Il leader carismatico. Tra democrazia e autoritarismo nel XXI secolo

autoritarismo

*articolo a cura di Annaclara Mezzopera, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

“Il dominio è la situazione in cui un comando specifico da parte del detentore del dominio produce l’obbedienza dei dominati come se questi avessero, per loro stesso volere, assunto il contenuto del comando per massima del loro agire.Lo specifico principio di legittimità del dominio carismatico è il Carisma. Il rapporto di dominio viene giustificato dalle qualità fuori dell’ordinario del detentore dell’autorità, che viene ritenuto dotato di virtù eccezionali oppure inviato da Dio.”

Era Weber, per la prima volta nel XX secolo, a definire il concetto di leader carismatico: una figura fuori dall’ordinario, il cui potere è legittimato sulla base delle eccezionali qualità personali che ispirano lealtà e obbedienza tra i seguaci.

Se in passato la figura del leader carismatico assumeva una connotazione positiva, quasi di elogio di una posizione di status sociale alta ma difficile, nel tempo è mutata fino a confondere, o sovrapporre, la figura del leader autoritario con quello carismatico. Il cambiamento è di natura prettamente sociale e politica e va di pari passo con la storia. Il Novecento, senza dubbio, rappresenta questo fenomeno così complesso. Stalin, Mussolini e Hitler sono tre esempi estremamente diversi,ma comunque emblematici, della sovrapposizione del leader carismatico a quello autoritario. Il carisma diventa strumento necessario per accaparrarsi consenso e i voti tra la popolazione e per rendere la figura della persona il più esemplare e affascinante possibile, l’autoritarismo è la diretta conseguenza della presa di potere che comporta, in seconda istanza, una serie di misure repressive al fine di mantenere la propria posizione di privilegio. Famosi sono i discorsi di Mussolini dal balcone di Piazza Venezia dove la sua oratoria veniva apprezzata dalla popolazione in procinto di combattere la Seconda Guerra Mondiale. La figura distaccata, ma al tempo stesso decisa, di Hitler fu uno dei lasciapassare decisivi per vincere le elezioni in Germania nel 1934 e da lì in poi elemento essenziale per mantenere la guida del potere. Stalin fece della sua immagine la propaganda sovietica in Russia,Bulgaria e Romani e gli permise di salvaguardare il suo status per molti decenni, avviando politiche di repressione dell’opposizione con ogni metodo disponibile.

Quello che effettivamente si evidenzia è la ormai labile distinzione tra il leader carismatico di Weber e il leader autoritario dei nostri giorni. Ciò che più spesso si verifica è che il primo è essenza stessa del secondo.

Oggi il fenomeno si diffonde in maniera più latente perché mascherato dalla necessità di riflettere una figura politica democratica e vicina alle esigenze del proprio Stato ed evitare controversie con gli altri Paesi. Alcuni esempi contemporanei potrebbero chiarire questo comportamento.

Recep Tayyip Erdogan, l’attuale Presidente della Turchia, al centro delle vicende delle ultime 48 ore,  fonda l’ Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito per la Giustizia e lo sviluppo, di ispirazione islamico-conservatrice. E’ stato sindaco di Istambul prima di essere arrestato nel 1998 per incitamento allodio religioso, leggendo pubblicamente i versi dello scrittore e sociologo turco Ziya Gökalp. Nel 2003 vince le elezioni con l’AKP e diventa Primo Ministro del Paese, portando avanti con forza la richiesta di ingresso nell’Unione Europea e avviando politiche economiche di ampio respiro come l’apertura commerciale agli “acerrimi” nemici storici della Turchia, come Russia, Area balcanica e Stati Uniti. Dall’altro lato, nonostante l’impegno nel recepire il cosiddetto aquis communitaire, ossia l’insieme di principi e doveri che ogni Stato membro dell’Unione Europea deve rispettare, il Presidente ha adottato una linea politica conservatrice,in linea con i dettami del partito fondato decenni prima, in cui la gestione dell’ordine pubblico avviene attraverso misure autoritarie che molto spesso violano i più basilari e primari diritti dell’uomo.

Molti credono che Erdogan attui una politica doppiogiochista dove la forza è il principale strumento di salvaguardia del potere e del controllo del Paese,guardando al nemico a volte come alleato, tutto per un proprio tornaconto personale.

