Georgia: la strada che porta alla NATO

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Di Massimiliano Nicolosi

Mentre si scalda la situazione nel Baltico e sale la tensione tra Russia e Paesi NATO, a seguito della decisione del governo russo di dislocare missili nucleari Iskander a Kaliningrad, sollevando le proteste dei governi di Lituania e Polonia, l’attrito tra l’alleanza atlantica e il Cremlino potrebbe trovare un altro focolaio più a sud, nel Caucaso, in Georgia.

Lo scorso 8 ottobre, si sono tenute le elezioni per il rinnovamento del Parlamento georgiano. La coalizione vincente, il Sogno Georgiano, fondata nel 2012 dall’imprenditore ed ex Primo ministro Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto la maggioranza dei 150 membri del Parlamento e si prepara a governare per altri quattro anni. La definitiva composizione del legislativo, però, sarà resa nota successivamente ai ballottaggi, ancora da svolgere, in quanto i seggi parlamentari sono attribuiti in parte seguendo un sistema elettorale proporzionale, in parte assegnati attraverso un sistema maggioritario.

A riempire il Parlamento, oltre alla coalizione vincente, altri due partiti, che hanno superato la soglia del 5%: il Movimento Nazionale Unito dell’ex presidente Saakashvili, alla guida del governo fino al 2013, e la coalizione Alleanza dei Patrioti, una piccola forza antiatlantista e filorussa.

I prossimi quattro anni si annunciano decisivi per capire la direzione che la Georgia vorrà prendere in ambito internazionale. La politica estera del governo negli ultimi anni, prima sotto la guida di Saakashvili e del Movimento Nazionale Unito, poi del Sogno Georgiano, hanno avuto in entrambi i casi un orientamento atlantista e filoccidentale.  La volontà degli ultimi governi georgiani è stata quella di sganciarsi dalla condizione di territorio sotto la costante osservazione russa per volgere lo sguardo verso la NATO e l’Unione Europea.

Questo processo ha inizio con la presidenza di Saakashvili nel 2003 con la sua opera di avvicinamento all’Occidente da una parte e lo smantellamento dei rapporti con la Russia dall’altra. Un processo che si è accentuato successivamente alla guerra con la Russia in Ossezia del Sud e Abkhazia, a seguito dell’attacco georgiano in Ossezia e della risposta immediata di Mosca.

I sentimenti anti-russi di Saakashvili, che ha perso la presidenza proprio a seguito del tentativo di reintegrare con la forza l’Ossezia del Sud, hanno avuto un ulteriore risalto nel 2015, quando è stato chiamato, non nel suo Paese, bensì in Ucraina, a ricoprire la carica di governatore dell’oblast di Odessa, tra l’altro regione a maggioranza russofona, col chiaro intento da parte del Presidente ucraino Poroshenko di sfidare Mosca, nel pieno della guerra in Donbass.

Il nuovo governo targato Margvelashvili ha proseguito la strada della propria politica estera sulle orme dell’ex presidente, continuando a perseguire l’integrazione euro atlantica e cercando di allestire relazioni costruttive, o quanto meno non conflittuali, con Mosca.

Il secondo mandato che la coalizione si prepara ad affrontare rappresenta pertanto una sfida su più temi: la situazione economica e la stabilità interna sono strettamente legati alle scelte che il governo apporterà alla politica estera. Proseguire lungo la direzione che porta all’Occidente sembra essere la strada preannunciata di un bivio che ha nella direzione opposta l’ombra di Mosca.

I tentativi di entrare nell’orbita occidentale hanno una storia lunga. Ufficialmente risalgono al 1994 le prime relazioni ufficiali tra la Georgia e la NATO, quando il governo di Tibilisi entrò a far parte del Partenariato per la pace, un programma sorto in seno alla NATO e volto a stabilire rapporti su una nuova base con i Paesi dell’ex Patto di Varsavia o comunque con Paesi che non avevano aderito all’alleanza atlantica. Se per molti governi firmatari del documento, gli eventi successivi hanno condotto alla acquisizione dello status di membro del patto atlantico, per la Georgia questo non si è verificato, sia per l’intolleranza del Cremlino nel trovare la presenza NATO sul proprio confine meridionale, sia per le incertezze degli stessi Paesi occidentali.

Il percorso tortuoso della Georgia verso l’integrazione euro atlantica ha subito accelerate ed interruzioni lungo il corso degli ultimi venti anni: in occasione del summit NATO di Bucarest del 2008, è stata negata a Tibilisi l’avvio del MAP (Member Action Plan) indispensabile per l’ingresso nella NATO, decisione rimandata ulteriormente a seguito del conflitto militare con la Russia. Questione rimasta irrisolta al summit in Galles nel 2014, in cui la dichiarazione della NATO ha semplicemente ribadito la volontà di inserire la Georgia all’interno dell’alleanza e garantirne il supporto riguardo l’integrità territoriale e la sua sovranità entro i confini riconosciuti internazionalmente. Su quest’ultimo aspetto non si è mancato di rivolgere alla Russia un invito a revocare il proprio riconoscimento alle indipendenze dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

Di nuovo, lo scorso luglio, la NATO si è riunita a Varsavia e ha affrontato la questione: il MAP per la Georgia è rimasto congelato, non si sono fatti passi avanti notevoli   riguardo la procedura per la membership georgiana. Gli unici appelli sono stati rivolti alla Russia, in sostanza gli stessi già sottoscritti in Galles, affermando che l’alleanza atlantica, oltre a chiedere la revoca russa del riconoscimento alle due enclavi in territorio georgiano, chiede il ritiro delle truppe russe e non riconosce i trattati sottoscritti tra Abkhazia e Russia nel novembre 2014 e tra l’Ossezia del Sud e la Russia nel marzo del 2015.

