Diritto alla vita e diritto alla morte: l’evoluzione del diritto non cessa mai (di stupire)

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di Lorenzo Di Anselmo

Le trasformazioni del diritto

Il diritto, com’è noto, ha subito nel corso del tempo notevoli trasformazioni, modificandosi ed evolvendosi, e, con esso, anche la categoria di diritti che vengono tutelati si è andata ampliando. Solo alcuni anni fa sarebbe stata impossibile, infatti, una legge sulle unioni civili, la quale, così come accadde nel 1970 con l’approvazione della legge sul divorzio, ha rappresento una svolta significativa negli sviluppi del diritto italiano. Per non parlare, poi, di quei diritti come la libertà di culto, associazione, manifestazione del pensiero, che a noi sembrano scontati e dovuti, e che invece hanno impiegato secoli per affermarsi ed essere riconosciuti. Tutto questo, certamente, contribuisce alla crescita di una società poiché il diritto, inevitabilmente, riflette le mutate esigenze sociali, adeguandosi a esse. Il diritto sancisce e proclama ciò che le persone manifestano, le loro necessità e le loro trasformazioni.

Un esempio è costituito dal diritto alla vita, non menzionato da nessuna fonte nazionale, ma sancito ormai definitivamente nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani1 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo2. Tale diritto intende tutelare la necessità di ogni uomo di godere del fenomeno naturale dell’esistenza fisica. Detto altrimenti, indica il diritto dell’uomo a vivere e a non subire sofferenze e menomazioni da parte di nessun soggetto oltre che, ovviamente, il diritto a non essere ucciso. A chiunque, un diritto del genere appare ovvio, forse addirittura banale, come se non fosse necessario sancirlo giuridicamente perché è noto che ognuno deve poter godere della sua integrità psicofisica. Eppure, di questi tempi, leggere gli articoli di quelle fonti normative internazionali che lo citano diventa il simbolo di una lucida consapevolezza riguardo l’importanza della propria libertà, poiché la sua violazione è all’ordine del giorni. Pertanto, che l’elenco dei diritti giuridicamente riconosciuti sia destinato a crescere risulta, per tutte queste motivazioni, assolutamente normale. Tuttavia, se la prassi legislativa si fonde con le odierne contraddizioni, si scivola nella pericolosa possibilità di compromettere la coerenza del diritto, costringendolo a deviazioni improprie con cui rischia di doversi ormai confrontare.

È lecito parlare di “diritto alla morte”?

I terribili fatti di cronaca dimostrano come l’avanzata del fondamentalismo islamico stia portando ad azioni terroristiche sempre più frequenti, capaci di generare distruzione e morte con una semplicità allarmante, come se fosse il più comune tra gli obblighi umani. Le telecamere di servizio di qualche ambiente pubblico ritraggono spesso gli uomini in procinto di farsi esplodere per seminare il terrore: passeggiano tranquillamente in mezzo alle persone indaffarate, confondendosi, graziati dall’indifferenza, fra la frenesia quotidiana. Questo consente loro di non destare sospetti e di poter compiere la strage senza preavviso o senza che sia possibile dare l’allarme. È sufficiente un click o un semplice comando meccanico per innescare il dispositivo e causare l’esplosione della bomba, la quale, con la sua forza distruttrice, trascina verso la morte gli stessi terroristi. Infatti, coloro che hanno provocato gran parte delle recenti tragedie sono i “kamikaze”, termine con cui i media, impropriamente, definiscono coloro che, dotati di cinta esplosiva, si lasciano esplodere in mezzo alla folla, tentando di sterminare quanta più gente possibile, situata, inconsapevolmente, nelle vicinanze della loro inspiegabile follia omicida. Tutti questi eventi possono, a pieno titolo, farci interrogare sulla nascita di un nuovo diritto, questa volta davvero impensabile: il diritto alla morte.

