Covelli

In seguito alla deposizione di Gheddafi e prima ancora che Abu Bakr al-Baghdadi proclami la nascita del suo califfato in Iraq e in Siria, la leadership di Daesh individua il grande potenziale strategico di uno stato libico diviso e confuso e nel 2013 invia degli emissari per sondare la situazione nella città di Derna controllata da Ansar Al-Sharia, gruppo legato ad Al-Qaeda. Nel settembre 2015, Al-Baghdadi accetta ufficialmente il giuramento di fedeltà proveniente da Derna e decide di dividere il territorio libico in tre province, secondo una modalità già sperimentata in Siria e in Iraq[1]. Dopo una breve espansione nelle città di Sabratha, Sirte e in alcuni quartieri di Bengasi, nel giugno 2015 la roccaforte di Derna viene espugnata ad opera di milizie legate ad Al-Qaeda. Nel corso del febbraio 2016, Daesh perde anche Sabratha e i sobborghi di Bengasi. Nonostante la propaganda, allo stato attuale l’unico territorio controllato e amministrato da Daesh è l’area della città di Sirte[2].

La strategia di Daesh in Libia                             

Invertendo le priorità rispetto al salafismo jihadista tradizionale e ad Al-Qaeda che vedono nella da’wa (o proselitismo islamico) e nella jihad verso gli obbiettivi stranieri il primo passo per la creazione di una ‘umma e quindi di uno stato regolato secondo i dettami della shari’a, Daesh vuole stabilire uno stato islamico hic et nunc[3]. Questa lotta interna al salafismo jihadista non si riflette in un distacco tra Daesh e Al-Qaeda solamente in ambito dottrinale, ma anche tattico e strategico. Secondo una modalità insurrezionale che segue la dottrina del focolaio[4], la strategia di Daesh in Iraq e in Siria funziona facendo leva su divisioni etniche e religiose all’interno della popolazione. Alimentando la violenza settaria nei confronti degli sciiti e alternando hisba (o polizia religiosa) e da’wa ad operazioni militari, Daesh riesce nel tempo a conquistare sempre più territorio, una strategia utilizzata anche in Libia per la presa di Sirte[5].

Ciò nonostante, lo scenario libico è completamente diverso da quello siriano ed iracheno. Con un territorio prevalentemente desertico grande quattro volte l’Iraq e una popolazione di circa sei milioni di abitanti, la densità demografica necessaria per riuscire a portare avanti la strategia del remain and expand non sembra favorire Daesh. Inoltre, il tessuto sociale del paese è privo di minoranze sciite e la sua composizione tribale è prevalentemente nazionalista[6]. Ad evidenziare queste difficoltà strategiche e la mancanza di appetibilità per il progetto libico di Daesh sono le sue reclute: con una percentuale di combattenti autoctoni che raggiunge a malapena il trenta percento del totale e una quasi totale assenza di foreign fighters europei, la leadership libica di Daesh si è trovata a pagare reclute provenienti dall’Africa subsahariana. Non a caso, nel numero di Dabiq di settembre 2015 il leader di Daesh in Libia Al-Qahtani si è cimentato nel proporre un’hijra (o migrazione) verso la provincia libica[7].

Una strategia di contenimento dell’espansione di Daesh

Le forze che possono e vogliono contrastare l’espansione di Daesh in Libia sono molte e variegate. Daesh rappresenta una minaccia diretta alla stabilità del governo di unità nazionale presieduto da Sarraj e appoggiato dalle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, la roccaforte jihadista di Sirte può tessere legami operativi e logistici che vanno ben oltre la Libia e sconfinano nel deserto egiziano, rendendo il traffico di armi e persone verso il Sinai e Gaza un fattore destabilizzante per Al-Sisi e la milizia del generale Haftar. Infine, la presenza di Daesh sulla costa libica costituisce una minaccia indiretta, ma reale per l’Unione Europea. Con un tale numero di attori e di interessi presenti sul campo, una strategia non può prescindere da una molteplicità di strumenti atti ad affrontare il fenomeno in modo sincronico.

