USA-Turchia: un difficile rapporto

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Il recente fallito tentativo di colpo di stato in Turchia, avvenuto nello scorso mese di luglio 2016, che ha visto uscire rafforzata la leadership del presidente Recep Tayyip Erdogan, ha approfondito le già presenti divergenze tra Ankara e Washington. Queste sono ascrivibili principalmente alla strategia seguita dall’amministrazione USA nella lotta condotta in Siria contro lo Stato Islamico, la quale prevede un largo impiego di forze locali, tra cui le più efficienti sono sinora risultate quelle curde. Dato lo storico contrasto tra Ankara e la minoranza curda in Turchia, i successi delle forze curdo-siriane contro l’IS hanno preoccupato, e tuttora preoccupano, la leadership turca, che teme eventuali convergenze con i ribelli curdi del PKK. Il fallito golpe ha causato nuove tensioni tra i due membri NATO, soprattutto dopo la richiesta che Ankara ha rivolto agli Stati Uniti al fine di ottenere l’estradizione di Fethullah Gulen, che il presidente Erdogan ha accusato di essere il mandante del colpo di stato. Tuttavia, al di là del singolo episodio, il fallito colpo di stato di luglio ha offerto alla Turchia la possibilità di riallacciare relazioni con alcuni paesi, in primis Russia e Israele, e di ricalibrarne altre come quella con gli USA. Ciò non significa che si possa assistere ad un rovesciamento di alleanze, quanto, piuttosto, ad una nuova strategia diplomatica turca volta al raggiungimento dei propri interessi nazionali.

La principale fonte di attrito tra Ankara e Washington rimane il sostegno che la seconda offre alle milizie curde impegnate sul campo in Siria e in Iraq nella lotta contro lo Stato Islamico. Per quanto concerne la Siria, rilevante per la Turchia data la prossimità territoriale e la contiguità dei territori abitati dalle rispettive minoranze curde, la coalizione a guida statunitense ha individuato nelle forze rappresentate dall’YPG, Unità di Protezione Popolare, i boots on the ground, soldati impegnati sul terreno e a cui fornire copertura aerea. La strategia basta sui soli raid aerei condotti per mesi contro le postazioni dell’IS in Siria e Iraq ha dimostrato tutti i propri limiti nella lotta contro il Califfato e, al contempo, le uniche unità in grado di resistere all’avanzata jihadista sono state proprio quelle curde. Da ciò deriva il sostegno USA alle milizie curdo-siriane che attualmente stanno avanzando nel Nord della Siria. Tuttavia, Ankara non ha mai fatto mistero delle proprie preoccupazioni riguardo ad una sempre più stabile presenza curda lungo il proprio confine con la Siria. Tali preoccupazioni si sono aggravate dopo che le milizie dell’YPG hanno riconquistato la città di Manbij, respingendo i jihadisti dello Stato Islamico. Per far ciò, le forze curde hanno superato l’Eufrate raggiungendo la sponda occidentale del fiume, visto dalla Turchia quale limite alla zona di influenza dell’YPG nel Nord della Siria. Questa, per Ankara, è una questione sostanziale: le milizie curde controllano quasi tutto il confine siriano con la Turchia, con la sola eccezione di un corridoio di circa 100 km ancora occupato dall’IS. Il governo turco teme che una eventuale continuità territoriale curda lungo il proprio confine meridionale possa far sorgere, a guerra ultimata, una Siria federale in cui ampia autonomia potrebbe essere concessa ad un ipotetica regione curda. Data l’attuale instabilità interna dovuta ai nuovi scontro tra esercito turco e PKK, questa ipotesi è vista con estrema preoccupazione. Non a caso, lo scorso 25 agosto, dopo che truppe corazzate di Ankara sono intervenute in Siria colpendo tanto le posizioni dell’IS quanto quelle dell’YPG, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha assicurato al proprio omologo turco che le forze curde si sarebbero ritirate ad est dell’Eufrate.

