Un Mare pieno di scogli

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*di Giovan Battista Birotti

Circondati dal fondamentalismo islamico è difficile alzare lo sguardo verso oriente, ma lì risiede una delle principali fucine del futuro. La Cina diventa sempre più autonoma e ricca di risorse, quante ne bastano per far valere le sue posizioni sugli Stati Uniti d’America.

Mentre si piange per le stragi di Nizza, nel mar cinese meridionale si consumano dispute per il controllo di isole, isolotti e scogli di per sé irrilevanti, ma significativi dal punto di vista strategico. Poiché rappresentano un baluardo cinese verso i paesi filoccidentali della zona, nonché un’opportunità per ridisegnare a proprio vantaggio le aree economiche di pesca, di scambio e di sfruttamento minerario.

Il mar cinese meridionale è un mare in guerra. La Cina ha pronti 290.000 uomini, 57 sottomarini e 2280 aerei da combattimento. Gli Stati Uniti  di uomini ne hanno schierati 250.000 con 6 portaerei, 60 sottomarini e 2000 aerei. Per non parlare di attori più piccoli come Taiwan e il pacifico Giappone, che in linea esclusivamente difensiva ha schierato 46.000 uomini, 20 sottomarini e 380 aerei da combattimento.

Di recente è arrivata una svolta in un contenzioso tra la Cina e le Filippine per il controllo degli Scarborough Shoal una serie di scogli che per dimensioni non possono esser definiti isole.

La disputa, finita davanti alla Corte Permanente ONU di Arbitrato per il Diritto del Mare, ha visto vincitrici le Filippine grazie alla sentenza del 12 Luglio 2016. Sentenza che però, è impossibile far applicare con la forza, e che rischia di rimanere inattuata a causa dell’irremovibilità della Cina sulle sue posizioni.

A prescindere dalla rivendicazione sia cinese, che filippina degli Scarborough; questi scogli sono sotto il controllo cinese e ciò che le Filippine hanno contestato non è tanto il loro possesso, ma l’estensione per 200 miglia delle acque territoriali cinesi dal loro centro.

Infatti secondo il diritto del mare se uno stato possiede uno “scoglio” può estendere le sue acque territoriali fino a 12 miglia da quello, ma se lo scoglio è definito “isola” si passa a 200. La Corte però ha definito gli Scarborough “scogli” e non “isole”, dunque Pechino dovrebbe accontentarsi. Ma è alquanto improbabile che lo faccia, anche perché non esistono sistemi per far rispettare con la forza una simile sentenza, eccetto pressioni militari o sanzioni che nessuno è interessato a infliggere.

In più gli Stati Uniti, principali attori occidentali in quel mare, non hanno mai riconosciuto la Convenzione ONU sul Diritto del Mare su cui si basa la sentenza della Corte. Dunque sarebbe strano che facessero pressioni sulla Cina, che invece la riconobbe nel 1996.

Per quanto riguarda le reazioni alla sentenza Pechino ha ribadito che non le riconosce alcun valore. La Cina rivendica come proprie le acque racchiuse nella Linea dei nove tratti, un confine mai riconosciuto che per consuetudine Pechino afferma di aver mantenuto sin dal Celeste Impero. E’ un enorme bacino che si estende per più di 2000 km dalle coste cinesi, racchiudendo diverse isole sia cinesi che non, al cui interno la Cina asserisce di potersi muovere liberamente. Le isole/scogli Scarborough si trovano all’interno di questa linea vicino le coste filippine.

Gli USA hanno già inviato la portaerei Ronald Regan insieme ad altre unità navali. Mentre la Cina ha minacciato di creare una Zona di Identificazione Aerea di Difesa in tutta l’area compresa nella Linea dei nove tratti.

E sta costruendo delle isole artificiali, nuovi scogli e piattaforme in diverse isole dell’area. Come alle isole Paracel e alle Spartly, altri arcipelaghi controllati da Pechino e rivendicati da altri paesi tra cui il Vietnam, Taiwan e la Malesia, per aggirare la Convenzione del 1996 sul diritto del mare dichiarando “isole” quelli che prima erano scogli.

Mentre lo scoglio principale per la Comunità Internazionale è proprio la Cina un paese dalle dimensioni continentali con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, che potrebbe diventare la seconda potenza mondiale.

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