La politica estera di Hillary Clinton e Donald Trump

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*articolo a cura di Lorenzo Maria Bruno, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Le primarie presidenziali hanno monopolizzato la politica americana per diversi mesi. Sono iniziate con la prima votazione tenutasi in Iowa il primo febbraio e sono terminate a Washington D.C. il 14 giugno. Le primarie hanno visto vincitori, e quindi candidati alla presidenza, il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton. La vittoria del magnate newyorkese è stata più agevole rispetto a quella della Clinton dato il ritiro di tutti i candidati che competevano contro di lui: Ted Cruz, in seguito alla dura sconfitta che ha subito in Indiana, Marco Rubio dopo la sconfitta in Florida e quella di John Kasich. La Clinton invece ha dovuto affrontare una difficilissima “lotta” contro il candidato Bernie Sanders, senatore dello stato del Vermont, che solo dopo la sconfitta in California ha dichiarato pubblicamente il suo sostegno alla Clinton. L’endorsement per la Clinton arriva anche dall’attuale Presidente Barack Obama che, in un video pubblicato il 9 giugno, annuncia il suo appoggio alla candidata, sostenendo anche come sia il candidato ideale alla Casa Bianca.

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La battaglia portata avanti fra Trump e Clinton è stata combattuta “senza esclusione di colpi” soprattutto da parte del candidato repubblicano, più propenso a manovre che suscitino grande clamore tra la stampa e incline sempre più ad andare controcorrente: ultimo in ordine di tempo è stato un messaggio – poi subito rimosso – pubblicato sul social network Twitter dove il tycoon accusa la Clinton di essere “il candidato più corrotto di sempre”, mostrando in primo piano il volto della candidata democratica su uno sfondo pieno di banconote accanto alla stella di David a sei punte.

Il punto sul quale i due candidati si sono soffermati in maniera assidua è stato il tema riguardante la politica estera, e quindi il ruolo che deve essere svolto dagli Stati Uniti nei prossimi quattro di presidenza.

Tutta la campagna elettorale di Trump è stata innestata sullo slogan del “Make America Great Again” (“Rendiamo l’America grande ancora”, già precedentemente utilizzato da Ronald Reagan negli anni ’80). Nel mese di aprile, a Washington, Donald Trump ha tenuto un discorso all’Hotel Mayflower riguardante esclusivamente la politica estera che vorrebbe perseguire nel caso dovesse diventare il 45° presidente statunitense. Trump ritiene che i problemi in Medio Oriente nascano da un errore di concetto, ossia dalla volontà di voler necessariamente esportare la democrazia e di proiettare la propria egemonia all’estero. È necessario inoltre “togliere la ruggine” a una politica estera che è fallita insieme al fallimento dei due mandati di Obama. Le proposte del tycoon riguardano un aumento significativo delle spese militari e un contemporaneo disimpegno dei soldati statunitensi da diverse zone del mondo. Trump ha inoltre criticato fortemente, come accennato poc’anzi, la politica estera perseguita dall’amministrazione Obama che nel 2011 ha riscontrato il fallimento della missione delle truppe NATO in Libia. Il dito è sempre puntato contro Obama accusato di aver teso la mano all’Iran che tornerà, tolte le sanzioni, a ricoprire un ruolo di primo piano nel contesto geopolitico medio-orientale. Rincara la dose scagliandosi contro la NATO nella quale individua dei problemi prevalentemente di natura finanziaria in virtù del fatto che gli Stati Uniti pagano “una quota sproporzionata” finendo per “aiutare molto più gli altri stati a danno degli Stati Uniti”. Queste affermazioni lo porteranno a definire la NATO come un’organizzazione ormai “ingiusta”. Dichiarerà invece che con Russia e Cina si deve necessariamente trattare, soprattutto nei confronti di Mosca verso la quale effettua un’apertura sostenendo che le tensioni possono e devono essere allentate. Proprio questa apertura, che Trump effettua nei confronti della Russia, fa sì che lo stesso Putin elogi il magnate definendolo come un “uomo in gamba” e dicendo di aver “accolto con grande piacere” ciò che il candidato repubblicano ha detto e si è dichiarato pronto a ristabilire piene relazioni tra Russia e Stati Uniti. Priorità sono anche quelle di aumentare il numero delle truppe statunitensi, delle navi, degli aerei e contestualmente ampliare anche l’arsenale nucleare. Nulla ha detto riguardo alla costruzione, paventata precedentemente, di un muro al confine tra Messico e Stati Uniti, che nelle sue intenzioni dovrebbe bloccare gli immigrati che entrano illegalmente in territorio americano.

La politica estera della Clinton è volta al perseguimento di obiettivi che costituiranno un parziale continuum con quelli portati avanti da Obama i quali erano finalizzati all’interventismo e al consolidamento del ruolo egemone degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali. L’ex Segretario di Stato, ruolo che la Clinton ha ricoperto durante i primi quattro anni di presidenza Obama, ha criticato fortemente Trump in un discorso tenuto alla Stanford University nei riguardi della sua apertura alla Russia. La Clinton, infatti, si fa promotrice di una “offensiva di intelligence” per raccogliere dati sullo Stato Islamico, in collaborazione con le società della Silicon Valley. Non perde l’occasione per scagliarsi nuovamente contro il candidato repubblicano che dichiara di voler costruire i “muri” al confine statunitense. Iniziativa inutile, secondo la democratica, in quanto la radicalizzazione e il reclutamento da parte dell’IS avviene anche, e soprattutto, tramite il web. La Clinton ha contestato la proposta di Trump atta a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti all’interno della NATO, specie a causa della percezione che i Paesi europei potrebbero avere nei confronti di Washington. Inoltre, la candidata del Partito Democratico ha ribadito la necessità di nuove sanzioni verso l’Iran, così come la permanenza e il rafforzamento degli Stati Uniti all’interno della NATO. Un altro elemento importante della politica estera della Clinton è il citato sostegno ad Israele, tanto che l’ex segretario di Stato ha criticato le recenti politiche tendenzialmente filo-palestinesi dell’amministrazione Obama

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