La Turchia nell’analisi delle relazioni internazionali

TOPSHOTS This picture released on March 24, 2014 shows supporters of Turkey's Prime Minister cheering and waving Turkish and AK Party (AKP) flags during an election rally in Istanbul on March 23, 2014. Recep Tayyip Erdogan rallied hundreds of thousands of supporters on Sunday, dismissing accusations of intolerance by Western and domestic critics. "I don't care who it is. I'm not listening," he said to cheers. RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / TURKISH PRIME MINISTER PRESS OFFICE - KAYHAN OZER" NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTSKAYHAN OZER/AFP/Getty Images ORG XMIT:

*di Matia Sampietro Politologo e Giurista Internazionale

Mentre i media esaltano il tentativo fallito dei militari turchi di prendere il potere evidenziando il pugno di ferro imposto del Presidente Erdogan, le reti sociali si agitano alla ricerca di una risposta che possa spiegare i recenti fatti avvenuti ad Ankara e a Istanbul.
Al fine di fornire un’interpretazione credibile, disinteressata e obiettiva degli avvenimenti politici, il lavoro dell’analista è quello di procedere sempre con estrema cautela, pertanto è bene diffidare anche in questo caso dalle analisi  svolte nelle vicinanze dell’evento perchè ancora marchiate dalla saturazione di informazioni spesso errate.
Questo eccesso di informazione in gran parte è dovuto alla eccessiva semplificazione della soluzione proposta per la crisi turca senza considerare la sua complessa geopolítica regionale ed internazionale.

Premesso che la situazione geo-strategica della Turchia, membro NATO, è una tra le più complesse del panorama politico attuale, allo scopo di poter comprendere maggiormente il comportamento e le relazioni tra gli Stati, è opportuno ante omnia citare almeno due delle teorie che hanno avuto molto successo in relazione al sistema internazionale in cui ci troviamo e che possono offrire degli interessanti spunti di riflessione in merito ai recenti avvenimenti.

Secondo Huntington, che fu un politologo di fama internazionale oltreché professore di Scienze Politiche all’Eaton College e direttore della John M. Olin Institute for Strategic Studies dell’università di Harvard, l’attuale struttura del sistema internazionale non rientra nei tre modelli convenzionali (unipolare, bipolare e multipolare), ma in un sorta di ibrido definito mondo uni-multipolare con una superpotenza rappresentata dagli Stati Uniti, e varie potenze principali rappresentate dall’asse Tedesco-Francese in Europa, la Russia in Eurasia, la Cina e, in prospettiva, il Giappone, l’India, l’Iran, il Brasile, il Sud Africa e la Nigeria.

In questo mondo uni-multipolare disegnato da Huntington, date le differenze tra potere militare, potere economico e i vari centri di potere, essendo praticamente inevitabile la cooperazione tra di loro, si potrà osservare una riduzione dei conflitti tra la superpotenza e le varie potenze regionali, queste ultime considerate inevitabili in un mondo unipolare[1].

Jospeh Nye invece, attualmente professore alla Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, e fondatore insieme a Robert Keohane del paradigma transnazionalista poi battezzato come paradigma dell’interdipendenza complessa[2], immagina la distribuzione del potere come una partita a scacchi tridimensionale tra Stati e altri attori, in cui si posiziona nella parte superiore della scacchiera il potere militare detenuto dagli Stati Uniti delineante una struttura chiaramente unipolare essendo l’unico attore dotato di un arsenale di forze nucleari internazionali e con una capacità globale di distribuzione delle proprie forze strategiche; nella parte intermedia il potere economico è invece distribuito in modo più equilibrato tra Stati Uniti, UE, Giappone e i vari Paesi emergenti, di cui in particolare la Cina; mentre la parte inferiore si caratterizza per la presenza di tutte quelle relazioni transnazionali che attraversano tutte le frontiere trovandosi al di fuori del controllo statale come ad esempio le speculazioni finanziarie, internet o le reti terroristiche, il cui il potere resta disperso e per cui Nye ritiene sostanzialmente inutile parlare di unipolarità o di multipolarità[3].

