Messico: sicurezza a due velocità

Messico

*articolo a cura di Simone Alba, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

 Il Messico sta vivendo una profonda spaccatura sociale, che lo porta a mostrarsi come un Paese pieno di contraddizioni. Se da un lato la stabilità economica che lo promuove come nuovo attore emergente, dall’altra il conflitto tra lo Stato e l’impero del narcotraffico.

I dati economici dell’OCSE  indicano un incremento del PIL messicano del 2,4% nel 2015, e del 3% nel 2016.

La crisi del greggio è stata mitigata dalle accise sul petrolio e dalle imposte sui redditi di lavoro. Una diminuzione della spesa pubblica e l’apertura ai mercati internazionali hanno consolidato la finanza pubblica messicana, che vanta inoltre un basso livello di inflazione al 3% ed un rapporto deficit/PIL al 37,8%.

Nondimeno, si fa paradossale la situazione quando si pensa che l’economia sommersa, in particolare quella derivata dalle attività criminali e di narcotraffico, si aggiri tra i 19 e i 29 miliardi di dollari l’anno, implicando una mancanza di gettito fiscale nelle casse statali di svariate centinaia di milioni.

Le ripercussioni del narcotraffico non sono unicamente economiche, i costi sociali della guerra decennale alla droga sono costati la vita a più di 100.000 persone. La contesa del territorio, la guerra tra cartelli della droga, la militarizzazione e para-militarizzazione delle città messicane, hanno generato la sospensione di alcuni diritti fondamentali e l’ampliamento degli stati “d’eccezione”. La mancanza dello Stato nelle aree più marginali, ha indotto la popolazione ad una giustizia “privata” e violenta, creando non solo il fenomeno di profughi interni al Paese, ma anche un aumento della migrazione.

Molti stati messicani presentano problemi di ordine pubblico, in particolare nella capitale Città del Messico e i furti e le rapine sono una consuetudine delle zone affollate. Il centro storico, che costituisce la “zona rossa” è teatro di rapine a mano armata ad opera di clan criminali e di sequestri di persona, si sconsiglia dunque la circolazione a piedi nelle ore notturne, e di prendere taxi se non quelli prenotati da ristoranti o alberghi.

La sicurezza risente anche di una lotta interna allo Stato, che a causa dell’alto grado di corruzione viene denominata narco-politica o narco-stato. Basti pensare che il potentissimo cartello delle droghe Zetas, è formato da ex militari, inoltre gli interventi delle forze dell’ordine nelle realtà criminose sono spesso così rapidi e immediatamente risolutori, che la logica porta a pensare ad “accordi” di pace per garantire la stabilità territoriale.

La militarizzazione del territorio inasprisce il clima e alimenta stati di paura e paranoia nella popolazione, la violenza viene così “normalizzata” e proprio quelle istituzioni, che della sicurezza sono garanti, si ritrovano ad operare con metodi illegali. Amnesty International denuncia un aumento delle torture e dei maltrattamenti, anche nei confronti di donne e bambini, ad opera delle forze dell’ordine. Tra il 2000 e il 2013 la commissione internazionale per i diritti umani, ha ricevuto più di 7000 denunce verso funzionari federali rei di maltrattamenti e torture.

Tuttavia il carente sistema giudiziario, ha portato ad appena una dozzina di condanne, regalando una sorta di “impunità” hai responsabili.

Un imminente focolaio di rivolta è rappresentato dallo Stato messicano del Chiapas. La maggioranza indigena, riuscì nel 1994 grazie all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) a conquistare l’attività amministrativa e governativa dello Stato. La lotta al narcotraffico intrapresa dal governo federale ha riportato alta la tensione a causa della presenza dei militari governativi nel Chiapas.

Secondo il direttore del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas, Víctor Hugo López, la ricollocazione dei militari è vista in un’ottica di “controllo” del territorio, più che di sicurezza interna. Difatti, l’abuso di droga ed alcol non è stato debellato, i poliziotti civili sono subordinati ai militari federali, scene di abusi, torture e di guerriglia urbana si consumano per le strade dello Stato.

Nonostante il governo messicano sia promotore della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli Indigeni, le sistematiche violazioni dei diritti umani e delle libertà personali (in particolare quelle indigene) nello Stato del Chiapas, potrebbe presto portare ad un livello d’allarme di guerra civile.

A differenza di ciò che potrebbe apparire, l’ordine pubblico della nazione non è sottoposto solo ai metodi più o meno ortodossi dei militari e della polizia, ma bensì vanta uno dei sistemi di sicurezza urbana più avanzati del mondo. Dal 2012 ad oggi, il progetto “Città Sicura” costituitosi grazie all’impegno delle compagnie Telmex e Thales, specializzate in sistemi di riconoscimento e informazione, hanno innalzato la soglia della sicurezza nella capitale messicana. Con 8.080 telecamere, cinque centri regionali, due centri mobili, ed un seguito di droni, tutte le informazioni raccolte 24 ore su 24, vengo destinate al centro di controllo principale denominato C-4. Dall’inizio del progetto sono stati individuati e registrati più di un milione di incidenti e 100.000 arresti, il furto d’auto ha subito un decremento del 50%, il risultato più importante è sicuramente il calo del 33% dei delitti. Al termine del piano sicurezza, Città del Messico avrà circa 15.000 mila telecamere, 10.000 microfoni e pulsanti di chiamata d’emergenza rapida, per far fronte non solo al crimine e al terrorismo, ma anche alle minacce ambientali o di altro genere. Il successo del progetto potrebbe presto espandersi alle altre aree metropolitane del Paese, creando una fitta rete di sicurezza interna senza precedenti.

C’è da ricordare che la tecnologia è solo uno mero strumento, le modalità con il quale si interviene nella pubblica sicurezza subiscono un forte riscontro con la realtà violenta, non sempre ad un avanzamento tecnologico della sicurezza non ne corrisponde di pari passo uno d’intervento sociale.

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