La linea sottile tra realtà e pregiudizio: il controverso rapporto tra immigrazione e sicurezza

migranti

Di Roberta Lunghi

Per lungo tempo, le migrazioni sono state definite come un fenomeno socio-economico che non poteva entrare in collisione con il tema della sicurezza interna. Negli ultimi anni, il tema stesso di sicurezza è cambiato, a causa dell’indebolimento del confine tra interno ed esterno. Il termine “securitarizzazione” è stato coniato dalle scienze politiche e sociali contemporanee per descrivere l’attrazione di un determinato fenomeno nella sfera dei problemi riguardanti la sicurezza. Gli attori politici e i burocrati della sicurezza hanno canalizzato paure e ansie verso determinati argomenti, al fine di legittimare il loro intervento o l’estensione delle loro prerogative. Uno di questi argomenti è l’immigrazione, che ha posto l’accento sull’evoluzione di questioni di carattere generale come l’aumento del disordine urbano, la criminalità e il terrorismo internazionale, ma anche questioni politico-identitarie che sollecitano il razzismo e il radicalismo, oltre che sociali ed economiche. La “sindrome d’invasione” stimola la percezione dell’immigrato come una minaccia interna di un concorrente illegittimo nell’accesso alle risorse e ai servizi del welfare e del mercato del lavoro, nei confronti di quei cittadini autoctoni di uno Stato destinatario di flussi migratori. L’aumento dell’irregolarità e della clandestinità hanno inciso, ancora di più, sul sentimento di ostilità contro lo straniero; l’incapacità di uno Stato di proteggere il proprio territorio e i propri confini ha comportato il delineamento di un profilo generalizzato dell’immigrato, quello di un importatore del rischio. Tale processo di securitarizzazione ha costruito nell’opinione pubblica una forma d’intolleranza che ha consentito la legittimazione della violazione sistemica dei diritti umani dei migranti.

Secondo il Rapporto 2015-2016 di Amnesty International, l’Unione europea si è dimostrata incapace di trovare una soluzione umana e rispettosa di fronte alla crisi umanitaria che ha stravolto l’Europa. Tra gli errori principali, l’organizzazione ha riconosciuto: il rifiuto di sostituire le operazioni di ricerca della Marina Militare italiana “Mare  Nostrum” con un’alternativa adeguata, i decessi di rifugiati e migranti nel Mediterraneo e nel Mar Egeo, la disattenzione riguardo la pericolosa traversata attraverso i Balcani per raggiungere la Germania, l’incompetenza nella valutazione delle domande d’asilo, l’incanalamento dei richiedenti asilo verso i confini della Grecia e dell’Italia, l’inefficacia del piano di redistribuzione e di ricollocazione di circa 160mila profughi varato dalla Commissione europea lo scorso anno. Tale inefficienza ha suscitato delle reazioni; per esempio, l’Ungheria ha aperto la strada al rifiuto di impegnarsi in soluzioni comunitarie condivise per la crisi dei rifugiati, voltando le spalle agli sforzi collettivi e costruendo più di 200 km di recinzioni lungo i suoi confini con la Serbia e la Croazia. Nel corso dell’anno, gli stessi vertici europei sono stati sempre più incentrati su misure volte a tenere lontani rifugiati e migranti o ad accelerare il loro ritorno. I leader dell’Unione si sono accordati per creare un elenco comune di Paesi di origine reputati sicuri, verso cui i richiedenti asilo potevano essere rimandati dopo una procedura accelerata o hanno preferito rafforzare i poteri di Frontex nell’effettuare espulsioni. Le origini di quest’agenzia europea affondano proprio nel processo di securitarizzazione della frontiera esterna europea con la nascita dell’area Schengen, un processo durante il quale Frontex ha inglobato la retorica dell’emergenza umanitaria come veicolo di legittimazione per una costante espansione del suo ruolo, delle sue prerogative e delle sue risorse. Oggi, gli attori politici europei hanno iniziato a focalizzarsi maggiormente sui Paesi d’origine e di transito, al fine di limitare il flusso migratorio verso l’Europa. Un’esternalizzazione dei controlli migratori dell’Unione europea verso i Paesi terzi che ha raggiunto l’apice nel marzo scorso, con la firma di un piano d’azione congiunto con la Turchia. L’accordo tra l’UE e Ankara, la cui strada è stata spianata dall’allarmismo diffuso per salvare le vite delle migliaia di persone in transito nell’Egeo nella disperata traversata verso le coste greche, prevedeva che la Turchia limitasse il flusso di rifugiati e migranti. In primis, l’allora premier Ahmet Davutoğlu doveva combattere i trafficanti turchi di Bodrum e di Izmir e rafforzare i controlli di frontiera, in cambio di sei miliardi di euro d’aiuti. L’accordo ignorava il fatto che, oltre a un sistema di asilo inadeguato, la Turchia già da tempo non rispettava i diritti dei rifugiati presenti nel suo territorio. Sempre Amnesty ha riportato prove che la Turchia stava rimandando forzatamente in Siria e in Iraq i rifugiati e i richiedenti asilo arrestati nelle sue province al confine occidentale, mettendo ulteriormente in luce il fatto che l’UE stava limitando l’afflusso a spese dei diritti umani dei soggetti coinvolti.

