Esercito europeo: nuove prospettive di una questione irrisolta

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di Valerio Moneta

Il 30 agosto 1954 il Parlamento francese votò a maggioranza contro la ratifica del Trattato che istituiva la Comunità Europea di Difesa noto come “Plan Pleven”.

Il Trattato prevedeva la fusione delle forze armate degli Stati membri in un solo esercito europeo, organizzato da un’amministrazione sovranazionale europea e posto sotto il  controllo del comandante in capo della NATO.

Da allora il progetto della creazione delle forze armate dell’Unione ha subìto diversi arresti, cadendo persino nel dimenticatoio dell’agenda europea per decenni. Lo stallo ha  evidenziato l’incapacità dei paesi dell’Europa occidentale di concepire, prima ancora di realizzare, un sistema di difesa indipendente

La questione della sicurezza fu reintrodotta nella prima versione del Trattato di Maastricht sull’Unione Europea (1992), con la creazione della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC).

Il Trattato sull’Unione Europea introduceva peraltro nel Titolo I, articolo B, l’obiettivo di una “politica di difesa comune, che  potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune”.

Tale prospettiva fu confermata nel 2007 con la firma del Trattato di Lisbona, il quale stabilisce che l’Unione può avvalersi di una capacità operativa ricorrendo a mezzi militari e civili per perseguire la politica di sicurezza e di difesa comune. Nello stesso anno raggiunsero la piena operatività gli EU Battlegroups, forze specializzate di pronto intervento in scenari di crisi, basate sul principio della multinazionalità. Tuttavia queste forze non sono mai state utilizzate sul terreno, in quanto si è preferito ricorrere a formule ad hoc, costruendo di volta in volta le coalizioni militari necessarie.

La difesa comune è rinviata dal Trattato a una deliberazione all’unanimità del Consiglio europeo. Nel frattempo gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito della NATO, così come ribadito nell’ultimo vertice di Varsavia tra l’UE e l’Alleanza atlantica.

In questi fondamentali accordi internazionali si riflettono dunque le colonne d’Ercole che l’Unione Europea non è riuscita finora a varcare per portare a soluzione la questione della difesa e dell’esercito europeo.

Da un lato, la mancanza di volontà politica da parte degli Stati nazionali di spogliarsi di competenze fondamentali per affermare la propria sovranità e il perseguimento dei propri interessi che si esprime nel diritto di veto degli Stati membri in seno alle decisioni prese durante i Consigli europei. Dall’altro, la permanente subordinazione alla strategia politico-militare della superpotenza nordamericana (“NATO-first”) a cui si collega il problema della duplicazione delle strutture militari, giudicato non necessario dalla maggioranza dei paesi UE, tra cui l’Italia.

La combinazione di tali fattori ha reso finora la comunità europea “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”, secondo la nota metafora dell’ex primo ministro belga Marc Eysken.

Tuttavia, nell’ultimo decennio la questione irrisolta dell’esercito europeo si è riproposta in un ambiente caratterizzato da nuove minacce alla sicurezza: l’emergere del terrorismo jihadista, la destabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente, la proliferazione dei cyber attacchi, l’aumento della tensione militare ai confini orientali dell’Unione Europea, il riarmo globale.

In questo complesso scenario, lo spostamento degli interessi strategici nordamericani verso l’area del Pacifico, apre spazi all’integrazione della difesa europea, per certi versi sollecitata anche da Washington come parte di un’alleanza in grado di risolvere con le proprie forze i conflitti che la riguardano, senza autocompiacersi della propria difesa assicurata dalla NATO.

Paradossalmente anche gli insuccessi dell’Unione Europea possono trasformarsi in fattori propulsivi nel campo dell’integrazione militari. Come affermato dall’Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa comune Federica Mogherini, le conseguenze del referendum dello scorso 23 giugno sul Brexit, con la rimozione di un tradizionale ostacolo all’esercito comune, possono facilitare la costruzione di nuove strutture militari comuni. Non si parla ancora di una costituzione di vere e proprie forze armate sotto il comando dell’Unione Europea, ma dell’implementazione della Difesa europea. Lo stesso Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha ribadito la necessità di una maggior collaborazione delle forze armate degli Stati Membri senza per questo smantellare gli eserciti per crearne uno sovranazionale.

Oggi la difesa europea è percepita dai leaders UE non solo come una opzione politica fra le altre, bensì come necessità strategica non più rinviabile, sia dal punto di vista strettamente militare, sia da quello economico.

Nelle condizioni attuali, nessun singolo paese dell’UE è in grado di fronteggiare le sfide che si pongono. Non lo consentono le rapide trasformazioni del contesto geopolitico, il livello raggiunto dalle minacce ibride, la riduzione dei bilanci per la difesa nazionale, le esigenze di competitività dell’industria della difesa. E nemmeno si può escludere la possibilità di una nuova guerra in Europa, inimmaginabile sino a poco fa.

Se i problemi e le minacce alla sicurezza sono comuni, la risposta che viene delineata dalle strutture centrali dell’Unione – in primis la Commissione – non può che essere comune, in un’ottica di crescente e permanente cooperazione e integrazione dei 28 Stati dell’Unione (22 dei quali, non va dimenticato, sono membri NATO).

La necessità di superare il tradizionale approccio alla questione della difesa comune e di giungere a un nuovo livello di risposta, si è recentemente espressa in due fatti politici di primaria importanza: l’appello lanciato dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker per un esercito europeo, e la volontà francese di attivare la clausola di mutua assistenza prevista dall’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona,  in seguito agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.

Indipendentemente dalle motivazioni che sottendono queste scelte politiche, e dalle reazioni suscitate, esse indicano un cambio di paradigma: all’interno dell’Unione Europea si sta esprimendo una crescente esigenza di poter contare sulla propria forza per rispondere alla crescita delle minacce globali e alla volatilità dello scenario geopolitico.

La roadmap dell’esercito europeo è indubbiamente lunga e tortuosa, non necessariamente unanime. Va infatti rimarcato che l’Articolo 42.6 del Trattato di Lisbona prevede la possibilità che un nucleo di paesi membri possa assumere l’iniziativa di una “cooperazione strutturata permanente” per portare la difesa europea ad un gradino successivo.

Tra le opzioni in campo, quella basata sulla flessibilità e sulla volontarietà sta guadagnando terreno. Nella pratica essa si traduce nello strumento di nuovi EU Battlegroups, basati su coalizioni di Stati membri, e di un quartier generale operativo a Bruxelles per assicurare un’effettiva pianificazione, comando e controllo delle operazioni.

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