EU Council Model – The European Security Strategy

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Giovedì 9 e venerdì 10 giugno 2016 si è svolto nella sede di via Conservatorio dell’Università degli Studi di Milano il Model del Consiglio dell’Unione Europea, organizzato da ASSP Milano – Associazione di Studenti di Scienze Politiche – con la collaborazione di SIR – Students for International Relations.

Il contenuto del dibattito verteva sulla politica estera e di sicurezza comune europea, mentre l’ordine del giorno portava l’attenzione su due delle cinque minacce principali individuate nel documento sulla Strategia Europea per la Sicurezza (SES) adottato dal Consiglio europeo nel 2003: il terrorismo e i conflitti regionali.

A fare da sfondo, l’attualità: il conflitto siriano, le zone calde del confine tra Turchia e Siria e del territorio libico, il crescente problema dell’immigrazione e le sfide che pone alla coesione dell’Unione.

La presenza di metà dei 28 ministri degli Affari esteri, e la significativa mancanza di Grecia e Bulgaria, ha forse reso lo svolgimento dei lavori più semplice e il raggiungimento di una versione definitiva della decisione non legislativa ne è un segno.

I lavori del Consiglio si sono svolti secondo la seguente procedura: in un primo momento sono stati esposti i propri position papers, nei quali ogni ministro, a turno, illustrava la posizione del proprio Paese e le misure che esso avrebbe preso; successivamente, si è entrati nel cuore del dibattito, con una mozione particolare sul Mediterraneo; infine il testo della decisione è stato presentato, emendato e approvato articolo per articolo.

Le posizioni emerse nella lettura dei position papers hanno portato alla luce visioni comuni, quali la necessità di una migliore gestione dei flussi migratori, una maggiore cooperazione intracomunitaria e la stabilizzazione dei Paesi in cui sono presenti situazioni di criticità e che sono punti di origine dell’emigrazione verso l’Europa.

Tuttavia, nel corso del dibattito formale sono affiorati più temi e si sono delineate con maggiore chiarezza le posizioni dei vari Paesi, dipingendo un’Unione divisa in due: l’Europa orientale, scandinava, Slovenia e Austria contrarie all’accoglienza indiscriminata e favorevoli alla chiusura delle due rotte di accesso all’UE; l’Europa centrale e occidentale, invece, più disposte all’accoglienza, sebbene con l’introduzione di necessari criteri di redistribuzione delle quote di migranti.

La più severa opposizione al ricevimento dei migranti si è riscontrata da parte della Polonia, che non si è rivelata disposta ad accettare migranti economici né una futura redistribuzione, sostenendo di dover anche gestire i flussi migratori provenienti dalle ex Repubbliche sovietiche: Ucraina e Bielorussia, principalmente.

La necessità di distinguere tra status di migranti economici e di rifugiati ha ricevuto un considerevole consenso da parte di tutti gli Stati, i quali hanno sottolineato l’importanza del rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951. Allo stesso tempo, si è esortato a considerare i traguardi raggiunti dall’Europa ed evitare di perdere ciò che è stato fino a oggi conquistato. Specificamente, la preoccupazione è stata rivolta all’Acquis di Schengen, a seguito degli episodi di reintroduzione di controlli alle frontiere, della chiusura del valico del Brennero in Austria e del blocco della rotta balcanica, sintomi della mancanza di cooperazione tra gli Stati e di frammentazione dell’Unione.

Successivamente, nel dettaglio, la rotta mediterranea è stata oggetto di dibattimento. I flussi che vi transitano, differentemente da quelli da oriente, sono composti principalmente da migranti economici. Da qui, la necessità di un progetto di azione differente per ostacolare l’approdo sul territorio europeo a coloro che cercano di farlo in modo illegale. I mezzi di risoluzione proposti dagli studenti non si sono discostati dalle strategie europee.

