La crisi della sinistra latinoamericana

sinistra latinoamericana

*articolo a cura di Simone Alba, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

I risvolti della crisi finanziaria del 2008 hanno avuto effetti politico-economici discordanti a livello globale. Negli USA e nell’Euro-zona le misure per arginare la crisi si sono tramutate in politiche di austerity, in particolare di taglio della spesa pubblica, messe in atto da governi moderati sia di centro-destra che di centro-sinistra. In controtendenza la svolta dell’America Latina a seguito dello scoppio della bolla finanziaria si era tradotto nella cosiddetta “Ondata Rossa”. Il rafforzamento e l’affermazione di nuovi governi socialisti erano stati le risposte che il popolo latinoamericano aveva scelto per far fronte ad un sistema economico che si avviava al collasso.

Ad oggi, si può oggettivamente constatare che le attese sono state deluse, nel momento in cui il continente sud americano sprofonda in una grave crisi politica, economica e istituzionale. La flessione della produzione globale in seguito alla crisi, ha generato una contrazione sia della domanda interna che degli export, con la conseguente svalutazione della moneta, indotta dalla decisione delle banche centrali nazionali di stampare nuova valuta. L’inevitabile effetto dell’inflazione si è quindi manifestato, mettendo in ginocchio le economie latinoamericane.

Il Venezuela rappresenta un caso empirico, con un’inflazione, secondo i dati della Banca Mondiale e del FMI, vicino all’800%. La crisi dell’export va a minare il suo principale settore produttivo, quello petrolifero, già compromesso dalla crisi dei prezzi del greggio del 2014. Ne scaturisce un quadro allarmante, dove il PIL Venezuelano, segna una contrazione del 8% nel 2016. Le cause della crisi venezuelana hanno fattori sia interni che esterni. Il presidente Maduro ereditò già da Chávez una situazione di crisi che si protraeva da 15 anni, derivata dall’indebitamento pubblico per sostenere le politiche del walfare. Nonostante l’era chavista contribuì in modo importante alla riduzione della povertà, all’investimento nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella sanità, la crisi economica del 2008 incrinò la già precaria situazione. Il Venezuela aveva un’alta domanda interna di beni, grazie alle rendite petrolifere, così invece di produrre beni internamente l’importava. Quando la crisi smorzò la produzione, i prezzi dei beni importati subirono un forte incremento, che ha portato all’attuale e drammatica condizione di iperinflazione.

Dal punto di vista politico, il presidente venezuelano Maduro ha attirato feroci critiche circa la sua intenzione di rovesciare le istituzioni tramite la nomina di esponenti del partito ai vertici dell’apparato statale e burocratico. Poco prima della sua nomina a presidente, sostituì 13 dei 32 giudici della Corte Costituzionale, ponendo sotto l’egida del governo anche parte del potere giudiziario. Ad aggravare la sua posizione, l’accusa di Wall Street di truccare i bilanci per nascondere la disastrosa situazione dei conti pubblici. Lo scandalo familiare, che vede due nipoti di Maduro arrestati per il possesso di 800Kg di cocaina, va a lenire la sua figura personale e il proprio consenso popolare. Le elezioni di dicembre hanno decretato la sconfitta del partito del presidente, consegnando alle opposizioni 2/3 del parlamento. La nuova formazione parlamentare è già a lavoro per indire un referendum di revoca presidenziale nei confronti di Maduro.

Il Brasile patisce la medesima situazione venezuelana, affrontando la peggior crisi economica degli ultimi 25 anni. I prezzi delle materie prime vanno a picco, considerando che l’esportazione di beni costituisce il 45% delle rendite commerciali, il riflesso sull’economia reale è drammatico, che segna un -3,8% nel 2015. L’inflazione si attesta al 9%, mentre secondo la Barclays, il rapporto Deficit/PIL potrebbe toccare quota 93% nel 2019. Il paese vive il più grande scandalo di corruzione della sua storia, che coinvolge 700 alti funzionari statali, di cui 300 parlamentari su 500. Si intrecciano due inchieste giudiziarie: la prima legata allo scandalo Petrobras (la più grande compagnia petrolifera del Brasile a maggioranza pubblica) per un esteso giro di tangenti; la seconda fa capo direttamente alla presidentessa brasiliana Dilma Rousseff (Partito del Lavoratori) rea di aver truccato i bilanci statali. Il parlamento ha avviato la procedura di impeachment, che sarà al vaglio del Senato in agosto. Anche l’ex presidente brasiliano Lula da Silva, mentore politico della Rousseff, è stato investito dallo scandalo corruzione e riciclaggio di denaro. Il tentativo della Presidente di sottrarre Lula alla giustizia, nominandolo Capo di Gabinetto del suo governo, è stata bloccato dalla Corte Suprema Brasiliana, avviando così quello che si preannuncia essere un duro scontro tra potere esecutivo e giudiziario.