Un messaggio più chiaro delle intenzioni dell’alleanza atlantica sembra esser arrivato lo scorso settembre, in cui oltre alla visita del NAC (North Atlantic Council) a Tibilisi, si sono svolte delle esercitazioni militari nella Georgia meridionale, a cui hanno partecipato, insieme a soldati georgiani, reparti americani e di altre nazioni, dando l’impressione di una nuova spinta al processo di integrazione.

Non è la prima volta che l’organo esecutivo della NATO si reca in Georgia. Tuttavia la concomitanza con le manovre militari ha suscitato un maggiore interesse da parte degli osservatori.  Oltre ad assicurare Tibilisi circa la sua sovranità territoriale e la difesa dei suoi confini, la NATO ha voluto mostrare parte della propria capacità militare, ha deciso di mostrare i muscoli alla Russia proprio in un territorio vicino ai suoi confini. Se pensiamo ai confini militari e ideologici della guerra fredda, è sorprendente dove sia arrivata la mano dell’alleanza atlantica. Non sorprende invece la reazione che Mosca ha ogni volta che la NATO si avvicina ai suoi confini meridionali oppure le minacce in direzione della Georgia ogni qualvolta che si paventa l’inizio del processo di ammissione al patto atlantico da parte di Tibilisi.

E’ proprio dalla posizione della Russia che deriva probabilmente questa fase di stallo che non permette ulteriori passi in avanti nel processo di integrazione georgiana nell’alleanza atlantica. Nonostante i buoni propositi e le dichiarazioni degli esponenti occidentali alla NATO; nonostante il contributo georgiano alla sicurezza internazionale e l’impegno a missioni internazionali (vedi l’Afghanistan); nonostante si continui a dire che la Georgia abbia raggiunto tutti i requisiti necessari per aderire all’alleanza atlantica; e nonostante il recentissimo ingresso del Montenegro che, sorpassata la Georgia nel processo di adesione, lascerebbe la porta aperta a ulteriori memberships lanciando segnali positivi ad altri aspiranti, la realizzazione del progetto georgiano rimane una incognita in fatto di tempi e modi.

Il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, durante la visita del NAC a Tibilisi, ha elogiato il processo di riforme ed ha auspicato una pronta adesione. Non ha potuto però fare annunci né tantomeno fissare scadenze temporali.

La spiegazione di questa vaga incertezza sta precisamente nel ruolo della Russia. La realpolitik russa rappresenta l’ostacolo più insidioso. Non solo Putin non intende trovare la NATO sul proprio confine meridionale, ma in controtendenza alle richieste occidentali, ha intensificato i rapporti con le due repubbliche separatiste. Dopo gli accordi, centrati sulla difesa dei confini, con l’Abkhazia alla fine del 2014, la Russia ha stretto un’alleanza anche con l’enclave georgiana dell’Ossezia del Sud, ad inizio 2015, diventandone il difensore sul piano militare e promotore su quello economico.

Nei due territori, inoltre, è in atto da anni un processo di russificazione e abbandono della lingua ufficiale della Georgia, nonché un aumento della presenza militare ai confini con quest’ultima.

Il timore di perdere definitivamente circa il 20% del proprio territorio probabilmente spingerà Tibilisi a prendere in futuro decisioni coraggiose in politica estera. Ufficialmente la strategia del governo non conduce all’uso di mezzi coercitivi per riportare sotto la propria sovranità le due entità separatiste. Anzi, la cooperazione e la diplomazia sembrano essere gli strumenti che si intende utilizzare per raggiungere una pacifica reintegrazione dei due territori sotto la sovranità georgiana.

Questo obiettivo sembra essere tuttavia lontano, ancor di più senza la possibilità di ricorrere al sostegno della NATO. Qualsiasi mossa in tal senso ha più volte trovato la resistenza russa. Considerando che la cooperazione Russia-NATO si è incrinata in seguito all’intervento militare russo in Ucraina, lo scenario attuale non sembra essere favorevole per la Georgia.

Il nuovo governo non potrà risolvere questa sfida nel breve periodo, ma potrebbe cercare di mantenere le relazioni con Mosca a un livello stabile e, allo stesso tempo, mantenere la collaborazione con la NATO in vista di ottenere la membership, solo a seguito però, di uno scenario geopolitico più favorevole.

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