Turchia: tensione permanente

Turchia

*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Le due elezioni parlamentari che si sono tenute in Turchia nel corso del 2015, a seguito delle quali il partito AKP del Presidente Erdoğan ha vinto a maggioranza schiacciante, hanno segnato un ambiente politico estremamente polarizzato e volatile. Tale polarizzazione tra partiti che hanno un peso sostanziale nella vita politica turca come il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) seguito dal Partito Popolare Repubblicano (CHP) e quelli di minoranza come il Partito Democratico del Popolo (HDP), divide non solo le autorità ma anche i vasti segmenti della società civile, tanto che all’orizzonte si prospetta l’avvento di un governo anti-democratico e liberticida. Il mancato equilibrio e l’integrazione di tali forze che risultano essere minoritarie nello spaccato parlamentare ha fatto sorgere nuovamente la questione curda che parla la lingua della violenza soprattutto nel Sud-Est del Paese dove avvengono gli scontri tra i terroristi del PKK e forze di sicurezza. Proprio i curdi fanno la questione siriana così cara per il cuore di Ankara. Assieme agli estremisti, il flusso dei profughi siriani nelle provincie meno sviluppate economicamente e a rischio di centrifugazione anche le attività russe in Siria sono da considerarsi come minaccia alla sicurezza nazionale.

La carta Costituzionale turca è un retaggio del 1980, quando il generale Kenan Evren e il Consiglio di sicurezza nazionale militare hanno messo in scena un colpo di stato militare, al fine di reprimere con a violenza politica e le “organizzazioni terroristiche” di sinistra e di destra. Puntellata da continue modifiche essa ha un urgente bisogno di essere cambiata prima di giungere al momento della rottura.  È una carta che allora concesse ben pochi poteri al Presidente. L’attuale costituzione designa il primo ministro come capo del governo, mentre il presidente è il capo dello Stato, poteri del quale sono il veto legislativo e la nomina dei giudici e pubblici ministeri. Per la prima volta nel 2014 si tennero le elezioni presidenziali dirette. Erdoğan ha prevalso con il 51,8 per cento dei voti, vincendo un mandato di cinque anni rinnovabile una volta. Il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu ha assunto cariche di primo ministro e capo dell’AKP (quando parla di sigle le espliciti sempre la prima volta).

 Già allora alcuni osservatori internazionali come l’OSCE hanno visto poca parzialità nella campagna elettorale come l’abuso di risorse statali per sostenere l’offerta elettorale di Erdoğan.

Guardando le ultime elezioni della camera bassa tenutesi nel novembre 2015, dopo la tornata di giugno che non ha dato una maggioranza solida, si può ben notare l’assetto magmatico dei partiti nel sistema turco. Il partito del presidente, AKP, Giustizia e sviluppo, ottenne 317 seggi dei 550 totali con il 49% dei voti (a fronte dei 330 seggi necessari per apportare riforme alla Costituzione). Il secondo arrivato è stato il CHP, Partito Popolare della Sinistra ottenendo 134 seggi. La più clamorosa è stata la vittoria dell’HDP, Partito Democratico che sostiene i curdi, con 59 seggi. Il last come è stato l’MHP, con 40 seggi. Un partito vicino al nazionalismo e al neo- fascismo del gruppo dei “Lupi grigi”.  Sbalorditivo è stato l’afflusso alle urne con oltre 85% dei votanti.

L’ascesa di nuovi partiti è inibita dalla soglia di voto del 10% per la rappresentanza parlamentare. Esisteva fino al 2009 la possibilità di sciogliere i partiti anti-sistema, e veniva applicata per lo più per partiti islamisti e curdi, ma alcuni membri di partiti filo-curdi sono stati comunque arrestati per presunti legami con il PKK ed il HDP è stato sottoposto a violenze ed intimidazioni nel corso del 2015, tra cui attentati attribuiti a ISIS. Alcuni critici hanno sostenuto che il governo dell’AKP stava usando la sua battaglia con il PKK per indebolire i suoi avversari politici. Esistono comunque anche partiti considerati clandestini se non terroristi come il DHKP (Fronte Popolare Rivoluzionario di Liberazione) o il PSK (Partito del Kurdistan del Nord) che vengono fortemente osteggiati.

La matrice moderatamente religiosa dell’AKP è stata definita da alcuni islamista. Sono state mosse critiche alla negligenza per il carattere secolare dello stato. Nel 2008, quando Erdoğan era ancora il Primo Ministro, l’AKP è stato quasi sciolto dalla Corte Costituzionale sulla base dell’art. 86 della legge sui partiti politici per la sua presunta “tenta di cambiare la laicità dello Stato. Il partito del presidente ha da sempre avuto un’agenda più o meno nascosta che ora si sta facendo ben più chiara del solito. Iniziando da alcuni provvedimenti presi come la jihad contro l’alcol e pressioni per convincere le donne a vestirsi in modo più conservativo ed il divieto di aborto. Il governo ha preso un percorso costituzionale per annullare efficacemente l’indipendenza del ramo giudiziario e rinnovare il sistema di istruzione cambiandone la sostanza, la forma e la filosofia. La spinta verso il  presidenzialismo da parte di Erdoğan, non ha potuto conciliarsi con la visione moderata del Primo Ministro Davutoğlu che è stato costretto a dare le  dimissioni da Primo Ministro in favore di Binali Yildirim.  Davutoğlu si era opposto alle incarcerazioni preventive di giornalisti e accademici considerati oppositori di Erdoğan, si era anche mostrato favorevole a riprendere i negoziati con i ribelli curdi che agiscono soprattutto nel sud della Turchia e che da decenni chiedono l’indipendenza dal governo di Ankara: anche qui era però prevalsa la linea imposta da Erdoğan, basata sui bombardamenti aerei dei curdi al di là della confine tra Turchia e Iraq.