Fondamentalismo religioso: definizione di “shahid” e “jihad”

La reazione più comune tra le persone costrette a dover commentare queste tragedie sempre più ordinarie si tinge, naturalmente, di incredulità: cosa può spingere un uomo a decidere di morire per un ideale, uno scopo, sia esso politico o religioso? La tradizione islamica, in questo caso, può venirci in soccorso, aiutandoci a comprendere l’origine e le ragioni che stanno alla base dell’assurdo gesto compiuto da colui che il Corano definisce shahid, cioè il martire che testimonia la fede. Il principale testo islamico, è bene precisarlo immediatamente, non invita in nessuna circostanza al suicidio; anzi, nella Sura IV al versetto 29 arriva a negare con fermezza tale possibilità: “non uccidetevi da voi stessi”. Dunque, coloro che decidono di morire in nome di Allah semplicemente ignorano il reale significato del loro testo sacro oppure la loro azione non può essere propriamente considerata un suicidio? Insomma, esiste davvero il diritto alla morte?

Tutto ciò che è estremo è portatore comunque di una verità distorta, frutto di una strumentalizzazione e di una rilettura spesso impropria. Chi nega che nel Corano vi siano riferimenti alla violenza, sostiene una tesi non veritiera (ma del resto essi, in qualche caso, non sono del tutto estranei nemmeno ai Vangeli3), ma anche chi afferma che l’Islam è una religione che stimoli a uccidere, si fa soltanto portavoce di un luogo comune del tutto infondato. Ogni frase tratta da un testo, specie se sacro e risalente dunque a secoli indietro, va considerata in quanto inserita all’interno della religione nella sua totalità, e questo vale sia per il Cristianesimo che per l’Islam, che per qualsiasi altro culto esistente. Limitandoci a una lettura superficiale dei testi islamici, infatti, si potrebbe sentenziare che in esso, piuttosto che in ben altre ragioni di natura storica, culturale e politica, tragga origine il fondamentalismo islamico. Nel versetto 191 della Sura II si legge: “uccidete dunque chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti ”. Un invito alla violenza, quindi, ma una violenza intesa non come pura aggressione, ma, semmai, come difesa, in risposta a un attacco subito. Il Corano, dunque, esorta alla difesa della religione islamica, dei suoi riti e dei suoi ideali, senza invocare la repressione delle fedi altrui. E’ soltanto di fronte a una violazione della propria religione che il testo sacro ammette il ricorso alla violenza.

In quest’ambito, rientra certamente il concetto di jihad, termine ricorrente più volte nelle pagine dei testi islamici: il jihad indica, letteralmente, lo “sforzo di fede” ed impone non, come solitamente si lascia intendere, una “guerra santa”, bensì l’espansione della vera religione, quella islamica appunto. Il jihad deve essere preceduto dall’invito alla conversione e solo in caso di rifiuto può consentire il ricorso alle armi; altrimenti, l’omicidio resta un male esplicitamente condannato dal Corano: “chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera” (Sura V, 32). Il Corano, quindi, pur negando il valore simbolico di omicidio e suicidio, riconosce che chi muore in nome di Allah nel tentativo di diffondere il suo messaggio, è destinato al Paradiso4 (dove ad attenderlo ci sarebbero 72 vergini5): una sorta di martire insomma, che si sacrifica in nome della vera religione. Ecco dunque che il precetto musulmano che obbliga alla diffusione del messaggio islamico attraverso il jihad si presta a facili strumentalizzazioni, a interpretazioni fuorvianti finalizzate soltanto a legittimare gli interessi dei fondamentalisti. Evidentemente, ciò che spinge determinate persone a farsi esplodere in una piazza o in un aeroporto è ben altro e l’Islam, da incentivo, si trasforma in semplice giustificazione.