Si è riconosciuta la validità del Migration Compact (documento presentato il 15 aprile dall’Italia ai presidenti della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio europeo, Donald Tusk) nel rimarcare l’importanza di una strategia congiunta verso l’esterno e nell’importanza della cooperazione con i Paesi africani di origine e di transito.

Si è cercato inoltre di promuovere un crescente utilizzo degli hotspots negli stati di confine. Attualmente, essi sono presenti solo in Italia (Lampedusa, Pozzallo, Taranto e Trapani) e in Grecia (Lesbo, Chio, Samos, Leros e Kos). Nell’impiego di questo sistema, le agenzie europee EASO (Ufficio Europeo di Supporto per l’Asilo), Frontex, Europol ed Eurojust collaborano con le autorità locali nel processo di identificazione e registrazione dei migranti, rinvio degli irregolari e individuazione e smantellamento delle organizzazioni criminali. La proposta della Polonia di installare gli hotspots direttamente sul suolo africano ha riportato alla luce il problema della stabilizzazione dello Stato della Libia, all’interno del quale la situazione politica rimane frammentata e instabile.

L’attenzione è stata anche diretta alla legislazione vigente. Il regolamento UE del 2013 Dublino III prevede, come i predecessori, che i cittadini extracomunitari possano richiedere asilo esclusivamente nel Paese di ingresso. Ciò ha finora causato difficoltà nella gestione dei centri di identificazione e una conseguente congestione delle pratiche di rilascio dei documenti. I ministri si sono riproposti di aggiornare il documento, prestando particolare attenzione alla questione.

La bozza di decisione presentata il giorno seguente ha tenuto conto di tutte le considerazioni emerse durante il dibattito. Le procedure di emendamento e approvazione sono state rapide, ma i lavori del Consiglio non sono terminati, perché è giunta notizia di una rivolta in Turchia, all’interno di un campo per rifugiati. La notizia è stata creata ad hoc dal presidente della seduta, ma si è rivelata un utile accorgimento per indirizzare il dibattito sul tema della Turchia. Gli aggiornamenti in seguito comunicati dall’Alto rappresentante Aila Trasi alias Federica Mogherini hanno reso noto un bilancio di 50 vittime. Le dichiarazioni del presidente turco Erdoğan successive al tragico episodio hanno paventato la possibilità di una violazione dell’accordo concluso dall’UE con la Turchia. Nel dibattito particolare che ne è seguito si è riscontrata una decisa compattezza nel ritenere indispensabile un immediato dialogo con la Turchia, perché l’accordo venga rispettato e perché i diritti umani siano difesi, e sanzioni economiche, qualora i negoziati non riportino la situazione allo status quo.

I mezzi di contenimento dell’emergenza sottoposti al voto del Consiglio sono stati due: il dispiegamento di navi militari in aiuto alla marina greca nelle operazioni di salvataggio di migranti, approvato dall’assemblea, e quello di unità terrestri sulla frontiera tra Grecia e Turchia, non approvato, invece.

In relazione all’evento, le sanzioni stabilite nei confronti della Turchia sono state tre: il congelamento del processo di adesione all’Unione Europea, la sospensione dei finanziamenti e il blocco della liberalizzazione dei visti.

È stata poi richiesta dalla Francia l’assistenza della NATO e dell’ONU in supporto alle operazioni che metterà in atto l’UE, misura approvata per consensus e con la quale la seduta si è conclusa.

Durante le due giornate di Model si è potuto parlare di temi quali la geopolitica, i diritti umani e la legislazione europea, e si è sostenuta ancora una volta la necessità di un’UE cooperativa a causa dell’inevitabile crescita dell’interdipendenza nel campo della sicurezza. Due giornate all’insegna della positività e di un approccio proattivo alle sfide che l’Europa si trova ad affrontare. Il dibattito è stato ricco di idee, contenuti ed entusiasmo. Merito dell’organizzazione, della preparazione e del lavoro di ogni partecipante, che sono stati determinanti nella buona riuscita della simulazione, un’esperienza gratificante e formativa da ripetere.

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