La situazione politica e di sicurezza delle elezioni di novembre è stata profondamente segnata dalla violenza che ha scosso la Turchia per tutta la seconda metà del 2015. Dopo decenni di scontri armati con il PKK, il governo aveva avviato nel 2013 un tentativo di negoziato direttamente con il suo leader Ocalan. Tale ha subito un drastico deterioramento nel mese di luglio 2015, con l’attentato avvenuto al raduno di studenti attivisti curdi in Suruç, una città al confine con la Siria, dove sono state uccise 33 persone. Allora ISIS è stato accusato dell’attacco, ma molti curdi hanno visto la complicità del governo con il movimento terroristico siriano. Successivamente il gruppo militante del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha ucciso due agenti di polizia turchi scatenando scontri più ampi che si sono conclusi con un cessate il fuoco di due anni tra il PKK e il governo. Ma nonostante ciò le bande armate dei curdi hanno preso il controllo di alcune provincie nel sud-est, nelle quali i separatisti stanno tentando di istituire una sorta di auto-governo. Tra settembre e ottobre ci sono stati circa 200 attacchi da parte dei civili contro gli uffici del HDP, che l’AKP e partiti nazionalisti hanno accusato di essere un braccio politico del PKK. Oltre 40 sindaci HDP sono stati arrestati o rimossi dalla carica. Nel mese di ottobre, un attentato suicida ha colpito un raduno organizzato da una coalizione di gruppi compresi i sindacati e i filo-curdi HDP, uccidendo più di 100 persone rimanendo il peggior attacco terroristico nella storia moderna della Turchia. L’esplosione di Ankara è stata subito definita come il 11/9 turco, ma il Paese invece di unirsi ha visto come conseguenza il radicalizzarsi delle visioni.

Anche il fronte dell’ISIS stava mettendo in difficoltà il neo eletto Governo. Più di 100 persone sono morte al di fuori stazione di Ankara a due passi dalla sede dell’organizzazione nazionale di intelligence nel 2015 attentato che ha visto responsabili i militanti ISIS.

Recentemente è stato presentato un decreto legislativo per spogliare dell’immunità i politici turchi. Tale intervento che sarà un emendamento, con la volontà di sanzionare proprio il partito a sostegno dei curdi dell’HDP. Ma la vera battaglia è fuori dal Parlamento. Cinque attentati nel centro di Istanbul e tre ad Ankara negli ultimi otto mesi hanno inviato turchi un messaggio chiaro che nessuna area è immune dalla violenza e che siano presi di mira su più fronti. Alcuni degli attacchi più sanguinosi sono stati in Ankara: il gruppo militare curdo dei Falchi della libertà del Kurdistan (TAK) ha rivendicato l’attentato suicida del 13 marzo, dove l’esplosione di un’auto ha ucciso 35 persone vicino al Ministero della Giustizia.

La Turchia è oltremodo coinvolta nel conflitto siriano ed Erdoğan è stato tra i primi a reclamare la rimozione del presidente Bashar al-Assad. Ma la Turchia è diventata sempre più preoccupata per i tentativi da parte di gruppi curdi di conquistare le regioni settentrionali della Siria. Si teme l’ascesa dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), così come il suo braccio politico, il Democratic Union Party (PYD). “La Turchia si sente  minacciata dalla presenza del PYD e PKK“, dice Burhanettin Duran, direttore esecutivo dell’istituto filogovernativo di ricerca turco, SETA. “È oramai assodato che il PYD e il PKK sono la stessa cosa.” L’YPG ha stabilito il controllo su un tratto del confine turco lungo 400 km (250 miglia). Quindi la Turchia è coinvolta in un conflitto su due fronti, al suo interno e sul suo confine con la Siria.

Mentre continuano a morire i civili, lo status della tensione permanente all’interno del Paese permette ogni sorta di abuso ma soprattutto lo smantellamento progressivo dello stato di diritto vigente in Turchia. Davanti alla tensione costante il sistema s’irrigidisce, diventando autocratico e spingendo verso la direzione di un sistema presenzialista. Davanti alla violenza del terrorismo è solo il pugno duro di Erdoğan a rassicurare, soprattutto la solida maggioranza dell’elettorato dell’AKP. Il vero problema è l’assenza di azioni volte a sventrare la minaccia terroristica. Minacciata dall’interno e dall’esterno, la Turchia si ritrova in un isolamento diplomatico.

Inoltre, secondo gli ultimi report della Freedom House, possiamo aggiungere una grande macchia fatta di repressione e censura sulla mappa della Turchia, con 894 giornalisti che sono stati allontanati dal lavoro per motivi politici dall’inizio del 2016 e dopo l’esemplare blocco delle piattaforme come Twitter effettuato nel 2014. Nel 2015 il Transparency International ha pubblicato un rapporto sulla Turchia citando la sua incapacità di rafforzare le garanzie contro il riciclaggio di denaro, corruzione, collusione e nell’assegnazione dei contratti governativi.

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