Il colpo di Stato avvenuto lo scorso 15 luglio è la prova schiacciante della linea politica adottata da Erdogan. Il tentativo, poi fallito e represso la mattina del 16 luglio, non fa altro che sottolineare il modus operandi di un Presidente che del carisma ha fatto la sua arma e, con essa, reprime ogni possibile fonte di opposizione con mezzi e strumenti atroci,come la decisione di decapitare i militari golpisti sul ponte del Bosforo e incarcerare un più di 3000 giudici. Insieme a questi atti di violenza, il Presidente ha espresso la necessità di usare anche la pena di morte contro gli oppositori. Ciò che sorprende è che, alla richiesta  di scendere in piazza e combattere gli oppositori, la popolazione ha reagito all’ordine carismatico del Presidente, considerato dall’Occidente un leader oppressivo e autoritario. Evidentemente la sua leadership porta i suoi frutti: uno degli elementi fondamentali per un’autorità carismatica è il consenso del proprio popolo, pronto a tutto pur di seguirlo, soprattutto in nome della sicurezza nazionale.

Un altro esempio odierno di leadership carismatica è sicuramente quella del Primo Ministro ungherese. Orban, il Premier dell’Ungheria, leader dell’Alleanza dei giovani democratici, “Fidesz”, nelle elezioni del 2014 vince con il 44,5% dei voti. Non è ben visto né da Bruxelles né dalla Cancelliera Merkel per aver limitato la libertà di stampa, riformato il sistema giudiziario a suo favore, cambiato la Costituzione e la legge elettorale. Tutto ciò per assicurarsi un maggior potere al Governo. Nato quando ancora esisteva l’URSS, è sempre stato un forte sostenitore anticomunista ma nel tempo la sua figura si è arricchita di connotati sempre più complessi, come la lotta personale al regime globale dei grandi capitalisti e banchieri europei, simbolo dell’Unione Europea e dei diktat di Bruxelles. Se però la propaganda contro la troika fu la sua principale fonte di consensi, dall’altra il Premier ha un forte sostegno dal Fondo Monetario Internazionale, che registra con soddisfazione i risultati economici portati avanti dall’Ungheria negli ultimi 3 anni. La politica di Orban è certamente controversa e contraddittoria ai più, ma un’analisi più approfondita rileva la necessità del Primo Ministro di dover creare una rete di contatti e accordi più ampia possibile per consolidare la sua figura di leader carismatico e vittorioso. Il nazionalismo del Premier lo ha portato a diffidare dei russi ma, allo stesso tempo, diventa fondamentale stipulare più accordi commerciali ed economici possibile, anche con la stessa Russia, con la quale si è avviato un progetto di costruzione di due centrali nucleari nel sud della Budapest. Nonostante Orban venga visto come un Presidente autoritario che controbatte alla crisi dell’immigrazione con muri e soldati, i suoi sostenitori  precisano che l’Ungheria è una democrazia,al contrario di Paesi come Russia e Cina.

Infine Putin, il Presidente russo. Il Capo del Cremlino è stato rieletto nel 2012 ma fa parte del panorama politico russo da quasi venti anni. Oggi la leadership russa è la prima in materia militare e politica nel combattere lo Stato Islamico, nonostante le controverse alleanze che il Presidente ha avviato e sta avviando con leader discussi come Assad. Putin firma accordi con Stati Uniti, Francia, Germania: da protocolli ambientali a scambi commerciali. E’ inoltre riuscito a riavviare una comunicazione meno aspra con il Presidente turco in materia nucleare ed economica. Se in politica estera la leadership di Putin è forte e presente, dall’altra il suo carisma si traduce in un controllo completo della politica interna. Il sistema giuridico è stato plasmato a suo vantaggio tanto che i poteri del Presidente russo sono sostanzialmente illimitati. Se agli occhi internazionali le scelte in materia di politica estera sono volte verso una più ampia cooperazione tra Stati, dall’altra la Russia continua a rimanere uno dei paesi con più alta diseguaglianza sociale.

I tre leader hanno assunto un eco così internazionale tanto che si parla più spesso di dottrine politiche. Le loro leadership devono essere in parte monitorate perché, parte importante del loro futuro, dipende dalle riforme in materia di diritti umani, soprattutto per la Turchia che ha avviato il procedimento di integrazione europea e per l’Ungheria che ancora è priva di un valido sistema di welfare e assistenza sociale. La Russia dovrà necessariamente concentrarsi su una maggiore attenzione alle esigenze interne della popolazione e forse, un cambiamento futuro del proprio leader potrebbe portare rinnovamento all’intero sistema.

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