Il land grabbing in Indonesia: un nuovo colonialismo?

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Di Francesca Sonedda

A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso il continente asiatico è stato spesso protagonista delle cronache mondiali in virtù delle sue performance economiche. Infatti, nonostante la grave crisi innescatasi nel 1997 e le difficoltà economiche giapponesi, strettamente legate a tutte le realtà dell’area, l’Asia del Sud-est e l’Asia Orientale si sono faticosamente e lentamente riprese dimostrando che il loro modello di sviluppo non era poi così fragile come sembrava.

Oggi l’ascesa di queste “economie emergenti” sullo scenario globale non è più un fenomeno nuovo. Secondo le previsioni del settimanale britannico Economist, la crescita delle economie asiatiche arriverà a rappresentare, entro il 2050, il 53% del PIL mondiale.

Una delle economie più promettenti del Sudest asiatico è certamente l’Indonesia, che ha saputo rispondere alla sfida della globalizzazione mondiale con un atteggiamento capitalista molto agguerrito, tanto da meritarsi oggi l’appellativo di “tigre emergente”.

Come ha affermato il presidente Susilo Bambang Yudhoyono, «l’Indonesia è oggi uno dei Paesi più appetibili per gli investitori istituzionali». Infatti, grazie all’enorme quantità di materie prime di cui dispone, il continuo flusso di investimenti stranieri si sta concentrando, in particolare, nei settori estrattivo e minerario. Tra le varie risorse sono presenti grandi quantità di giacimenti di gas naturale, soprattutto nell’isola di Sumatra, di petrolio, di stagno – di cui l’Indonesia è il maggiore esportatore al mondo –, d’oro e di rame. Inoltre, il Paese è un grande produttore di riso, tè, caffè, gomma, tabacco, canna da zucchero, soia e legname; anche la pesca e l’allevamento di bovini e suini sono fiorenti. Infine, con le sue 17.508 isole, tra cui Giava, con 132.000 km² e 114.000.000 abitanti, l’Indonesia è il più grande arcipelago al mondo. Tuttavia, se da una parte la situazione economica si è stabilizzata e tende a crescere e svilupparsi con indici statistici da record, nel Paese è presente una forte sperequazione sociale e un altissimo livello di corruzione.

L’UNDP ci ricorda che dietro questo progresso più di 28 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà e molti altri non hanno accesso ai servizi sociali di base.

Una delle cause che sta alla base del problema della povertà in Indonesia è il fenomeno del land grabbing o “furto delle terre”. Gli investimenti esteri giocano un ruolo fondamentale per lo sviluppo e la riduzione della povertà e se effettuati in modo responsabile, e in un contesto efficiente, possono promuovere lo sviluppo locale, portando lavoro, servizi, infrastrutture. Tuttavia, l’ondata recente di investimenti sui terreni agricoli nel Sud del Mondo ha generato una serie di crescenti pressioni sulle risorse naturali da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone. A oggi, troppi di questi accordi stanno causando espropriazioni, inganni, violazioni dei diritti umani e distruzione di case e di vite. Senza misure nazionali e internazionali che difendano i diritti delle persone più povere, questa moderna “corsa alla terra” rischia di scacciare troppe famiglie dalle loro terre senza possibilità di ottenere giustizia. Molti studiosi sono concordi nel ritenere che il fenomeno in questione possa essere visto come una “rivisitazione” del principio guida dell’espansione coloniale: il controllo del territorio e delle sue risorse naturali e umane. In questa sua versione più recente, il colonialismo persegue i seguenti scopi: dal mero investimento lucrativo alla ricerca di spazi per produrre a basso costo, attraverso l’attivazione di produzioni di cibo o di materie prime da esportare per alimentare i paesi ricchi in beni di consumo e di combustibili vegetali o per costruire infrastrutture moderne, ecc. In questo scenario, chi paga il prezzo più alto sono i paesi del Sud del Mondo; infatti i contadini locali che lavorano quelle terre possono vantare solamente un mero diritto consuetudinario su di esse, che non è riconosciuto dalla legislazione fondiaria degli Stati nazionali e, pertanto, risulta facile espropriare queste comunità dai suddetti territori privandole, allo stesso tempo, della produzione e dell’accesso al cibo.

Il termine land grabbing è stato per la prima volta portato alla luce nel 2008 da Grain, un’organizzazione non governativa la cui mission è quella di supportare i diritti di agricoltori locali di tutto il mondo. Nel loro report intitolato The 2008 land grab for food and financial security, Grain ha affermato che il land grabbing è sorto nel momento in cui alcuni Paesi ricchi, spinti principalmente dalle conseguenze della crisi alimentare e finanziaria del 2008, hanno avviato e accelerato il processo di appropriazione di terre fertili nei Paesi più poveri, causando notevoli danni ai coltivatori locali. Il documento presenta due specifici fattori considerati come le cause che hanno generato tale ondata di investimenti: la ricerca per la sicurezza alimentare e la ricerca di profitti finanziari (speculazione finanziaria).

A partire dall’inizio degli anni ’90, l’Indonesia è divenuta una delle principali vittime delle strategie di espansione di potenti colossi industriali alla continua ricerca di foreste utili alla produzione di olio di palma da utilizzare nella produzione di cibo, cosmetici e carburanti. Il caso indonesiano è importante per spiegare quanto gli incendi a scopo di profitto stiano modificando, non solo l’equilibrio delle foreste del grande arcipelago asiatico, ma l’intero ecosistema dell’Asia Sudorientale e, in generale, del pianeta. Inoltre, questo caso è anche utile per spiegare come la deforestazione, sia attraverso gli incendi che attraverso il taglio a fini industriali, risponda non solo alle logiche che hanno visto come protagoniste le grandi compagnie del “Primo Mondo”, ma a quelle del tutto nuove e innovative del capitalismo dei Paesi asiatici. Esse hanno imparato dai Paesi sviluppati la “preziosa” tecnica del disboscamento e si sono trasformate in vere e proprie “macchine distruttive”: hanno sviluppato e combinato tecniche raffinate di utilizzo dei capitali, della manodopera, dei meccanismi finanziari e dell’acquisizione di nuovi territori. Questo sistema spiega molto bene come le economie in crescita dell’Asia, le cosiddette “tigri asiatiche”, siano riuscite, nonostante la crisi del 1997 – 1998, a sviluppare dei meccanismi aggressivi ed estremamente preoccupanti. In Indonesia questo “capitalismo rampante” è strettamente legato ad una leadership corrotta che ha fatto beneficiare dei suoi risultati solo una piccolissima parte degli oltre 200 milioni di abitanti del vasto arcipelago.  Si stima infatti che negli ultimi 50 anni più di 74 milioni di ettari della foresta indonesiana sono stati distrutti, tagliati a raso, bruciati, degradati, mentre i suoi prodotti vengono spediti sui mercati di tutto il mondo.

Nonostante i numerosi interventi da parte di gruppi mondiali, tra cui le Ong locali Sawit Watch e Warsi, la situazione ad oggi non è cambiata. Grain, nel report intitolato The global farmland grab in 2016. How big, how bad? datato giugno 2016, precisa che in otto anni, rispetto a quanto denunciato nel precedente documento del 2008, sono stati compiuti pochi passi avanti e il fenomeno del land grabbing, sia in Indonesia sia in altri Paesi del Sud del mondo, continua a rappresentare una delle principali minacce, non solo per la povertà mondiale, ma anche per l’intero ecosistema.

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