Fucili per diamanti: il traffico d’armi in Russia

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*articolo a cura di Yauheniya Dzemianchuk, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

La Russia è il secondo Paese esportatore di armi nel mondo, dopo gli Stati Uniti. Il commercio illegale di armi è quasi impossibile da stimare, ma si presume possa aggirarsi attorno al 20 per cento dei dati ufficiali. Adesso in Africa viene spedito il 7% dell’esportazione totale delle armi russe, pari a 900 milioni di dollari. La Russia ha costantemente aumentato il proprio budget militare sin dal collasso del 1991, arrivando ad una crescita esponenziale negli ultimi dieci anni. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Difesa Russo, nel 2015 l’investimento di 53 miliardi di dollari è stato devoto alla causa militare. Lo Stokholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha rivisto la cifra correggendone il valore esatto: 82 miliardi di dollari, cioè circa il 4,5 per cento del PIL, cifra considerevole, circa un ottavo degli investimenti negli USA. L’implementazione del ricavato di tali transazioni economiche può essere connesso a scenari come quello dell’Ucraina, della Siria, o della seconda guerra cecena (Guerra del Caucaso settentrionale, 1999-2009).

Il ridestarsi di molti conflitti nel continente africano ha permesso di sopravvivere agli scambi in termini di armi tra i due continenti. Si considera che tra il 2000 e il 2007 nel complesso gli stati africani abbiano investito 1,1 miliardi di dollari in armi. Nonostante che nell’immaginario dell’opinione pubblica l’Africa, soprattutto quella della fascia Sub Sahariana viene dipinta come una regione povera, il PIL complessivo di questi paesi sta crescendo più rapidamente rispetto alla tendenza dell’economia mondiale. Anche se ultimamente si è osservata una battuta d’arresto della crescita, le stime del 2012 hanno registrato un 5,5 per cento di crescita del PIL complessivo. Perciò la crescita dell’area indicata, nel 2016, secondo il Fmi, si assesterà al 4,2%.

L’inizio della partnership del continente caldo risale ai tempi dell’URSS quando ancora certi affari si svolgevano su base ideologica in linea con la logica del conflitto con l’Occidente e non puramente commerciale come avviene in epoca odierna. La lista dei Paesi che hanno importato armi grazie alla Rosoboronexport vi sono l’Algeria, l’Angola, Burkina Faso, Botswana, Libia, Marocco, Sud Africa ed Uganda. I governi menzionati e i gruppi dei ribelli hanno fatto impennare la percentuale dell’importo di armi al 45% nel 2014 rispetto al 2005 (il calcolo viene effettuato su base quinquennale vista l’estrema variabilità del prezzo della materia di scambio). Gli armamenti più acquistati risultano i Sukhoi e caccia MiG, elicotteri, carri da combattimento, veicoli corazzati per il trasporto truppe. Soprattutto rilevano ai fini dell’indagine i numeri delle armi leggere (SALW), sistemi anti-missilistici terra-aria e anticarro. L’affidabilità ed i prezzi competitivi delle armi importate, rendono l’offerta di Mosca la più ambita. Gli elicotteri russi hanno da sempre avuto una forte attrattiva tra gli importatori. Si stima una media di 700 elicotteri importati (compresi gli Mi 24/35, da attacco). La Russia cerca di imporsi sul mercato globale delle armi, ma nonostante abbia superato gli 8 miliardi dalle vendite vede all’orizzonte una minaccia reale: la Cina.

Fin dagli anni Novanta Pechino è stato il più grande acquirente degli armamenti russi. Dai primi anni del Duemila la situazione ha subito cambiamenti: Pechino in effetti si è posto il nuovo obiettivo di modernizzare la propria industria bellica in modo da essere in grado di produrre autonomamente i principali armamenti moderni. Può essere utilizzato l‘esempio del caccia cinese, costruito su copia del Su-27 russo. Il progetto è stato attuato grazie agli acquisti di tecnologie cruciali presso i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). In particolare la Cina esportava nei Paesi della regione (Nigeria e Tanzania) nei primi anni del 2000 i caccia J-7 e un grande numero di blindati leggeri per i servizi di sicurezza locali. Inoltre, sono stati forniti gli elicotteri da trasporto e da combattimento, gli aerei da trasporto leggeri Y-12, i sistemi di artiglieria e le armi da fuoco. La competizione tra la Russia e la Cina nell’export delle armi verteva attorno ai Paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Ultimamente le esportazioni belliche di Pechino in Africa hanno subito una netta espansione e coinvolgendo in primis Algeria, Marocco, Nigeria e Camerun. Secondo il Military Balance (Istituto londinese di Studi strategici)  due terzi dei Paesi africani utilizzano l’attrezzatura Made in China.