Conclusioni

Nulla, nemmeno i più sofisticati virtuosismi intellettuali, potrebbero farci capire quale sia l’istinto che guidi la decisione di colui che sceglie di morire e di condannare decine di persone alla sua stessa inesorabile fine e quale sia l’ideale, di qualsiasi natura, verso cui tende e la sorte a cui aspira. Considerare queste persone i “nuovi martiri” è ancora più inopportuno che classificarli come kamikaze. I martiri sono coloro che, in segno di testimonianza e dimostrazione di fede, sacrificano la loro stessa vita, ma in nessun caso violano il diritto alla vita delle altre persone. Di kamikaze, invece, si è iniziato a parlare soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, in riferimento ai piloti giapponesi che dirottavano i loro aerei carichi di esplosivo contro le navi alleate, così da uccidere quanti più nemici possibili. Si trattava, in questo caso, di attacchi suicidi che uccidevano molte persone ma rientravano in una guerra dichiarata, che, come tutti i conflitti, si caratterizza per le sue strategie e le sue contraddizioni. I terroristi di cui si sente tanto parlare ultimamente, invece, hanno come obiettivi soprattutto i civili e si servono di un messaggio religioso per esportare la loro crudeltà. Niente a che vedere, perciò, con i kamikaze giapponesi che appartenevano comunque a un contesto belligerante né con i veri martiri religiosi, che decidono di sacrificare il loro corpo come affermazione autentica della propria fede.

Ci si può interrogare sul termine più appropriato; si può riflettere persino sulle ambiguità che possono scaturire da un testo sacro che, in ogni caso, deve essere interpretato, poiché si serve di un linguaggio allegorico e simbolico; eppure nulla potrebbe davvero aiutarci a capire quale sia la convinzione che, nella testa di colui che si fa esplodere, fa scattare, ancor prima del segnale che dà avvio alla strage, la volontà di saltare in aria insieme ad altre decine di passanti impotenti.

Scegliere di morire, nel modo che si ritiene più opportuno, è comunque una decisione personale che, se non condivisa, va perlomeno rispettata, a patto, però, che non si attenti alla vita altrui, altrimenti il passaggio dal diritto a morire al diritto a uccidere è davvero breve. E questo, quantomeno, è assai pericoloso.

 

 

Note:  

1 “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” (art.3)

2 “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il reato sia punito dalla legge con tale pena” (art.2).

3 “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Matteo 10, 34). Come per il Corano, anche in questo caso è necessario evitare facili fraintendimenti. Qualche capitolo successivo, infatti, leggiamo: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”(Matteo 26,52). La spada di cui parla Gesù non serve per uccidere, ma va intesa come la parola di Dio, “che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione della vita e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e sa discernere i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

4 “Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa” (Sura III, 74).

5 L’esistenza delle settantadue vergini nel Paradiso è, in realtà, oggetto di dibattito interno alla cultura islamica. Secondo Sheikh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell’Assemblea Musulmana d’Italia, “ vi sono settantadue mogli per ciascun credente che è ammesso in Paradiso”. La prova è nel hadith trasmesso da at-Tirmidhi nella raccolta ‘Sunan’ (Vol. IV, capitoli su ‘Le caratteristiche del Paradiso così come descritte dall’Inviato di Allah’, Capitolo 21: “La ricompensa minima degli abitanti del Paradiso”, hadith n. 2687). La stessa tradizione è riportata da Ibn Kathir nel suo Tafsir (Commentario coranico) a Surah ar-Rahman (55), ayah 72, e il suo significato è: “ha riferito Daraj Ibn Abi Hatim che Abu al-Haytham Abdullah Ibn Wahb ha narrato da Abu Sa’id al-Khudhri, che ha sentito il Profeta Muhammad dire: “la minima ricompensa per gli abitanti del Paradiso è una dimora con  ottantamila servi e settantadue mogli”. Le settantadue mogli, secondo quanto contenuto nella ayah 74, sono vergini, poiché “né uomo, né jinn le ha mai toccate prima”.

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