La gemma del potere: la tratta dei diamanti in Africa

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Fonte: Chris Hondros/Getty Images

*articolo a cura di Annaclara Mezzopera, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il continente africano è, senza ombra di dubbio, il maggior produttore di diamanti al mondo. Si stima che il valore prodotto da queste pietre preziose superi i 150 miliardi di dollari solo in Africa. Nonostante il primato, la Russia ha recentemente scoperto un’importante giacimento in Siberia, dando vita ad una sorta di competizione tra il continente africano e quello euro-asiatico.

La principale società che si occupa di estrazione di diamanti in Africa è la De Beers, stabilitasi in Sud Africa alla fine dell’800 e fino a pochi decenni fa monopolista nel mercato dei diamanti. Fino agli anni Novanta, infatti, deteneva più del 90% delle quote di mercato mentre oggi invece il 22%, superata dalla russa Alrosa (27%). Negli ultimi mesi, però, si è registrata una forte flessione nelle vendite dovuta, in parte, al rallentamento economico della Cina che ha comportato stress nell’intero sistema economico mondiale. Infatti, i ricavati al lordo degli oneri fiscali e degli interessi nel 2015 si attestavano a 571 milioni di dollari, il 58% in meno del 2014. Tutto ciò ha comportato una diminuzione del 39% del volume totale di vendite della società.

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Fonte: Financial Times

Congiuntamente ai progetti lavorativi la società ha investito in diversi settori nevralgici del Paese. Nel 2015, per esempio, sono stati destinati più di 260 mila dollari nella costruzione di un acquedotto nella città di Jwaneng. Nonostante la contrazione nel bilancio della De Beers l’azienda è molto attiva in Botswana e nel tempo ha avviato dei progetti di ampio respiro sia a livello sociale che economico. Diverse sono le iniziative per coinvolgere la comunità locale in progetti di formazione lavorativa nelle miniere di diamanti per creare un’ambiente coeso ed equo che promuove stabilità ai lavoratori e alla stessa De Beers.

Lo scenario economico e sociale del continente africano in merito al commercio dei diamanti assume, in realtà, sfacciettature molto complesse, in cui l’illegalità si è diffusa a macchia d’olio.

La compravendita criminosa di queste pietre preziose si è diffusa per diversi motivi. In primis perché i diamanti sono una materia prima molto presente nel continente africano. Inoltre rappresenta una delle più importanti voci di spesa e guadagno dei guerriglieri che usano il diamante come finanziamento per le loro operazioni militari. In questo senso, molto comune è la pratica di estrazione illegale a opera di minori, i cosiddetti “bambini soldato”, che vengono addestrati per la lavorazione e per la successiva vendita del materiale per fini bellici.

Il contrabbando dei diamanti si concentra soprattutto in Sierra Leone, Angola e Zimbabwe dove queste gemme sono tristemente conosciute come “diamanti di guerra”, in quanto sono estratte in zone di conflitto e vendute clandestinamente per poter finanziare i signori della guerra africani. Tale definizione è stata coniata a partire dagli anni Novanta quando la comunità internazionale, in particolare le Nazioni Unite, hanno autorizzato una risoluzione, la prima di questo genere contro l’Angola, sanzionando e vietando il commercio di diamanti provenienti dal Paese. Durante la guerra civile angolana, infatti, il mercato illegale dei diamanti finanziava oltre il 20% del conflitto.

Come l’Angola, anche la Liberia, la Costa d’Avorio e il Congo, negli stessi anni, si autofinanziavano attraverso i “diamanti insaguinati”.

La risoluzione delle Nazioni Unite ha dato il via ad una serie di provvedimenti internazionali per monitorare la situazione in Africa Centrale. In particolare, oggi, il commercio di questa materia prima è controllato dal Kimberley Process, un sistema di certificazioni, nato nel 2000, per tutti i paesi produttori di diamanti che devono dimostrare che il materiale non proviene da zone di conflitto e quindi rendere tracciabile l’origine delle pietre ai compratori.

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Fonte: Centro Ricerche Gemmologiche

Grazie alla rete di cooperazione tra gli Stati occidentali e africani, la tratta illegale dei diamanti ha subito un’arresto a partire dal 2003. In particolare, nel 2012, l’ex presidente liberiano Charles Taylor è stato accusato di aver abusato del suo potere per ottenere il controllo della Sierra Leone al fine di sfruttare i commerci di diamanti durante la guerra civile. Questo è uno degli esempi di come sia facile che la politica e l’economia si intreccino in un vortice di illegalità e corruzione dove l’interesse economico e personale viene prima dei diritti umani e sociali.

Un’altra iniziativa è il World Diamond Council che coordina e protegge la compravendita legale dei diamanti nel mondo. Alla Conferenza Annuale del 2015, l’Assemblea Generale ha votato all’unanimità l’esigenza di produrre un Piano di Comunicazione per rafforzare il ruolo dell’Ente come principale voce economica nel settore diamantifero e soluzione ai conflitti ad esso correlati nel continente africano.

La comunità internazionale si è mossa in favore di provvedimenti di varia natura per stimolare un mercato equo, legale e trasparente che per tanti anni è stato controllato dalla criminalità. È pur vero, però, che le misure da adottare sono ancora tante. In primis, urge una maggiore sensibilizzazione della popolazione e delle imprese che operano nel territorio. In secondo luogo, sarebbe necessario rafforzare le pene a tutti i soggetti che violano le direttive in materia. Questo perché il commercio illegale di diamanti per finanziare le guerre porta dietro di sé solo morte e atrocità.

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