Allo stesso tempo, la Turchia sta cercando di riallacciare alcune relazioni che negli mesi e anni si erano notevolmente raffreddate. In particolare, Ankara è riuscita a riavvicinarsi alla Russia e ad Israele dopo che alcuni episodi avevano causato gravi crisi nei rapporti tra queste potenze. Con riferimento a Mosca, i rapporti con la Turchia avevano avuto una brusca battuta d’arresto dopo l’abbattimento del jet SU-24 dell’aviazione russa avvenuto a novembre 2015. Dopo questo incidente, la tensione tra i due paesi è cresciuta, tanto che il presidente Putin ha accusato il proprio omologo turco di connivenze con l’IS. Questa fase è stata superata dapprima con le scuse ufficiali di Erdogan e, dopo il fallito golpe di luglio, con il pubblico sostegno di Mosca al governo di Ankara. Tuttavia, il contemporaneo raffreddamento dei rapporti tra Turchia e USA in relazione al tentativo di colpo di stato e legato soprattutto alla richiesta di estradizione di Fethullah Gulen, non deve far pensare che sia imminente un rovesciamento di fronte da parte di Ankara. Quest’ultima, infatti, si è trovata per mesi in una posizione di isolamento internazionale e l’attuale offensiva diplomatica è volta proprio a sanare tale condizione. A tal riguardo, due sono i punti da evidenziare nelle rinnovate relazioni russo-turche. Prima di tutto, la questione del Turkish Stream, il progettato gasdotto che dovrebbe portare il metano russo in Europa attraverso la penisola anatolica, bypassando l’Ucraina. Dopo l’incontro al vertice tra Putin ed Erdogan del 9 agosto scorso, l’azienda russa Gazprom ha ricevuto i permessi per la realizzazione della prima tratta. Il secondo punto è quello relativo alle sorti di Bashar Al Assad. Proprio su tale argomento è possibile evidenziare come sia improbabile un rovesciamento di alleanze. Il presidente siriano, infatti, rimane inviso ad Ankara come a Washington, ma conserva il sostegno di Mosca. L’ammorbidimento della posizione turca in relazione al futuro di Assad può essere interpretato come una scelta tattica volta a limitare le tensioni con un potente vicino, quale è la Russia, per concentrare le proprie energie nel proprio rafforzamento in chiave anti-curda. Il riavvicinamento con Mosca, quindi, non deve far pensare ad una Turchia pronta ad abbandonare gli USA o la NATO. Queste rimangono alleanze fondamentali per la politica estera di Ankara.

Le relazioni diplomatiche tra Turchia e Stati Uniti hanno toccato i proprio minimi storici tra luglio e agosto 2016. Dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio, per il quale Ankara ha accusato l’ex alleato di Erdogan, Fethullah Gulen, di esserne il mandante, che proprio negli USA risiede dal 2008, i rapporti tra i due paesi sono stati particolarmente tesi. Inoltre, l’attuale offensiva turca nel Nord della Siria, precisamente nell’area attorno alla città di Jarablus, ha causato ulteriori problemi, dato che le forze corazzate di Ankara hanno sì colpito obiettivi dell’IS, ma anche postazioni delle milizie curde dell’YPG sostenute da Washington. Entrambi i paesi, tuttavia, non hanno interesse ad aggravare i già difficili rapporti, dato che la Turchia, nonostante il riavvicinamento alla Russia, rischierebbe un nuovo isolamento, mentre gli USA continuano a considerare Ankara un partner fondamentale per la stabilità del Medio Oriente. In tal senso, se da una parte gli Stati Uniti hanno protestato contro l’offensiva turca nei confronti dell’YPG, allo stesso tempo hanno intimato alle forze curde di tornare ad est dell’Eufrate come richiesto da Ankara. Un posizione, quella statunitense, di equidistanza che ben dimostra quanto sia delicata l’attuale fase del conflitto siriano, soprattutto in chiave anti-IS. E’ presumibile, quindi, che si possa assistere ad una rimodulazione delle relazioni tra Turchia e USA piuttosto che ad una loro negazione. Ed è anche importante evidenziare come i prossimi mesi siano gli ultimi dell’amministrazione Obama e, quindi, molti dei nodi nelle relazioni con Ankara dovranno essere affrontati dalla prossima presidenza.

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