La Mezzaluna d’Oro conquista la Russia e l’Europa con il mercato degli oppiacei

oppiacei

*articolo a cura di Andrea Biasini, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il traffico di stupefacenti è da sempre ritenuto materia sensibile per la regolamentazione delle relazioni fra Stati e un pilastro fondamentale del “black market” a livello internazionale. Nella geopolitica eurasiatica della droga, a giocare un ruolo principale sono gli Stati del sud ovest asiatico e del Medio Oriente che attraverso le rotte del Caucaso e dei Balcani riescono ad accedere a mercati russi ed europei con maggiore facilità, in parte grazie alla porosità dei confini nazionali, emersa durante i conflitti che per molto tempo hanno colpito queste aree. Per quanto riguarda il traffico di oppiacei, l’Afghanistan detiene il primato di maggiore produttore a livello mondiale grazie alle sue estese coltivazioni di papaveri che costituiscono la materia prima da cui vengono ricavati l’oppio, l’eroina e varie morfine. Pur non richiamando i principali aspetti di questo primato, che vede l’Afghanistan produrre più del 70% dell’oppio a livello mondiale, l’ultimo rapporto della commissione antidroga dell’ONU (UNODC) indica alcuni importanti cambiamenti. Infatti si registra un notevole declino della produzione di oppio nell’Helemand ed altre regioni del Sud che insieme ad altre importanti coltivazioni nell’ovest del paese ricoprono quasi l’80% della produzione nazionale. Se infatti rispetto al 2014 la produzione netta di oppio è diminuita del 19%, si rileva una maggiore presenza di coltivazioni di papaveri nelle regioni centrali (+ 38%) e settentrionali (+ 154%) del paese.

Un dato che la stessa indagine ricollega alle sfavorevoli condizioni climatiche ed alle deteriorate condizioni di sicurezza dovute per lo più ai numerosi attentati che si sono susseguiti su tutto il territorio nazionale, in seguito alla minacciosa avanzata dei talebani che dal 2001 combattono contro le forze occidentali. Se durante il governo dei talebani negli anni 90 la produzione d’oppio era limitata in quanto non conforme ai precetti islamici, dal 2003 in poi si registra una notevole impennata della produzione di oppiacei, che tutt’ora costituisce la maggiore fonte di guadagno per gli insorti. Secondo l’UNODC il valore della produzione di oppio si attesta intorno ai 3 miliardi di dollari e viene per lo più gestito dai talebani e trafficanti di droga, in parte dovuta alla complicità dei singoli governatori locali. Quest’ultimi impongono una tassa di 5000 rupie pakistane per ogni ettaro di terreno destinato alla coltivazione dei papaveri d’oppio e situato nel distretto da loro controllati. I talebani invece riscuotono una tassa islamica (“Ushir”) e durante il periodo di raccolta cercano di aumentare il numero di reclute attraverso il coinvolgimento dei braccianti o di soggetti frustrati dalle scarse opportunità di lavoro. Tuttavia bisogna notare come il tasso di disoccupazione non sia un dato da collegare direttamente al livello di povertà che colpisce quasi il 36% dell’intera popolazione. Infatti secondo le analisi della Banca Mondiale l’86% della popolazione rurale, costituita per lo più da un’ampia schiera di coltivatori autonomi, riversa in condizioni precarie di lavoro o ai limiti della sussistenza. In questo modo i programmi di eradicazione diretta delle piantagioni, sovvenzionati per lo più dagli Stati Uniti, si rivelano dannosi per la maggior parte della popolazione contadina, prevalentemente di etnia Pashtun, e inutili per la lotta al terrorismo islamico che continua ad alimentarsi con il traffico di droga.