Nonostante lo scenario descritto Mosca non opera direttamente ma si serve degli intermediari, i Paesi dell’ex blocco sovietico come l’Ucraina, la Bulgaria, Bielorussia e la Moldavia fanno parte della rete del grey market delle armi leggere e di piccolo calibro. Ad essere sfruttate sono le lacune nel diritto internazionale per esportare armi da un fornitore legale a destinatari non autorizzati, attraverso la falsificazione dei documenti. L’uso di uno Stato che faccia da tramite o che si occupi del trasferimento di prodotti dual-use destinati ad un’utilizzo diverso da quello dichiarato sono due delle tante strategie utilizzate.  In particolare di deve far accento sulla regione della Transnistria una zona franca del crimine che dilaga grazie anche all’inefficienza e corruzione del governo, che possiede almeno tre fabbriche di armi mascherate da unità industriali ordinarie, la cui produzione comprende pistole, lancia- granate e fucili mitragliatori (Elektromash, Pribor e Kirov) nei pressi di Tiraspol. Secondo un documento del 2008 della Rete italiana per il disarmo “la Transnistria è uno dei principali punti di smercio e di transito del traffico di armi internazionale, dal momento che nel Paese vi sono i depositi militari di Tiraspol della 14ma Armata russa: l’arsenale di Kolbasna si estende per 32 ettari vicino a Rybnita nel nord del Paese e fino a qualche anno fa aveva stoccato almeno 42 mila tonnellate di armi. L’OSCE e i servizi segreti della Moldavia sostengono che in Transnistria vi siano altri depositi con non meno di 50 mila armi leggere e che almeno tredici unità industriali, ufficialmente fabbriche di elettrodomestici, siano adibite alla costruzione di ulteriori armi. Le intelligence di vari Paesi sostengono che in Transnistria si sarebbero approvvigionati di armi Al Qaeda e Hamas, i Lupi grigi e il PKK, gli Hezbollah e tutte le mafie internazionali e la criminalità organizzata”.

Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri del continente africano ma che grazie alle ricche risorse di idrocarburi e diamanti riesce ad essere l’acquirente più stabile. Il target delle armi richieste sono quelle caratterizzate dall’estrema facilità del trasporto, occultabili e facili da far maneggiare ai bambini-soldato. La vicenda del commercio di questo Paese con Mosca è mediata dalla figura dell’ex agente del KGB, Viktor Bout che grazie ai suoi contatti nell’esercito russo riesce ad accedere agli arsenali dell’ex Unione Sovietica e di altri Paesi dell’est Europa. Egli ha organizzato una rete internazionale per la vendita illegale delle armi. Nel 1997 ha ricolto i suoi affari in Africa piazzando armi per un valore di 14 milioni di dollari, e vi è rimasto fino al 2003 per poi rivolgersi al florido mercato offerto dalla guerra in Iraq. Il suo successo nel campo ha ispirato Hollywood a produrre un film: “Lord of War”, dove il protagonista viene interpretato da Nicolas Cage.

Pochi anni addietro Angola e Russia avevano firmato un contatto: Luanda ha acquistato armi per un miliardo di dollari. Il Paese, nonostante sia la seconda potenza petrolifera dell’area sub-sahariana, è affetto ancora dalla povertà diffusa. Secondo l’Indice dell’Onu sullo sviluppo umano, più del 54% della popolazione vive con meno dell’equivalente di un dollaro al giorno. Al tempo dell’Unione Sovietica, Mosca era un alleato chiave del Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), ma le forniture d’armi dopo la rappacificazione del Paese avvenuta nel 2002 sono drasticamente diminuite. Nel disegno di legge di bilancio preventivo per il 2013, la spesa militare di Luanda raggiunge i cinque miliardi e 700 milioni di dollari, un valore equivalente all’8,26% del Prodotto interno lordo.

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