L’Ucraina e la libertà di stampa

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*articolo a cura di Lorenzo Bruno, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Nella notte del 21 novembre 2013 in seguito alla sospensione dei preparativi per la firma di un accordo tra Ucraina ed Unione Europea, il DCFTA, si scatenarono diverse proteste e manifestazioni in piazza Maidan a Kiev. È stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS e, pur avendo come epicentro la capitale del paese, si parla di una rivoluzione che ha interessato l’intero Stato. Una serie di manifestazioni che hanno messo in luce la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica. Alcuni scontri molto violenti sono avvenuti tra il 19 e il 25 gennaio 2014 in seguito all’approvazione di leggi contro la libertà di manifestazione. Questi episodi portarono un mese dopo, precisamente il 22 febbraio 2014, alla destituzione dell’allora Presidente Viktor Yanukovych. Una conseguenza significativa riconducibile all’Euromaidan è sicuramente quella della crisi in Crimea del 2014. Il governo locale dell’oblast si è rifiutato di riconoscere il nuovo governo e il nuovo presidente Petro Poroshenko in virtù di una presunta violazione della Costituzione Ucraina allora vigente. Date le circostanze il governo locale ha deciso di indire un referendum chiamando al voto la popolazione ucraina. Quest’ultimo ha portato, con il 97% di voti favorevoli, l’11 marzo all’indipendenza della regione e poi il 18 marzo 2014, attraverso un trattato di adesione, all’annessione della Crimea alla Russia. La risposta dell’Unione Europea e degli Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che sono state efficaci nel breve-lungo periodo ma non hanno ridotto l’atteggiamento belligerante del Cremlino che ha inviato diversi contingenti militari nell’area. In seguito all’invasione della Crimea ci sono stati ulteriori sospetti, da parte del Ministero degli Esteri ucraino, che truppe irregolari- cosacchi del Don, ceceni, tagichi, armeni- sono state incanalate nel territorio ucraino e sono state finanziate dal Cremlino a supporto delle forze separatiste del Donbass.

Con il cambio di governo avvenuto in Ucraina non si è verificata una svolta dal punto di vista della libertà di stampa sebbene si potesse pensare il contrario in virtù della caduta di Viktor Yanukovich e dell’avvento di Petro Poroshenko alla guida del Paese. Sotto il regime del primo la libertà di parola e di stampa in Ucraina è stata sottoposta a severe restrizioni e dopo la sua caduta la situazione è sembrata distendersi temporaneamente; tuttavia, anche ora con Poroshenko i giornalisti sono soggetti a ritorsioni soprattutto nella regione della Crimea e del Donbass. Riferire della guerra ucraina è molto complesso per i giornalisti. È stato vietato l’ingresso e sono stati tolti gli accrediti in Ucraina alla maggior parte dei reporter russi e non solo. Molti di quelli che lavoravano nel Paese sono stati espulsi. La stampa ucraina d’opposizione e i giornalisti stranieri non allineati rischiano ogni giorno. È interessante notare come Poroshenko abbia cambiato in toto il suo atteggiamento nei confronti della libertà stampa, giacché aveva sfilato in favore della libertà di espressione a Parigi in seguito all’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo. Era solo un atteggiamento ipocrita? Pare di si. Il cambiamento di linea è davvero notevole, visto che teoricamente il presidente Poroshenko impersonifica la difesa della libertà in contrapposizione alla Russia putiniana. Il presidente ucraino ha incluso giornalisti di importanti testate quali BBC o el Pais – anche gli italiani Fabrizio Bertot, Alessandro Musolino, Alessandro Bertoldi, Giuseppe Raffa – in una lista di 387 persone indesiderate. Il decreto firmato a settembre 2015 viene giustificato evidenziando come questi soggetti siano “pericolosi” per il Paese e perché “pongono una minaccia alla sovranità e alla sicurezza nazionale” dello Stato.  Questa decisione appare sorprendente soprattutto per il fatto che si rivela essere diretta contro giornalisti di Paesi europei che tanto sostengono e hanno sostenuto il suo governo e la sua nomina. Particolarmente colpita da questa decisione è stata la BBC che ha visto espellere tre corrispondenti e che infatti  ha immediatamente richiesto la revoca del provvedimento. Poroshenko ha fatto dunque dietrofront concedendo a Steve Rosenberg, Emma Wells e Anton Chicherov, che lavorano proprio per il canale inglese, di rimanere nel Paese. Lo ha annunciato lui stesso definendo la libertà di stampa “sacra”. Una deroga parziale che non vale per le altre decine di giornalisti espulsi con lo stesso provvedimento, ora cancellato per la troupe della BBC.  Il Presidente ha operato questo “sconto” parziale sulla blacklist della stampa chiedendo in cambio ai Paesi europei di estendere le sanzioni contro la Russia.

Una censura che si manifesta nell’ambito cinematografico nonché letterario e che inasprisce i rapporti con la Russia. Le autorità ucraine hanno vietato di proiettare più di 430 film e serie tv di produzione russa a partire dal prossimo giugno che esaltano le autorità di potere russe – polizia, esercito, forze speciali. Il 29 marzo è entrata in vigore questa legge firmata proprio dal presidente Poroshenko. Il vice premier con delega alle questioni umanitarie e ministro della Cultura dell’Ucraina Vyacheslav Kyrylenko ha spiegato ulteriormente che il divieto si applica a tutti i film “militaristi” e alle serie TV prodotte a partire dal 1991, così come tutta la produzione televisiva e cinematografica russa creata dopo il 2014. Dicevamo però che questa censura opera anche in campo letterario. L’authority ucraina per i mezzi di comunicazione ha reso pubblica una lista di libri redatti in Russia che non possono essere fatti entrare nel territorio del Paese. L’elenco comprende 38 libri di autori russi ed è stato riferito che queste misure sono state intraprese “per evitare di disinformare i cittadini ucraini.” È accaduto anche che l’Ambasciata ucraina in Francia abbia richiesto al canale televisivo “Canal +” di rinunciare alla messa in onda di un documentario – “La maschera della rivoluzione” – sugli avvenimenti di piazza Maidan ritenuta come rappresentante di “una falsa e distorta immagine della situazione ucraina”.

Episodio di pochi giorni fa è quello che gli investigatori al momento “qualificano come omicidio premeditato” del giornalista Pavel Sheremet, noto giornalista liberale bielorusso. È stata fatta esplodere l’auto che guidava attraverso l’utilizzo di un ordigno esplosivo che secondo la polizia locale era “a controllo remoto o ad azione ritardata”. Il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha dichiarato di aver chiesto alle forze dell’ordine di “indagare immediatamente su questo crimine”. Mentre Maria Zakharova portavoce del ministero degli Esteri russo dichiara attraverso un post apparso su Facebook che “l’Ucraina sta diventando la fossa comune dei giornalisti e del giornalismo” dopo l’uccisione a Kiev del reporter. Il giornalista era stato critico nei confronti dell’annessione russa della Crimea e aveva lasciato l’emittente statale russa Otr proprio in virtù di questa ragione decidendo quindi di spostarsi in Ucraina.

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