Alta tensione tra Russia e NATO

russia e nato

*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Assistiamo ultimamente ad un fenomeno di devoluzione mondiale. La creazione di un mondo G-Zero, quello in cui nessun blocco di paesi ha la reale influenza politica ed economica o per lo meno la volontà di guidare un programma veramente internazionale, porterà al risultato dell’intensificarsi di conflitti a livello globale. La disgregazione dell’equilibrio precario ci fa affacciare a scenari di possibili nuovi conflitti, protagonisti dei quali potrebbero essere già ben noti. I mai sopiti contrasti tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti si stanno progressivamente convogliando in una direzione di scontro diretto. La Russia si sente accerchiata e di fatti con non poca difficoltà si potrebbero desumere i punti dei possibili scontri tra le due nazioni.

Assistiamo ad uno scenario di chiusura in un anello di ferro della Federazione da parte delle forze dell’Alleanza Atlantica fin dal 2014, da allora Mosca permane in uno stato della permanente emergenza bellica. Tale morsa però renderà direttamente partecipe anche l’Europa, scossa dall’allontanamento inglese. La Brexit in effetti è stata una dimostrazione della regionalizzazione globale in atto citata poco anzi. Lo stato di permanente emergenza bellica stringerà quindi il destino dell’Europa a quello dell’USA divenendone la scacchiera d’azione. La minaccia non appare più fittizia dopo che vengono fatte delle dichiarazioni ufficiali riguardo ad un possibile scontro. Lukashenko, il presidente della Bielorussia, ha dichiarato quest’anno che qualora ci fosse un conflitto armato con la NATO, il Paese avrebbe senz’altro fiancheggiato la Russia.

L’intensificazione della presenza americana ai confini della Federazione è avvenuta con la NATO Wales Summit tenutosi nel 2014. In quell’anno è stato reso operativa l’operazione Atlantic Resolve grazie alla quale sono state dislocate nuove basi cinque Paesi strategici: Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia e Romania. Le recentissime esercitazioni militari in Polonia hanno avuto effetti prodromici sul vertice NATO che si terrà l’8 Luglio a Varsavia. L’operazione targata NATO, dal nome “Anaconda 16” (che ricorda molto l’operazione condotta da Generale Scott durante la guerra civile americana) è stata condotta principalmente dalle forze polacche, che si sà, non hanno mai avuto una grande stima del vicino russo. La Polonia ha inoltre dichiarato che a settembre prossimo inizierà il reclutamento di 35 mila unità per formare una nuova forza di difesa paramilitare in chiave apertamente anti-russa. L’esercitazione dell’8 giugno ha coinvolto 34 mila soldati dell’alleanza atlantica provenienti dai sei Paesi che daranno il loro contributo all’operazione. I partecipanti sono così suddivisi: 14.000 americani, 12.000 polacchi, 800 inglesi e il rimanente degli altri Paesi membri, che sono la Georgia (coinvolta in una guerra con la Russia nel 2008) che però all’ultimo ha disertato le fila, l’Ucraina (che è stata sotto l’ombrello NATO tra 2013 e l’inizio del 2014 ), la Macedonia (che non è nella NATO), la Svezia e la Finlandia (che, pur con una popolazione contraria alla NATO, hanno abbandonato da tempo l’equidistanza rispetto alla Russia), e infine, il Kosovo. Con l’esercitazione è stato ufficializzata quindi la costituzione delle forze militari antisommossa da integrare nelle forze e nel comando NATO.  Alla manovra hanno infatti preso parte anche reparti della Strzelec, una organizzazione paramilitare, ed hanno visto la prima attuazione del doppio ruolo previsto dal progetto NATO Urban Operations 2020 sulle cui basi la Polonia vuole costituire una Guardia Nazionale addestrata dagli USA.

La somma del tutto dà il compimento a un secolo di distanza del vecchio progetto del dittatore polacco Jozef Pilsudski, che prevedeva un cordone di contenimento attorno alla Russia da nord a sud.

