Voci dall’est Europa: le sanzioni ucraine alla Russia

sanzioni ucraine

*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Un territorio che si estende su 700mila chilometri quadrati, avente una popolazione di 46mila abitanti fa dell’Ucraina, dopo la Russia, il più grande stato in Europa. Ciononostante sul conflitto russo-ucraino è calato da lungo tempo un  sipario fatto di terrorismo e immigrazione per l’audience europea, del deprezzamento del greggio e guerre in Siria per quella dell’estremo est Europa. La mancata attenzione dei media e le sporadiche notizie che giungono accuratamente  distillate dall’apparato di censura ucraina (per ultimi risvolti si fa riferimento al parlamentare ucraino Anton Gerachenko che ha reso nota una lista di nomi, pubblicata precedentemente da un gruppo di hacker del “Myrotvorets”, dei giornalisti di tutto il mondo accreditati presso la Repubblica di Donetsk che ora sono sottoposti a continui attacchi e minacce) ci limita ad una mera constatazione delle reali condizioni di un Paese centrale non solo geograficamente ma anche geopoliticamente parlando. L’Est Europa rimane così a vivere una situazione di conflitto congelato pronto ad esplodere in qualsiasi momento che vide la sua origine nel 2014 e con una guerra ibrida ancora in atto che di fatto sta facendo recuperare il bipolarismo già vissuto in quell’area.

Se è ancora incerta la possibilità che le regioni calde di Donetsk e Lugansk vengano annesse alla Russia (come prospettato dal Capo del Consiglio Nazionale del DNR), è evidente che Mosca non permetterà che l’Ucraina entri a far parte ufficialmente della sfera europea o della NATO. Mentre UE e Russia sono impegnati sul fronte politico-diplomatico, USA e NATO hanno preso l’iniziativa in ambito militare con l’invio nei Paesi Baltici di una presenza a rotazione che, aldilà delle dichiarazioni, rischia di diventare permanente. Il braccio militare dell’egemonia unipolare statunitense, avanza sempre più verso una rotta di collisione con la Federazione Russa in maniera più o meno intensa nel mese di Maggio 2016 (come dimostrano gli ultimi meccanismi di integrazione in Georgia, l’avvicinamento al confine sud-est in Estonia, scudo antimissilistico in Romania, ed il prossimo vertice NATO in Polonia).

Ed è proprio sul lato delle sanzioni promosse alla Russia, che ora stanno mettendo in ginocchio la piccola e media impresa europea, si sta riaprendo un dialogo pronto all’apertura verso le istanze Moscovite. L’annessione fulminea ma formalmente legittima della Crimea, che ha fatto ripensare qualcuno al modello “Anschluss” in chiave panrussa come nel caso delle dichiarazioni di  Michael Gonchar seguite da quelle del presidente ucraino Petr Poroshenko, ha fatto subito individuare il grande nemico dell’occidente del quale ora però non si può fare a meno.

A partire dal primo riconoscimento nell’ambito europeo da parte del Consiglio Veneto di tale annessione, si vede un effettivo vacillamento dell’oikonomos europeo. La risoluzione condanna la politica internazionale europea ed invia il governo italiano ad intervenire per il ritiro delle sanzioni che come frutto di una politica altamente discriminante hanno cagionano ingenti danni all’export italiano. Uniti su questo fronte si sono fatti trovare anche gli esponenti della Confindustria che lo scorso 21 Maggio durante un convegno promosso dall’On. Stefano Maullu hanno raccolto le firme per la petizione che dovrebbe volger lo sguardo del governo e dell’intera comunità europea sul disastroso risultato delle sanzioni, che solo per il settore italiano della moda Made in Italy portano ad una perdita media netta di guadagno di 6 miliardi di euro annui con conseguenze evidenti anche sul mercato del lavoro. Non dimentichiamo anche la recente visita in Grecia da parte di Putinche vede nella figura di Tsipras un valido alleato, l’appoggio dell’Ungheria e il recente annuncio della risoluzione, non vincolante, approvata da parte dell’Assemblea Nazionale francese.

Ritorna in mente allora che sul territorio ucraino passano 40mila chilometri di gasdotti che collegano proprio la Russia e l’area del Mar Caspio attraverso cui l’Italia, da sola, soddisfa il 43% del proprio fabbisogno energetico attraverso i gasdotti che passano da questa linea di faglia.

La prolungata attesa di attuazione dei Protocolli stipulati con l’OSCE a Minsk, che vede la cleptocrazia e corruzione come unici soggetti sovrani all’interno dello stato ucraino, mettono in forse la fiducia in un futuro progresso e stabilizzazione del Paese. Anche Christine Lagarde esprime poca fiducia sul prestito elargito dal Fondo Monetario Internazionale e il finanziamento da parte di altri enti che ormai sembra di essere a fondo perduto non avendo minimamente supportato il rinnovamento tanto necessario della governance ucraina.

Il play ground economico risulta ora la via alternativa per risolvere il confitto creando un’apparente allentamento della tensione nel continente. Il linguaggio finanziario aiuterebbe forse venire a patti con un vicino con il quale l’ineluttabile convivenza ha dato origine all’interdipendenza. Quale sarà il costo dell’affronto in termini di vittime sul territorio ucraino, parlando in primis per i civili, dipende dal tempo che il conflitto impiegherà ad essere risolto e l’abbandono del braccio di ferro delle sanzioni potrebbe rivelarsi come via d’accesso alla sostanziale applicazione del Protocollo di Minsk.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

sedici − 15 =