L’inefficacia dell’accordo con la Turchia rincara la totale assenza di fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee, una sfiducia rafforzata anche per le strategie che i singoli Stati hanno adottato per fronteggiare l’emergenza migranti. Il 2016 è cominciato con i controlli alle frontiere tra Svezia e Danimarca; Stoccolma, che nel 2015 aveva ricevuto oltre 150mila richieste di asilo, ha reintrodotto i controlli d’identità per i viaggiatori provenienti dalla Danimarca, innescando la reazione dello Stato danese che a sua volta ha chiuso le frontiere con la Germania, da cui provengono molti dei migranti diretti in Svezia. Anche la Francia ha preferito chiudere i suoi confini, a seguito dello stato di emergenza dichiarato dal Presidente François Hollande dopo gli attentati di Parigi, mentre al Brennero l’Austria aveva iniziato i lavori per la costruzione di una barriera per limitare i flussi provenienti dall’Italia. È proprio la politica a trarre profitto dalla xenofobia ormai diffusa in tutta Europa; Zygmunt Bauman, il più acuto studioso della società postmoderna, ha commentato la costruzione di questi muri, visibili e invisibili, contro i migranti come il trionfo del terrorismo giacché «rinforzando la xenofobia dal basso e concentrandosi sui migranti provenienti dai Paesi islamici si passa la palla nelle mani dei terroristi fondamentalisti». Gli europei vivono nella paura del futuro perché il solo pensiero spesso può destare l’idea di una catastrofe imminente e lo straniero diventa la rappresentazione di tutto ciò che è instabile e imprevedibile. Sempre Bauman sottolinea come le ricerche più serie abbiano mostrato che gli immigrati, in realtà, contribuiscono alla ricchezza del Paese d’arrivo, più di quanto costino in termini di servizi sociali. Nel caso italiano, ad esempio, il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione presentato dalla Fondazione Leone Moressa, dimostra come la ricchezza prodotta dai 2,3 milioni di occupati stranieri ha raggiunto i 125 miliardi di euro, pari all’8,6% del Pil nazionale e con i 10,3 miliardi di euro dei contributi previdenziali dei lavoratori nati all’estero si paga la pensione a 620mila italiani. La ricerca si è concentrata sull’analisi delle tre principali testate giornalistiche (Corriere della Sera, La Repubblica e il Sole 24Ore) dove il discorso immigrazione è stato focalizzato su temi come la cronaca, la giustizia e gli sbarchi, lasciando sullo sfondo il contributo dell’immigrazione all’economia italiana. Una scelta giornalistica che ha alimentato l’associazione immigrazione-criminalità.