I carichi di stupefacenti seguono un percorso che attraversa la Repubblica islamica dell’Iran e giunge in Turchia, per poi arrivare in Europa attraverso tre principali rotte balcaniche: quella settentrionale che dalla Bulgaria passando per la Romania giunge in Ungheria fino ad approdare ai paesi dell’Est Europa; quella centrale che dalla Bulgaria giunge in Slovenia attraverso Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia, fino a toccare l’Austria o il nord Italia; e una rotta meridionale che dalla Grecia passando per l’Albania giunge in Italia principalmente via mare, a bordo dei traghetti. Considerando che la “brown heroine” di origine afghana è la tipologia di oppiaceo più diffusa in Europa, secondo il World Drug Report dell’UNODC, la maggior parte dell’eroina che ha lasciato l’Afghanistan nel periodo 2009-2012 è stata quasi interamente smerciata attraverso queste rotte. Si registra infatti, che lungo questi tragitti siano state confiscate più di 48 tonnellate di eroina e morfine che altrimenti avrebbero avuto piena circolazione nei mercati europei, i quali per due terzi sono sostenuti dalle domande interne di 4 principali paesi: Germania, Italia, Francia e Regno Unito. Per quest’ultimo la National Crime Agency (NCA) segnala come annualmente vengano importate  nello Stato dalle 18 alle 23 tonnellate di eroina, in parte attraverso la via dei Balcani ma soprattutto tramite voli diretti che dal Pakistan giungono sul territorio britannico, da dove parte del carico  viene spedito in direzione della Francia e dell’ Olanda.

In Italia il valore di questo traffico si attesta intorno ai due miliardi di dollari e si alimenta attraverso i continui carichi che dall’Albania raggiungono l’Italia lungo le coste adriatiche. Secondo Europol, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione in materia di polizia e sicurezza, le organizzazioni criminali turche, albanesi e di lingua pakistana ricoprono un ruolo fondamentale per il trasporto e la produzione in loco della droga stessa. Nel solo 2014 la Turchia ha effettuato infatti un sequestro di stupefacenti per un ammontare superiore a quello di tutti i paesi dell’Unione e ha smantellato due grandi laboratori per la produzione di oppiacei ed eroina, provvedendo oltretutto ad inasprire le pene per i reati legati al consumo e traffico di droga. Sebbene infatti gran parte di queste sostanze derivino dall’oppio coltivato in Afghanistan, la loro produzione e lavorazione avviene principalmente in altri paesi del sud-ovest asiatico e del medio oriente. Secondo  Nazioni Unite, è significativa la quantità di droga intercettata nel Golfo Persico e nei Paesi del Medio Oriente che mostrano una maggiore capacità non solo nel trasporto ma anche nella sintesi degli oppiacei: un esempio è data dalla sempre più frequente  conversione delle morfine in eroina attraverso la combinazione dell’anidride acetica, che ha visto vertiginosamente scendere il proprio prezzo in seguito al boom del consumo dell’eroina nel 2007-2008.

Ma dai Paesi della Mezza Luna d’Oro (Afghanistan, Iran e Pakistan) il traffico di oppiacei raggiunge soprattutto la Federazione russa attraverso i paesi del Caucaso meridionale oppure seguendo una rotta settentrionale che dall’Uzbekistan e Tajikistan, approda direttamente sul territorio russo, attraverso il Kazakhstan oppure passando per il Mar Caspio. Considerando che più del 6% della popolazione russa fa uso di droghe, con 9 milioni di consumatori abituali, la Russia si attesta come primo paese dove si ha il maggior consumo pro capite di oppiacei e dove, secondo il Dipartimento di Stato americano, si stima un consumo annuo di 75 tonnellate di eroina. Tuttavia bisogna notare come la droga giunga nei paesi del sud Caucaso, grazie anche alla spinta di gruppi di terroristi fedeli a Daesh, presenti in Siria ed Iraq al confine con la Turchia e che, secondo le autorità russe, ha portato all’Isis profitti per un valore complessivo di  150 miliardi di dollari. Un business, che insieme a quello delle anfetamine e del Captagon in Medio Oriente, ha per lungo tempo arricchito il Califfato. In questo modo non sarebbe da escludere nemmeno la complicità tra i trafficanti e membri dell’Emirato del Nord Caucaso, organizzazione terroristica che ha giurato la propria fedeltà a l’Isis e che potrebbe veicolare il transito di oppiacei provenienti da Azerbaijan e Georgia. Generalmente le rotte seguite dai trafficanti di droga arrivano fino all’Abkhazia o l’Ossezia del Sud, oppure partono dal porto di Poti o di Batumi, nella regione autonoma dell’Adjara, che attraversando il mar Nero permette loro di raggiungere facilmente la Romania e l’Ucraina.

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