La pressione da terra trova il suo corrispettivo da quella effettuata dal Mar Baltico, le manovre si svolgono a meno di 100 miglia dalla roccaforte russa dell’enclave di Kaliningrad, e molto probabilmente tenderanno ad aumentare secondo quanto è stato riferito dal vice segretario della Difesa USA, Robert Wark, al quotidiano statunitense Wall Street Journal. In Lituania, a Rukla, la missione denominata Baltops 16, inizialmente intesa solo come navale ha visto essere implementate 45 navi, 60 aerei e circa 6.100 militari di 17 Paesi. Successivamente gli USA hanno fatto giungere 3 bombardieri strategici B-52.  La risposta del Cremlino non si è fatta attendere. In un comunicato a firma di Alexander Grushko, inviato russo presso l’Alleanza, si legge: “Noi non saremo osservatori passivi e prenderemo tutte le misure necessarie per compensare una presenza militare assolutamente ingiustificata. La NATO, giocando con le parole, viola chiaramente i trattati”. Secondo Mosca, il dispiegamento di ulteriori truppe a ridosso dei suoi confini è una minaccia che infrange il NATO-Russia Foundation Act del 1997.

D’altronde the last come dell’alleanza, cioè il Montenegro che il 19 Maggio 2016 ha sottoscritto il Protocollo di accesso, ha inferto alla Russia un altro duro colpo, che dopo l’entrata nella NATO da parte della Croazia, Albania e Slovenia vede i Balcani stretti nelle mani dell’USA. La tensione aumenta con il pensiero che anche la Svezia (un tempo neutrale) ha concesso l’installazione di basi NATO.

E non dimentichiamoci dell’European phased adaptive approach (Epaa) lanciato nel 2009 da Obama che serviva a proteggere il Vecchio continente dall’Iran e i suoi razzi Shahab-3 che possono colpire l’Europa meridionale. L’intenzione della NATO sin dall’inizio sembrava quella di difendere il vecchio continente. Dopotutto Mark Toner, portavoce del Dipatimento di Stato ha dichiarato che “La NATO è un’alleanza di difesa, non è una minaccia per la Federazione Russa. La Russia deve smettere di comportarsi in modo provocatorio”. L’azione dello scudo di divide in quattro fasi, la prima completata a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminata nel 2016, quando in Romania è stato reso operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo dovrebbe salire a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100. Il sistema missilistico Ageis in Romania, tanto più se doppiato da un omologo in Polonia, potrebbe garantire agli USA il first strike atomico, permettendogli di intercettare i missili della risposta russa. Nonostante l’apparente inferiorità della potenza militare russa, Mosca è capace di mobilitare nel giro di 10 giorni, 27 battaglioni (dai 30 mila ai 50 mila soldati) pronti per un attacco nel Baltico e questo pur mantenendo i soldati di stanza in Ucraina. Queste truppe sarebbero equipaggiate con mezzi blindati ed armi di precisione. La Nato, invece, non avrebbe a disposizione mezzi blindati ma solo veicoli non corazzati o leggermente blindati provenienti dalle Repubbliche baltiche. I russi arriverebbero prima nelle capitali delle repubbliche baltiche. Nonostante la debolezza militare della Nato, l’opzione diplomatica per promuovere i rapporti pacifici tra Russia ed Europa Unita, non viene neppure formulata. I continui avvicinamenti provocatori tra le forze della NATO e quelle russe, come quello del sottomarino russo nel Mar Bartico del 2015, quest’anno il sorvolo di due jet di Mosca su una nave americana e l’ultimissima accusa da parte del Ministero della Difesa russo lanciata contro USA, denunciando un pericoloso avvicinamento di una nave americana ad un’altra russa nel Mar Mediterraneo.

La BBC, sospinta dalle correnti degli ultimi eventi ha trasmesso un film, World War Three: Inside the War Room” nel quale la guerra fredda si trasforma in un accesissimo conflitto della possibile terza guerra mondiale. La prima ad essere sconfitta in questo scambio di battute è l’Europa, che, per l’ennesima volta, grazie al suo silenzio, passa come il trampolino di lancio politico dell’alleanza atlantica invece di rivelarsi un mediatore tra le due istanze.

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