La crisi in Mali

Mali

Di Vittorio Pecoraro

Il Mali, caratterizzato dal corso del fiume Niger, è una Repubblica con una popolazione a maggioranza musulmana sunnita e con un passato da colonia francese. Nonostante le riserve di oro e uranio, lo sviluppo economico del Paese è stato frenato dall’isolamento internazionale, dalla mancanza d’infrastrutture e dall’aridità dell’ambiente.

La popolazione del Mali è divisa in diversi raggruppamenti autoctoni, che definiscono le differenti etnie. I più importanti sono sostanzialmente due: i Tuareg, nomadi che abitano le zone desertiche del Nord, e i Mandingo, discendenti dell’antico “Impero del Mali”, popolo di agricoltori e allevatori, da sempre stanziati nei più fertili e verdeggianti territori del sud.

 I Tuareg non hanno mai accettato di sottostare al dominio politico esercitato dal gruppo etnico più consistente, i Mandingo, e si sono ribellati a più riprese, alimentando la guerriglia e alleandosi con i gruppi che facevano riferimento ad al-Qa’ida.

La scoperta di petrolio nel 2006 nel nord del Mali e la guerra al terrorismo, avviata dal governo centrale in quest’area, peggiorarono i rapporti, aprendo una crisi tra lo Stato del Mali e i ribelli Tuareg che portò presto a episodi di violenza e a intimidazioni.

In questo scenario il governo centrale non brillò di autorevolezza, con continue deposizioni di leader e arresti arbitrari di esponenti politici. Il clima si irrigidì poi a causa del colpo di Stato, avvenuto nel 2012, contro il Presidente Amadou Toumani Touré, che da decenni guidava il Paese.

La deposizione fu preceduta da settimane di proteste da parte dei militari, a causa della gestione ritenuta “debole” delle sommosse in corso nel nord.

Il crollo del potere statale permise ai movimenti politici laici a maggioranza Tuareg di conquistare il controllo del nord e di dichiarare unilateralmente l’indipendenza, non riconosciuta da nessun’altra nazione.

L’alleanza dei Tuareg con i fondamentalisti dopo pochi mesi si rivelò fragile e le forze laiche furono espulse. Nel nord s’insediò così un sistema politico basato su una rigorosa interpretazione della sharia.

Dal dicembre 2012, la situazione si aggravò con i miliziani del nord che iniziarono a compiere incursioni nel Sud, minacciando da vicino la capitale, Bamako.

Il 10 gennaio 2013 il Presidente francese François Hollande, sotto gli auspici della risoluzione ONU 2085, diede il via alla “Opération Serval”, un’operazione di aiuto militare e logistico alle forze del governo maliano, e sempre su mandato internazionale i Paesi nordafricani dell’ECOWAS misero in campo 1.750 soldati.

Nei giorni seguenti anche Spagna, Regno Unito, Danimarca, Belgio, Canada, Italia, Stati Uniti e Germania, decisero di inviare aeromobili e uomini per fornire supporto logistico e per addestrare l’esercito maliano nell’ambito della missione dell’Unione europea “EUTM Mali”.

Le operazioni però, nonostante i successi inziali, si rivelarono più difficili del previsto. Così il Governo di Parigi iniziò a disimpegnarsi e a passare la mano ai peacekeepers dell’ONU.

I gruppi terroristici che sembravano esser stati annichiliti dall’intervento internazionale, in realtà non furono debellati e si riorganizzarono e riequipaggiarono presto, anche grazie all’instabilità endemica della Libia e della Nigeria settentrionale.

In questo scenario, l’unica speranza di pace restava la tregua e l’alleanza fra i ribelli laici Tuareg e il governo del Mali, uniti dalla lotta ai fondamentalisti, ex alleati dei Tuareg.

Nel giugno del 2015, dopo mesi di trattative, il governo e la comunità Tuareg firmarono un accordo di pace. La concessione al centro della nuova alleanza fu di una maggiore autonomia per la regione settentrionale, nel tentativo di porre fine a un ciclo di quattro rivolte dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960.

A distanza di più di un anno, però, l’accordo sembra non essere stato rispettato. Il governo centrale è accusato di legami con il gruppo “Gatia”, una struttura paramilitare a composizione etnica Tuareg che opera per conto delle maggioranze etniche del sud, in un’ottica di freno al processo di autonomia del nord.

La crisi in Nord Africa sembra non avere fine. Tra l’avanzata dei jihadisti e un accordo di pace, è del 3 ottobre 2016 la notizia dell’uccisione di un casco blu. Il caos politico in cui si trova attualmente il Maghreb non è di semplice soluzione, specialmente dopo la rimozione del presidente libico Gheddafi, che ha aumentato l’instabilità della regione sahariana a causa specialmente dell’afflusso di armi provenienti dall’arsenale del Rais.

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