Il Sud-Est Asiatico: la libertà di stampa, quella sconosciuta

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*articolo a cura di Annaclara Mezzopera, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il Sud-Est asiatico, una vasta area geografica che comprende 11 Stati come la Thailandia, la Birmania, il Vietnam, le Filippine e la Cambogia, è conosciuto all’opinione pubblica internazionale come una delle regioni più vive in termini di sviluppo economico e con la quale una molteplicità di Paesi vorrebbe intrattenere partnership commerciali.

Nonostante il boom economico e il trend di crescita sostenuta, la zona in questione soffre di uno dei più attanaglianti problemi dell’epoca contemporanea in materia di informazione: limitazioni alla libertà di stampa.

Seppur tale diritto venga garantito e salvaguardato dalla maggior parte dei paesi occidentali, il Sud-Est asiatico non ha mai “brillato” in termini sotto questo punto di vista, ostacolando e bloccando un’intera categoria dei giornalisti. Questo grande “muro” tra ciò che sono le informazioni veicolate dai Governi, e la voce a tutto campo degli operatori dell’informazione, ha permesso, negli anni, di filtrare molte notizie scomode alle classe politica, utilizzando anche strumenti e mezzi discutibili per sopprimere le voci indipendenti.

Reporters without borders, un’organizzazione non governativa con base a Parigi, raccoglie e sensibilizza la comunità internazionale sulla situazione in materia di libertà di stampa nel mondo. Produce dati statistici su ogni Stato, rispetto all’area geografica e stila, in ultima istanza, una classifica mondiale sul merito in materia di informazione di ogni Paese. Le azioni intraprese da RWB, seppur non vincolanti, servono a scuotere la comunità su gravi situazioni di disagio e minaccia in molti Stati, evidenziando non solo le problematicità ma proteggendo, in alcuni casi, la vita dei giornalisti.

In particolare, la classifica che viene redatta ogni anno su 180 Stati, si basa su alcuni criteri come il pluralismo dei mezzi di informazione, l’indipendenza, il rispetto per la sicurezza, la libertà dei giornalisti, il contesto legislativo, istituzionale e infrastrutturale nel quale operano i mezzi di informazione.

L’elenco stilato per l’anno 2014 evidenzia una situazione di forte disagio: si è sottolineato un forte deterioramento del diritto alla libertà di stampa a livello mondiale a causa, come evidenzia la stessa ONG, delle guerre, della crisi economica, dell’instabilità politica che caratterizza molti Paesi, soprattutto quelli emergenti e in via di sviluppo.

Per quanto riguarda il Sud-Est Asiatico, diversi sono gli Stati in cui è peggiorata la libertà di informazione.

Fonte: RWB

Fonte: RWB

Nelle Filippine, i giornalisti sono obbligati ad esercitare la propria professione con una pistola, spesso vengono uccisi dalle stesse forze di polizia poiché le investigazioni portate avanti dai reporter sono scomode ai militari. Le loro morti, sono spesso silenziose e nascoste. Il Paese si attesta 138esimo nella classifica del World Press Freedom Index 2016, migliorando rispetto al 2015, ma rimanendo uno degli Stati con peggior qualità dell’informazione.

In Thailandia, il Premier Prayut Chan-o-cha  ha deliberatamente affermato che tutti i giornalisti che non seguiranno la linea ufficiale dettata dal Governo saranno condannati e perseguitati in quanto oppositori e dissidenti. Questo, certamente, si aggiunge alla scelta di imporre la legge marziale nel Paese già dal marzo 2015. Il “piccolo presidente”, così denominato, ha quindi avviato una campagna di repressione nei confronti di tutti i giornalisti contrari ai dettami di Bangkok, impedendo quindi una effettiva repressione della professione. In particolare, è Il Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine ad occuparsi del controllo dei media. Nel 2016 è 136esima in materia di libertà di stampa, peggiorando di due punti percentuali rispetto al 2015.

Curioso è il caso del’ International New York Times. La testata americana ha denunciato l’azione di un suo collega thailandese che ha rimosso un articolo sul Dipartimento di Stato Thailandese, il quale si occupa di gestire gli affari finanziari della famiglia reale per un totale di 53 miliardi di dollari. Ciò che ha portato il giornalista a bloccare la notizia per tre volte consecutive è il risultato di una serie di leggi restrittive che puniscono chi critica la famiglia reale fino a 15 anni di prigione.

In Vietnam, il primo ministro Nguyen Tan Dung, vede i giornalisti come nemici del Paese, tanto che reporter e blogger vengono incarcerati, insultati, detenuti arbitrariamente. Il Premier vietnamita ha infatti affermato che i giornalisti sono forze ostili che usano la rete per diffondere propaganda che minaccia la sicurezza nazionale del Paese. I numeri sono sconcertanti: nel 2013 sono stati condannati ad un totale di 133 anni di carcere e 65 anni di detenzione preventiva più di 22 blogger con l’accusa di propaganda contro lo Stato. A causa della gravità della situazione dei giornalisti vietnamiti e delle persecuzioni portate avanti dal Governo, nel 2013 è stato stilato un Rapporto per evidenziare le problematicità e la violazione dei diritti umani nel Paese. Su 180 paesi classificati, il Vietnam è 175esimo, ad evidenziare che la situazione è in grave condizioni.

Per quanto concerne la Birmania, il processo di censura si è debolmente affievolito a partire dal 2012, quando è stata revocata la censura su tutte le pubblicazioni locali del Paese, contestualmente al cambio di rotta politica con l’elezione dell’ex generale Thein Sein. Nonostante la volontà di riformare il sistema, il Governo dispone di potenti mezzi di repressione e controllo della stampa nazionale. Si consideri che prima della revoca, era richiesta un’autorizzazione per qualsiasi tipo di pubblicazione, dalla canzone ad un libro per bambini. Seppur deboli, le misure adottate dalla Birmania sono le prime tra i Paesi dell’area del Sud- Est Asiatico.

Ciò che si evince dall’analisi è che l’intera area del Sud-Est asiatico soffre di un imponente limite alla libertà di espressione e di opinione che viene ostacolata dalle necessità politiche dei singoli Paesi che giustificano il proprio operato repressivo sotto la necessità di salvaguardare l’integrità sociale e la sicurezza nazionale.

Troppo spesso i giornalisti vengono incarcerati e torturati per aver espresso o divulgato una notizia scomoda ai Governi. Forse, è arrivato il tempo di cambiare marcia e di denunciare politiche di questo tipo, non solo per il bene locale ma, soprattutto, per quello mondiale.

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