Il Trans Pacific Partnership e il gigante assente: la Cina

trans pacific partnership

*articolo a cura di Simone Alba, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il Trattato di Partenariato del Pacifico (TTP), è un accordo per il libero scambio commerciale, approvato il 5 ottobre 2015.

Interessa i paesi del c.d. “Anello del Pacifico” ossia quelle nazioni che affacciano le loro sponde sul medesimo oceano.
L’accordo, siglato da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, e Vietnam, sta attirando l’interesse di un’altra superpotenza: l’India.

I negoziati iniziati nel 2005, e conclusi 10 anni più tardi, sono stati investiti nel 2013 dallo scandalo Wikileaks, che ne pubblicò i contenuti fino a quel momento celati all’opinione pubblica.

Cosa prevede l’accordo? L’eliminazione delle barriere tariffarie e commerciali in diversi settori produttivi: Mercato automobilistico, agricoltura, farmaceutico/biologico, tecnologico, mercato del lavoro fino a quello cinematografico.

Perché l’accordo appare necessario? E’ sufficiente pensare che le tariffe nei paesi asiatici, ad esempio, nel mercato dell’automobile, posso arrivare al 70% del prodotto stesso. Mentre quelle dell’agricoltura posso superare il 40%. Il caso più emblematico è forse quello dei latticini, vini e zucchero, a cui possono affiancarsi costi aggiuntivi del 98% o in parole povere, il doppio del prezzo di mercato.
Inevitabile l’interesse delle lobby in questo scenario macroeconomico, che offre importanti opportunità di profitti ed espansione delle aziende private, con in testa  le potenze tecnologiche: Apple, Amazon e Facebook, che non nascondono la volontà di esercitare pressione sul futuro presidente degli Stati Uniti, al fine dell’approvazione del TPP.
Si calcola che l’area economica dal trattato interesserebbe il 40% del PIL mondiale che unita al precedente trattato di libero scambio tra USA e UE il TTIP  (Transatlantic Trade and Investment Partnership) coprirebbe il 60% del PIL globale.
Gli effetti delle implicazioni economiche sono oggetto di disputa tra economisti ed istituti di analisi. Basti pensare che nel prospetto economico globale, redatto dalla Banca Mondiale (Global Economic Prospects January 2016, cap.4) la ratifica dell’accordo, porterebbe ad un aumento medio del PIL del 1,1% dei paesi interessati, mentre secondo la US International Trade Commission  (agenzia federale indipendente statunitense) quest’ultimo aumenterebbe solo dello 0,23%.

L’effetto dell’incremento del PIL, dovuto dall’abolizione o limitazione dei dazi, comporterebbe una riduzione dei prezzi di vendita, aumentando così i salari reali pro-capite tra lo 0,4% e 0,6% entro il 2030.

La ratifica del concordato potrebbe essere la più grande conquista della politica economica dell’amministrazione Obama, a tale proposito lo stesso presidente, tramite un editoriale del Washington Post, dichiarò:

«Capisco lo scetticismo sugli accordi commerciali, soprattutto nelle comunità in cui gli effetti dell’automazione e della globalizzazione si sono già fatti sentire in modo duro. Ma costruire muri per isolarci dall’economia globale ci isolerebbe dalle opportunità incredibili che questa offre»

Ma la confusione sulla reale “trasparenza e impatto” del trattato, non ha risparmiato uno scivolone politico della candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton (compagna di partito di Obama) che inizialmente dichiarò che in base alle sue conoscenze dell’accordo non l’avrebbe sostenuto.

A distanza di pochi giorni, creando non poco imbarazzo tra le fila del Partito Democratico, la Clinton si dichiarò misteriosamente a favore dell’accordo.

Ed è in questo contesto, che si fa pressoché “ingombrante” l’assenza del colosso cinese, tagliato fuori dall’accordo di partenariato.

La Cina, che nell’ultimo trentennio ha visto un vertiginoso sviluppo economico, mentre dal 1992 si è aperta all’economia di libero mercato (socialista), vanta un livello di export di 2,9 miliardi, primo al mondo.

L’abnorme influenza del mercato cinese, non solo commerciale ma anche finanziario, sul resto dei mercati globali, ci offre una chiave di lettura di strategia economica da parte degli USA, nei confronti di Pechino. Quest’ultimo vedrebbe il suo immenso potere limitato dal concordato, che indurrebbe i paesi dell’area pacifica a commerciare liberamente e senza barriere con gli Stati Uniti, piuttosto che con la Cina stessa. Tuttavia, se la politica economica statunitense allontana con una mano l’economia del Sol levante, con l’altra mano della diplomazia l’attira a sé. Di fatto, nell’ultimo incontro alla Casa Bianca tra Obama e il presidente cinese Xi Jinping, sono stati confermati i rapporti bilaterali economici tra i due paesi.

Sicuramente la Cina non farà tardare una controffensiva, data inizialmente con la neo-istituita banca degli investimenti e delle infrastrutture (Aiib) che incassa l’adesione di Italia, Germania e Inghilterra, facendo storcere il naso a Washington, che vedrebbe pressoché vani i suoi tentativi di isolare la Cina, in quanto quest’ultima intratterrebbe comunque rapporti economico-commerciali con alcuni paesi europei.

In secondo luogo propone un iniziativa denominata “Nuova Via della Seta”, una sorta di TPP cinese, con capacità di espansione fino al Medio Oriente e all’Europa, che abolirebbe le barriere economiche e semplificherebbe gli scambi internazionali tramite le liberalizzazioni.
La nuova iniziativa va comunque ponderata, in quanto non è esclusa in modo assoluto una futura partecipazione della Cina al TPP, specialmente in vista delle elezioni presidenziali di Novembre negli USA.

Ad oggi, i 12 paesi firmatari del Partenariato del Pacifico, stanno ognuno sottoponendo il medesimo trattato alla ratifica di legge all’interno dei propri ordinamenti giuridici.

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