Nel giugno 2015, IPSOS ha pubblicato i risultati di un sondaggio che ha rilevato l’opinione degli italiani in merito alla loro percezione del fenomeno migratorio e alla sua gestione da parte del governo. L’immigrazione, per il 25% degli intervistati, risulta essere la principale minaccia italiana dopo la crisi economica e solo un’esigua minoranza di italiani (2%) considera l’immigrazione come una risorsa per il Paese. A fronte di un 16% d’italiani che pensa sia doveroso accogliere i rifugiati, il 39% ritiene sia necessario mettere in atto provvedimenti decisi quali i respingimenti alle frontiere o l’adozione di misure militari. L’esito del sondaggio è stato favorito da un’informazione mediatica senza precedenti e da una strumentalizzazione del tema che si è tradotto in un giudizio negativo nelle risposte fornite dalla politica italiana. Una percezione molto critica, aggravata dalle riprese degli sbarchi, dai recenti scandali sui centri di accoglienza e dall’atteggiamento d’intransigente chiusura di molti Stati dell’Unione europea. Sempre in Italia, la presunta propensione a delinquere degli stranieri presenti su suolo nazionale è spesso usata come argomento di propaganda anti-immigrazione, soprattutto in concomitanza di episodi di cronaca particolarmente significativi per l’opinione pubblica. Secondo l’Istat, al 31 dicembre 2013, sono detenute nelle carceri italiane più di 62mila persone, di cui gli stranieri sono pari al 34,9% e la maggior parte è di nazionalità marocchina, rumena, albanese e tunisina. Tali dati sembrerebbero confermare l’immagine collettiva dell’immigrato criminale, soprattutto per reati di spaccio, prostituzione e furto. L’intolleranza razziale o etnica, a sua volta, aumentando il tasso di criminalità percepito, può generare una distorsione della realtà che consolida il pregiudizio. L’approccio analitico investe non tanto il rapporto immigrazione/criminalità, ma la relazione tra clandestinità e criminalità. L’irregolarità crea condizioni favorevoli al verificarsi di crimini, perché costituisce un limite all’inserimento nell’ambiente sociale, economico e legale. Continuare ad affermare che la delinquenza straniera aumenta in rapporto diretto con l’immigrazione e che gli stranieri delinquono più degli autoctoni, potrebbe alimentare quelle generalizzazioni che non aiutano a capire le dinamiche sociali in atto e a individuare strategie di risoluzione del problema.

Il pregiudizio generale e l’inefficienza delle politiche europee per l’immigrazione hanno incrementato la sfiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie e nazionali. La paura deriverebbe più dall’incapacità di controllare il fenomeno, che dal fenomeno stesso. Una proposta per fronteggiare l’emergenza umanitaria è stata presentata all’UE lo scorso aprile, proprio dal Primo Ministro italiano Matteo Renzi; il Migration Compact dovrebbe ridisegnare le politiche europee riguardanti i rapporti con gli stati terzi, soprattutto quelli africani da cui proviene il grosso dei flussi migratori. L’Unione europea dovrebbe finanziare a tassi agevolati quei Paesi che s’impegnano a controllare le frontiere e a ridurre i flussi, oltre che garantire una cooperazione nell’attività di soccorso, nei rimpatri dei migranti irregolari e nella lotta ai trafficanti. In particolare, l’UE dovrebbe offrire supporto alla Libia per migliorare le sue capacità nei campi della polizia e della giustizia penale, nella lotta al terrorismo e nella gestione delle migrazioni. Una strategia simile a quella italiana sembra essere quella adottata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha proposto un piano d’investimenti nei Paesi africani di partenza dei migranti, al fine di favorire lo sviluppo e bloccare i flussi. Tunisia, Senegal, Ghana, Niger, Egitto, Nigeria e Costa d’Avorio sono i primi sette Paesi con i quali l’Unione Europea intende stringere accordi per investimenti infrastrutturali con l’obiettivo di fermare, o perlomeno frenare, l’ondata immigratoria verso l’Europa.

L’immigrazione non ha avuto alcun ruolo nel determinare i cambiamenti che hanno causato la frustrazione di così tante persone. Non è responsabile della crisi del mercato del lavoro, né della trasformazione dei partiti o dell’imposizione di politiche di austerità. Tuttavia è diventata un capro espiatorio. L’Unione Europea è divenuta il simbolo della distanza tra le persone comuni e la classe politica e tutto è sfociato in una crescente ostilità nei confronti dei migranti e nel panico diffuso tra chi deve prendere decisioni politiche. Trasformare ancora di più l’Europa in una fortezza non contribuirà ad attenuare il senso di sconforto e la paura per il “diverso”, le soluzioni non potranno avere risposte immediate poiché il problema di fondo non è tanto politico, ma di percezione. L’opinione pubblica è stata deviata, e lo è ancora, per sostenere politiche illiberali e non democratiche, come sta succedendo oggi in Polonia e in Ungheria; il malcontento popolare è una risorsa per i partiti xenofobi e populisti, le cui politiche seguono gli interessi elettorali e hanno scadenze a breve termine. In questo modo, però, si perde di vista l’obiettivo principale, cioè la ricerca di una soluzione concreta che ponga fine alla crisi umanitaria che sta stravolgendo il Vecchio Continente.

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