Oltre il conflitto del Nagorno-Karabakh

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La regione del Nagorno-Karabakh rimane ad oggi un territorio di conflitto: si spara ancora lungo il confine tra l’Azerbaijan e l’autoproclamatasi indipendente Repubblica del Karabakh, ufficialmente non riconosciuta dall’Armenia, sebbene sostenuta in modo surrettizio dal governo di Erevan.

Nonostante il cessate il fuoco, prima sancito dall’accordo di Biškek nel lontano 1994, che poneva fine a due anni di guerra, e poi a Mosca il 5 aprile 2016, a seguito di nuovi scontri, di una ferocia simile alla guerra di ventiquattro anni prima, da allora scoppiano a intermittenza brevi scontri armati di media o piccola intensità.

Oggi la situazione rimane pressoché identica, con costanti violazioni del cessate il fuoco da una parte e dall’altra: il Ministero della Difesa azero fa sapere che sono numerosi e giornalieri i colpi sparati dalle forze armate armene. Stessa cosa sul versante opposto, dove il sedicente governo della Repubblica del Karabakh accusa le forze azere di non rispettare la tregua.

Anche se i governi di Erevan e Baku hanno sostenuto a più riprese di voler condurre il conflitto verso una strada pacifica e di dialogo, le parti si rifiutano di sedersi al tavolo delle trattative e dialogare.

Né i Paesi coinvolti, né la comunità internazionale hanno ancora trovato una via d’uscita. L’impegno del Gruppo di Minsk, creato nel 1992 presso l’OSCE da Russia, USA e Francia non ha ottenuto gli effetti desiderati dopo gli incontri a Vienna ad aprile 2016 e San Pietroburgo nel giugno dello stesso anno.  Neanche le diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite , che suggerivano come indispensabile “il ritiro delle forze armene dalle aree occupate del territorio azero”, hanno avuto ascolto.

Lo scorso 22 settembre il gruppo di Paesi coinvolti nella promozione della pace si è riunito a New York in concomitanza con l’Assemblea Generale dell’ONU, affermando senza pretese particolari che “ i nostri Governi sono pronti a ospitare un nuovo summit” con la partecipazione di Armenia e Azerbaijan: un proclama a cui dovranno seguire azioni più concrete.

Al di là dei tentativi della diplomazia internazionale, la guerra non attende e, lungo le linee di contatto, il rischio di una escalation è sempre dietro l’angolo.

Ad oggi il conflitto, a tratti più o meno intenso, conta dal 1992 migliaia di vittime, un numero ancor maggiore di cosiddetti rifugiati interni (a differenza dei profughi, questi fuggono da una guerra, ma non attraversano un confine riconosciuto internazionalmente), mentre la popolazione civile vive nella costante paura di un’azione militare. E il futuro non sembra promettere la fine delle ostilità.

Indipendentemente da come si evolverà la situazione, sia nell’ambito dei Paesi coinvolti, sia nell’ambito della comunità internazionale, difficilmente verranno prese decisioni sgradite a Mosca. Tutta la regione caucasica è stata per anni sotto il controllo russo fino alla dissoluzione dell’URSS.

Essendo un’importante fonte di approvvigionamento energetico oltre che una strategica rotta con lo scopo di soddisfare parte del fabbisogno europeo di risorse, la politica estera russa punterà a mantenere un controllo indiretto dell’area, oltre ad essere già un essenziale fornitore per il comparto militare di Armenia e Azerbaijan.

Leggi l’approfondimento curato da Alpha Institute e Geopolitical Review sul conflitto del Nagorno-Karabakh

Proprio il settore energetico, e in particolare l’estrazione di idrocarburi e la loro commercializzazione nel mercato mondiale, potrebbe rappresentare, in futuro, la fonte di un possibile nuovo ricorso alle armi tra armeni e azeri, con lo scopo di ridefinire i propri confini nel Nagorno-Karabakh.

Un tentativo di stabilire i confini nella regione, in realtà, era già stato allestito nell’ambito del Documento di Madrid. Secondo gli accordi raggiunti al forum di Madrid nel 2007, sotto l’egida dell’OSCE, l’Armenia avrebbe dovuto restituire i sette territori sequestrati alla sovranità azera, Erevan avrebbe avuto sotto la propria amministrazione il corridoio di Lachin, un lembo di territorio finalizzato a collegare il Karabakh all’Armenia, e il conferimento di uno status di autogoverno temporaneo allo stesso Nagorno-Karabakh, in previsione di un voto della popolazione locale per la determinazione finale del suo status giuridico, in un momento futuro.

Per ciò che riguarda l’Armenia, il cui territorio soffre l’assenza di risorse, essa rimane estranea alle politiche di estrazione e di transito degli idrocarburi, essendo quasi totalmente dipendente dalla Russia. Non si può dire la stessa cosa per l’Azerbaijan. Il territorio azero e i fondali del Mar Caspio su cui si affaccia sono ricchi di gas naturale e petrolio, risorse che hanno consentito a Baku una forte crescita economica all’indomani della disgregazione dell’URSS e della propria indipendenza. Lo sfruttamento e le rendite provenienti dai giacimenti hanno altresì permesso al governo azero di trasformare la cospicua ricchezza di idrocarburi in una potente arma politica, in grado di spostare gli equilibri nella regione e di rafforzare la propria indipendenza politica e decisionale nei confronti di Mosca.

