Turchia: colpo di Stato fallito. Quali prospettive?

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Intorno alle ore 22.00 del 15 luglio parte delle forze armate turche hanno messo in atto un colpo di Stato bloccando dapprima i ponti sul Bosforo per poi occupare la sede della televisione di Stato Türkiye Radyo ve Televizyon Kurumu (TRT). Con estrema rapidità, le forze golpiste hanno dichiarato di aver preso il potere nel Paese mentre il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan abbandonava il Paese, compiendo un lungo tragitto con l’aereo presidenziale.

Tuttavia, a seguito dell’esortazione dello stesso Erdoğan, la popolazione fedele al Presidente è scesa in piazza contro i golpisti. L’intervento delle forze di polizia e dei servizi di intelligence, coadiuvate dalle forze militari lealiste, sono riuscite a porre fine al colpo di Stato.

Il colpo di Stato è una costante della vita politica turca, soprattutto a causa di due tematiche fondamentali: la sicurezza e la laicità.

La sicurezza è uno degli aspetti principali che ha interessato la Turchia dalla sua nascita a seguito della prima guerra mondiale e della caduta dell’Impero Ottomano. Aspetto importante legato alla sicurezza è il ruolo dell’esercito, considerato come il garante della laicità dello Stato, principio sul quale si sono basati i quattro golpe che sono stati realizzati nella giovane storia turca. La fine della Prima e della Seconda Repubblica deve essere inquadrata proprio nella logica della sicurezza e della laicità. Il colpo di Stato contro Ali Adnan Ertekin Menderes, compiuto il 27 maggio del 1960 da Cemal Gürsel, venne realizzato proprio per impedire una rinascita dell’Islam politico, a seguito della decisione di Menderes di riaprire il Paese alla religione con la costruzione di moschee e delle scuole religiose, le İmam hatip. Il golpe mosso nei confronti di Sami Süleyman Gündoğdu Demirel si ascrive invece nella crescente instabilità politica dettata dalle formazioni di estrema destra e di estrema sinistra così come quello realizzato nel 1980, quando i militari ripresero il potere in quello che viene considerato all’unanimità come il golpe più sanguinoso della storia della Turchia repubblicana. Nel 1997, a seguito invece della rinascita dell’Islam politico, i militari riuscirono a obbligare il Primo ministro Necmettin Erbakan a rassegnare le dimissioni in quello che viene definito come un colpo di Stato post-moderno, non più manu militari ma con l’utilizzo della propaganda e dell’informazione.

Il tema della sicurezza rientra quindi appieno nella Turchia post-golpe. Il Presidente Erdoğan sfrutterà la sconfitta dei golpisti per accentrare ancora di più il potere, rilanciando la Turchia verso l’ipotesi del presidenzialismo. Il consenso nei suoi confronti, già ampio come dimostrato nelle caotiche ore a cavallo del 15 e del 16 luglio, potrebbe aumentare notevolmente. Inoltre, la mancanza di controllo totale sulle forze armate farà seguire molto probabilmente delle forti epurazioni per cercare di eliminare qualsiasi sacca ostile allo stesso Erdoğan. La ristrutturazione dell’esercito potrebbe portare alla costituzione delle forze armate vicine all’ideologia presidenziale e dell’AK Parti, il partito di Erdoğan, andando a porre fine all’epoca del kemalismo. È proprio l’ideologia sorta con Mustafa Kemal Atatürk ad aver concesso all’esercito il ruolo di garante della laicità, ponendolo quindi su un piano parallelo a quello politico. In qualità di garante, all’esercito sono stati affidati speciali poteri che lo rendono una delle istituzioni più potenti del Paese.

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Il golpe ha inoltre mostrato alcune criticità che danno prova di come l’evoluzione dei sistemi di comunicazione sia cambiato radicalmente. Se negli scorsi decenni l’occupazione e il controllo della televisione di Stato garantiva l’oscuramento della propaganda lealista e la propagazione dei progetti golpisti, l’avvento dei social network e della comunicazione telefonica ha ribaltato i rapporti di forza nell’ambito del settore delle comunicazioni. È proprio tramite una videochiamata, trasmessa dalla CNN turca, che Erdoğan ha potuto invitare la popolazione a scendere in piazza e a opporsi contro i militari e al golpe, mobilitando in pochissime ore una massa critica di notevoli proporzioni.

Le ricadute politiche del golpe tentato, e fallito, saranno riscontrabili nei prossimi giorni. Quello che appare tuttavia chiaro è che Erdoğan, nonostante la paura, ha realizzato una vittoria politica fondamentale. Il futuro della Turchia sembra sempre essere nelle mani dell’attuale Presidente turco, che ha ora la possibilità di portare a compimento i progetti presidenzialistici su cui ha basato la sua campagna elettorale.

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