Balcani: il tiro alla fune tra l’UE, la NATO e la Russia

Balcani

*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

I Balcani sono da sempre stati inseriti in un limbo di rapporti tra l’Occidente e l’influenza russa, che attraverso il dispiegamento del soft power mantiene l’alta tensione geopolitica nella regione. C’è un senso crescente nella regione che l’UE stia cadendo a pezzi e ciò rischia di creare un vuoto di potere che lascerebbe la mano libera alla Russia e Turchia. La tensione è aumentata dopo l’annessione della Crimea da parte della Federazione nel 2014 e il successivo intervento in Siria da parte della stessa. Il panslavismo che ha da sempre caratterizzato l’area sta mollando la sua presa negli ultimi anni con la graduale adesione da parte dei Paesi che appartengono alla regione a meccanismi sovranazionali come quello dell’Unione Europea o della NATO. Gradualmente sono entrate a far parte dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord la Bulgaria (2004), l’Albania e la Croazia (2009) ed ultimamente anche il Montenegro (2016), stato candidato all’ingresso nell’Unione Europea, che ha dato vita al settimo allargamento. L’ampio spettro di strumenti di pressione russa utilizzati nei Balcani è facilmente visibile: energia, vendita di armi, le connessioni militari bilaterali, appartenenza religiosa, legami commerciali e l’acquisizione dei legami di mezzi con cui influenzare i partiti politici nazionali, alcuni dei quali stanno già ricevendo denaro o altri tipi di assistenza da Mosca. Anche il sostegno della Russia per la posizione della Serbia sul Kosovo e l’apertura di un ufficio di Russia Today a Belgrado, nel 2015, esemplificano questi sforzi per sfruttare influenza sui partiti nazionalisti serbi e sulla popolazione

Anche se South Stream per ora sembra un progetto archiviato, e ciò è stato confermato dall’ambasciatore russo presso l’Unione Europea, Vladimir Chizhov, è stata l’arma più potente di cui disponeva la Russia per proiettare la sua ombra sul Mediterraneo. La dottrina russa nei Balcani e gli investimenti nelle infrastrutture di Paesi colpiti dalla recessione dopo una lunga crisi come Serbia, Bosnia-Erzegovina, specialmente nella Republika Srpska, Montenegro, Bulgaria, Grecia hanno enormemente rafforzato le posizioni del regime di Putin.  Questo legame ha assunto diverse forme nel corso degli anni, dall’iniziale funzione strategico-militare alla geo-economia degli anni duemila. Nonostante le stia sfuggendo il controllo della regione, Mosca può influire in maniera indiretta su Stati come Bosnia-Erzegovina, Repubblica di Serbia, Romania, Moldavia. In particolare quest’anno la Russia e la Grecia hanno siglato un Memorandum di intesa Italia-Russia-Grecia, scegliendo come partner la Edison e la Depa, in logica della creazione di una pipeline transcontinentale.

Le elezioni anticipate che si sono tenute in Serbia (dove la destra nazionalista di Šešelj è tornata in parlamento, nonostante fosse fortemente osteggiata) e Macedonia (dove alla fine sono state rinviate a data ancora da definire a causa della mancanza di standard richiesti sia dalle opposizioni, quali la SDSM di Zaev, sia istituzioni straniere quali la stessa Unione Europea) potrebbero essere il segno del rafforzamento moscovita nella regione. Il ritardo delle elezioni aggrava la situazione della Macedonia che senza un’amministrazione funzionante si ritrova nel bel mezzo di una situazione politica difficile e calamità umana causata da migliaia di rifugiati e migranti che rimangono imbottigliati nel Paese. Quindi le relazioni tra la Russia e l’Occidente sono entrate in una nuova fase che potrebbe essere definita di “pace fredda”. Lo ha affermato il presidente bulgaro, Rosen Plevneliev, nel suo discorso all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Ultimamente, il partito appoggiato da Putin, “Russia Unita” ha firmato con i due partiti di opposizione in Montenegro la dichiarazione di Lovchensk che prevede la creazione di una Alleanza degli stati neutrali del Sud-Est Europa (ANS) e la conservazione del Kosovo all’interno della Serbia. Tale mossa sembra di essere il canto del cigno russo nei Balcani. La dichiarazione è vista come un modello per il futuro delle relazioni della Russia con i Paesi della regione. L’idea dell’unione dei Paesi neutrali dei Balcani è stata annunciata da Milan Knezevic, del Partito Popolare Democratico DNP, durante una visita nel mese di febbraio a Mosca.

Per quanto riguarda la Croazia, Mosca, come ha dichiarato l’ambasciatore della Federazione a Zagabria Anwar Azimov, rispetta la sua decisione dell’adesione all’Unione Europea. Nel 2015 i due Paesi hanno siglato un importante patto di collaborazione al forum economico organizzato a Mosca tra imprenditori russi e croati che concerne una joint-venture per la costruzione di fabbriche destinate alla produzione di additivi, accordi per l’esportazione di prodotti di panificazione e la fornitura di pesce.

Il Paese aggiormente combattuto tra i due fronti è la Serbia. Lo Stato ha aperto i negoziati per l’adesione all’Unione Europea nel 2014, dopo l’ottenimento della candidatura ufficiale all’ingresso nel 2012, e l’apice di questo impegno è stato raggiunto il 19 aprile 2013 con la firma degli Accordi di Bruxelles. Bruxelles ha visto nella Serbia il Paese chiave per i rapporti tra la Russia e l’Occidente. Viene quindi posto in essere un equilibrio davvero delicato, quasi two chears seated: il Paese non ha mai davvero potuto staccarsi completamente non solo per ragioni etno-culturali (le radici storiche risalgono al 1830 quando l’Impero russo liberò il territorio slavo dagli Ottomani con l’obiettivo primario di difendere la Chiesa ortodossa e, più implicitamente, di guadagnarsi un accesso diretto al Mar Mediterraneo) ma anche per quelle energetiche ed economiche (un accordo doganale di libero scambio è stato siglato tra i Paesi nel 2000, la parte costitutiva dell’accordo prevedeva il libero scambio della Federazione con un trattamento preferenziale per le merci serbe con l’1%  di imposta su determinate categorie di beni; inoltre Sberbank, il maggiore istituto di credito russo, è diventata una dei principali finanziatori delle più grandi aziende serbe). Nel 2013, Serbia e Russia hanno firmato un partenariato strategico di cooperazione militare, grazie al quale la Serbia è diventata osservatore dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’unico Stato al di fuori della Comunità degli Stati Indipendenti. Belgrado quindi deve bilanciare anche le pressioni dell’Unione Europea che con il programma IPA ha stanziato circa 1,5 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Nel 2015 Premier Vučić ha fatto un viaggio a Washington in cui è stata rafforzata la partnership con le strutture atlantiche. Parallelamente non sono diminuiti i contatti con Mosca e, nell’incontro ufficiale di fine ottobre tra lo stesso Vučić e Putin, è stato dato il via libera a nuovi investimenti russi in Serbia e a un accordo per la fornitura di armamenti russi all’esercito serbo. Inoltre, si è avuto prova di una crescente pressione russa sui media serbi. In particolare tale influenza è evidente nel finanziamento della TV serba e altri media dalla parte dell’oligarca che ha dei stretti rapporti con il Cremlino, Konstantin Malofeev, il quale è stato inoltre accusato dalle Nazioni Unite di aver finanziato l’invasione russa dell’Ucraina.

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