L’Argentina, che dopo la dichiarazione di default del 2001 si era faticosamente ripresa grazie alla crescente domanda asiatica nel settore agroalimentare, è piombata nuovamente nel caos economico. Nel 2014 viene nuovamente emanato lo stato di default nazionale, con una crescita del PIL vicina allo 0,4%, un deficit di bilancio all’8% e un’inflazione che oltrepassa il 300%. Ad oggi la nazione vive un sovvertimento politico quasi storico. Dopo 20 anni di governo peronista, di cui un decennio in mano alla potentissima presidente Kirchner, le elezioni di novembre hanno portato alla presidenza Mauricio Macri, conservatore proveniente dal mondo dell’imprenditoria. Nel suo programma, il neo-presidente è pronto ad attuare politiche neoliberiste di svalutazione della moneta, liberalizzazione dei tassi di cambio, del commercio e delle tariffe energetiche, l’aumento dei tassi d’interesse, ed una contrazione della spesa pubblica attraverso licenziamenti statali. Queste politiche, seppur impopolari, hanno convinto l’elettorato da un cambio di rotta governativo, in particolar modo sui temi di politica economica per fronteggiare la crisi.

La Bolivia contrariamente al resto del continente, vive una condizione maggiormente positiva. Il presidente socialista Evo Morales, è riuscito nel corso delle sue 3 legislature a diminuire la povertà del 25% e l’estrema povertà del 43%. Ha inoltre aumentato il salario minimo reale del 87% ricevendo il plauso della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Ha tuttavia ricevuto forti critiche per la sua decisione di abbassare l’età minima lavorativa a 10 anni, provocando la protesta delle associazioni per i diritti umani e del sindacato dei bambini boliviani. Il consenso popolare di Morales è stato recentemente eroso da uno scandalo personale, legato ad un’ex amante. La donna infatti, a capo di un importante impresa ingegneristica cinese, ha ottenuto appalti dal governo boliviano per un valore di mezzo miliardo di dollari. Un’altra importante sconfitta per Morales è stata quella del referendum di revisione costituzionale, che gli avrebbe garantito la possibilità di candidarsi per un quarto mandato. Con il 63,5% dei voti validi per il no, il presidente concluderà il suo terzo ed ultimo mandato nel 2019.

L’affossamento dell’economia latinoamericana va tuttavia analizzata con due chiavi di lettura. Le politiche economiche socialiste hanno sempre puntato ad un ingente impiego della spesa pubblica, anche durante gli anni della crisi. Se da un lato i costosi programmi assistenziali e sociali della sinistra hanno mitigato l’impatto sociale della crisi economica sulla popolazione, dall’altra hanno fortemente intaccato i bilanci pubblici, incrementando i debiti nazionali. Nel contesto latinoamericano, il Brasile si fa caposaldo di queste politiche. Basti pensare che nel 2014 il governo è riuscito a ridurre la povertà del 55% e l’estrema povertà del 65%. Il salario minimo è stato raddoppiato e la disoccupazione ha toccato il suo minimo storico al 4,8%. Risultati che possono sembrare paradossali, dal momento che il Brasile è ufficialmente in recessione. Nel 2013 il quadro macroeconomico generale della regione latinoamericana dava il tasso di povertà diminuito dal 44% al 28%, per la prima volta dopo un ventennio.

La vittoria di Macri in Argentina, la messa in stato di accusa di Maduro in Venezuela, che potrebbe essere destituito, l’impeachment della Rousseff in Brasile e la perdita del referendum di Morales in Bolivia, sono i segnali di un forte indebolimento della sinistra latinoamericana, non solo a causa della malriuscita gestione della crisi economica, ma anche dagli scandali giudiziari e conflitti istituzionali che hanno generato. La svolta a destra che sta interessando il continente, potrebbe rappresentare il capolinea della sinistra.

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