Viste le considerazioni di Huntington e Nye sorge spontaneo chiedersi come sia possibile ridurre la complessa realtà che ci circonda ad assiomi semplicistici ed assoluti che nel campo delle relazioni internazionali non esistono.

Considerato quanto detto, è bene fare chiarezza sul regime politico che ha assunto la Turchia in questi anni.

Il regime politico della Turchia non è assolutamente una “dittatura” come spesso viene erroneamente affermato, e in Politica Comparata soprattutto in relazione alle ultime decadi la si è definita in tantissimi modi dipendendo dagli indicatori utilizzati anche a causa della continua presenza dei veto players e dei domini riservati (ovvero attori informali e formali con capacità di decisione e di influenza senza essere soggetti a responsabilità politica), oscillando sempre tra i vari tipi di un regime politico ibrido, ovvero quei regimi che si trovano a metà strada tra una democrazia piena in cui si celebrano elezioni periodiche e competitive in cui coloro i quali governano sono sempre soggetti a una responsabilità politica nell’esercizio delle loro funzioni, e un autoritarismo chiuso in cui non esistono i diritti politici e le libertà pubbliche in quanto non vi è uno Stato di Diritto.

La Turchia quindi in alcuni casi é stata classificata come una democrazia difettosa (flawed democracy), per cui si celebrano delle elezioni pluraliste ma non è stato ancora portato a termine il processo di consolidamento democratico per vari fattori come ad esempio una importante limitazione all’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali, mentre in altri casi come un regime politico autoritario pluralista che si caratterizza per la mancanza di autonomia delle istituzioni e l’assenza di contrappeso tra i poteri, una privazione sempre maggiore dei diritti e delle libertà pubbliche e per una competenza politica limitata[4].

In riferimento all’intervento dei militari negli affari interni della Turchia, bisogna doverosamente ricordare che è sempre stata una costante nella sua storia, e quello del 15 luglio 2016 fu il sesto intervento dalla sua fondazione come Repubblica nel 1923 (tentativi compresi)[5].

La domanda da porsi per un analista político è: Cosa porterà questo ultimo intervento fallito dei militari in Turchia?

Potremmo assistere ad una maggiore democrazia oppure ad un retrocesso del processo di consolidamento democrático.

La sempre maggiore mancanza di equilibrio istituzionale, il deterioramento delle istituzioni rappresentative, le recenti epurazioni, la proclamazione dello stato di emergenza e la conseguente sospensione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dovuta alla repressione e alla crisi politica spingono sempre di più il regime politico turco verso un tipo di autoritarismo che si allontana dal processo di consolidamento democratico intrapreso dalla Turchia da oltre un decennio.

Tutto questo sicuramente rafforzerà la leadership di Erdogan il cui principale obiettivo è modificare la Costituzione e la conversione dell’attuale sistema parlamentare turco in un sistema presidenziale oltreché dare una ripulita all’attuale mondo militare.

 

 

Note:

[1] Samuel P. Huntigton, The Lonely Superpower, Foreign Affairs, vol. 78, n. 2, marzo-aprile 1999.

[2] Lo Stato non è più un attore esclusivo nel sistema internazionale, ma entra in competizione con una serie di altri attori come per esempio le organizzazioni internazionali, le multinazionali, le ONG o gli individui; Robert O Keohane e Joseph S. Nye, Power and Interdipendence, World Politics in Transition, Little Brown and Company, Boston, 1977.

[3] Joseph S. Nye, The Paradox of American Power. Why the Worlds Only Superpower Cant Go it Alone, Oxford University Press, 2002.

[4] Secondo gli indicatori di Freedom House, The Economist, Policy Project, Bertelsmann Transformation Index e International Institute for Democracy and Electoral Assistance.

[5] Nel 1960 misero fine alla I Repubblica; il cd. Pronunciamento del 1970; nel 1980 misero fine alla II Repubblica, il cd. “Golpe Postmoderno” del 1997 e il cd. “Golpe Virtuale” del 2007.

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