In primis è opportuno che la comunità internazionale continui ad appoggiare diplomaticamente ed economicamente il governo di Serraj, fornendo ad esso la possibilità di ristabilire gradualmente un apparato di sicurezza libico capace di cooptare milizie indipendenti più piccole e ristabilire un governo del territorio efficace e duraturo. Questo andrebbe ad intaccare profondamente le crepe in cui si inserisce Daesh e permetterebbe al nuovo governo la stabilità economica necessaria per pagare regolarmente gli stipendi dei propri soldati, onde evitare defezioni verso i ranghi dei jihadisti[8].

In secondo luogo, è attualmente impossibile pensare ad un metodo efficace per contrastare Daesh senza fare riferimento al governo e all’esercito del generale Haftar. A questo scopo, si potrebbe individuare una cooperazione di breve-medio periodo tra Haftar e le forze NATO dislocate nel Mediterraneo, funzionale al contrasto di Daesh, ma senza creare dei precedenti di riconoscimento politico internazionale. Ciò avverrebbe attraverso operazioni di intelligence (SIGINT, HUMINT, HUMINT virtuale e ricognizione tramite UAVs e satelliti), il supporto remoto del sistema di comunicazioni su territorio libico e il dispiegamento di forze speciali adibite all’addestramento tattico in situazioni di conflitto asimmetrico urbano. Con l’aiuto del Dialogo Mediterraneo e dell’Iniziativa per la Cooperazione di Istanbul è inoltre possibile creare dei meccanismi di socializzazione di lungo periodo per far cooperare Haftar e le sue milizie all’interno del governo di unità nazionale[9].

Infine, come già suggerito altrove[10], una potenziale strategia di Daesh una volta perse le conquiste territoriali è quella di portare avanti il conflitto nell’ombra, operando un’hijra verso luoghi meno accessibili come la regione desertica del Fezzan e traendo legittimità da un sistema di corti basate sulla shari’a in competizione con quelle nazionali, similmente a ciò che avvenne in Afghanistan con i Talebani e che sta attualmente accadendo in Sinai. Per contrastare questo potenziale ritiro strategico di Daesh, è opportuno ricreare qualcosa di simile alla Loya Jirga afghana che faccia affidamento sul substrato tribale del paese. Allo stesso modo, sarebbe opportuno focalizzarsi sulla popolazione civile libica, facendo leva sull’opposizione all’amministrazione violenta di Daesh e ripetendo l’esperimento di Sons of Iraq del 2005, ma senza il potenziale destabilizzante di una forte componente demografica sciita.

[1] Shaul Shay e Av Baras, The Islamic State in Libya: Challenge and Response in The Islamic State: How Viable Is It? edito da Yoram Schweitzer e Omer Einav, Institute for National Security Studies, gennaio 2016, pp. 204-205.

[2] Geoff D. Porter, How Realistic Is Libya as an Islamic State “Fallback”? in CTC Sentinel Vol. 9, Issue 3, marzo 2016, p. 1.

[3] ICT’s JWWG’s Insights, The Salafi-Jihadi movement – an internal discourse between Al-Maqdisi’s ideology and Al-Zarqawi’s way, IDC Herzliya, settembre 2009, p. 8.

[4] Daveed Gartenstein-Ross, Jason Fritz, Bridget Moreng e Nathaniel Barr, Islamic State vs. Al-Qaeda: Strategic Dimensions of a Patricidal Conflict, the New America Foundation, 4 dicembre 2015, p. 5.

[5] Aaron Y. Zelin, The Islamic State’s Territorial Methodology, Research Notes N. 29, The Washington Institute for Near East Policy, gennaio 2016, pp. 5-10.

[6] Emanuele Rossi, Ecco come salvare la Libia. Parla il generale Piacentini, Formiche.net. Disponibile su http://formiche.net/2015/12/12/libia-8/ (20/05/2016), 12 dicembre 2015.

[7] Geoff D. Porter, Art. Cit., p.2.

[8] Mattia Toaldo, Intervening better: Europe’s second chance in Libya, the European Council on Foreign Relations, 13 maggio 2016, p. 6.

[9] Stephen John Stedman, Spoiler Problems in Peace Processes, International Security, Vol. 22, No. 2, Autunno 1997, p. 13.

[10] Brian Michael Jenkins e Colin P. Clarke, In the Event of the Islamic State’s Untimely Demise…, Foreign Policy. Disponibile su http://foreignpolicy.com/2016/05/11/islamic-state-iraq-syria-baghdadi-plan-b/  (20/05/2016), 11 maggio 2016.

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