Un ruolo fondamentale della politica energetica di Baku è rappresentato dalle pipeline che dal Paese si diramano verso Nord e Ovest, trasportando per chilometri gli idrocarburi estratti in Azerbaijan e destinati al mercato russo e europeo. La SOCAR (State Oil Company of Azerbaijan Republic) detiene quote di maggioranza di gran parte di questi lunghi corridoi sotterranei, costruiti grazie alla partecipazione di compagnie occidentali, in grado di sopperire alla mancanza di sbocchi sul mare, e di vitale importanza per l’economia del Paese.

Un altro aspetto importante sui profitti provenienti dal settore energetico azero riguarda la loro destinazione. Il Governo ha infatti investito, e investe tuttora, una consistente parte di essi nella Difesa e in un programma di potenziamento militare.

Queste considerazioni hanno una ricaduta inevitabile sulla disputa tra azeri e i vicini armeni. Le ingenti rendite provenienti dal settore energetico, e il loro utilizzo nel settore della sicurezza, potrebbero in qualunque momento spingere Baku a forzare la mano, violare gli accordi e il cessate il fuoco, e riprendersi il Nagorno-Karabakh attraverso l’uso delle armi. In questo caso l’Azerbaijan avrebbe modo di pianificare un attacco e sopire l’irredentismo della maggioranza armena.[1]

Considerazioni di segno opposto, invece, potrebbero portare il governo di Baku ad astenersi da una risoluzione armata del conflitto.

Anzitutto, la Repubblica del Karabakh, insieme con l’Armenia, avrebbe, come prima reazione all’attacco, l’occasione di colpire quelle pipeline che corrono a pochi chilometri di distanza dal proprio territorio, che, seppur dotate di sistemi anti-manomissione, verrebbero danneggiate da eventuali bombardamenti.

La stessa Armenia potrebbe attaccare molto facilmente quelle pipeline che passano poco lontano dal proprio confine, nel territorio georgiano, come la Baku Supsa Western export Pipeline o la Baku Tbilisi Ceyhan, diretta in Turchia.

Considerando la notevole dipendenza dagli idrocarburi per il settore militare azero, se non anche per l’intera società, e tenendo in considerazione l’assenza di uno sbocco sul mare, il quale avrebbe potuto rappresentare una possibile alternativa dal punto di vista dei trasporti del commercio di idrocarburi, tagliare o danneggiare le vie di transito causerebbe gravi problemi alla stabilità del Paese e una pressoché rapida uscita dal conflitto.

Si dovrebbe poi volgere l’attenzione alle ricadute che avrebbe un possibile conflitto sullo scenario internazionale, e sulle eventuali reazioni dei Paesi che hanno interessi in gioco.

Dal punto di vista della Russia, alcuni aspetti potrebbero portare a un coinvolgimento. L’Armenia dipende dal gigante vicino, il quale ha più volte manifestato l’intenzione di difendere il territorio armeno, e con il quale inoltre vige un’alleanza difensiva. La Russia ha anche dimostrato in passato di saper difendere i propri interessi con la forza. La guerra in Ossezia del Sud del 2008 rappresenta un caso storico, il quale mostra le modalità con cui Mosca possa gestire una crisi nel Caucaso.

Qualora scoppiasse il conflitto, la Russia avrebbe la forza, diplomatica e non, di intimare Baku a fare marcia indietro e bloccarne l’offensiva. Poiché Mosca deve difendere il proprio ruolo di pacificatore all’interno del Gruppo Minsk, ma anche la credibilità in quel ruolo agli occhi della comunità internazionale, farebbe largo uso dei propri mezzi diplomatici per difendere lo status quo, attuando sia una forza di pressione nei confronti del governo di Baku, nonché fungendo da deterrente a qualsiasi offensiva azera.

L’Azerbaijan potrebbe, però, trovare il sostegno della Turchia, Paese con il quale condivide radici culturali comuni e con cui si sono stretti accordi economici riguardanti il settore energetico. Un legame che oltretutto si è rinsaldato dopo il tentativo di colpo di Stato ai danni del Presidente turco Recep Erdoğan. Basti pensare a come sono state recepite le richieste di Erdoğan da parte di Baku. Il governo azero ha favorevolmente accolto la richiesta di chiudere l’Università privata di Baku, gestita da esponenti accademici vicini all’idea di Islam promossa da Fethullah Gülen, nonché perseguire i seguaci del movimento Hizmet, colpevoli anch’essi di orientamento gulenista.

 Questo farebbe pensare che un eventuale conflitto porterebbe a un intervento turco nello scacchiere caucasico. Tuttavia, l’intervento di Ankara al fianco di Baku darebbe non poco fastidio a Mosca. Come detto, la Russia non è disposta ad affrontare alcun tipo di intromissione esterna nella gestione del Caucaso meridionale. In una logica da Guerra Fredda la politica estera russa guarda a quella regione come una propria sfera domestica arrogandosi il diritto esclusivo di intervenire o gestire le situazioni di crisi secondo i propri interessi. Non meno importante è la dipendenza di Ankara da Mosca dal punto di vista energetico. Le risorse provenienti dal territorio russo contribuiscono a soddisfare circa il 50% del consumo interno turco.  Incrinare i rapporti con la Russia potrebbe avere conseguenze per gli interessi turchi. Sembra difficile, oggi, pensare quindi che il sostegno turco alle rivendicazioni azere sia incondizionato. I legami economici e la stretta vicinanza etnica, religiosa e culturale potrebbero non essere sufficienti a garantire il coinvolgimento di Ankara al fianco di Baku, in caso di una escalation del conflitto nel Karabakh. Lo scenario più probabile, ed è quello che oggi si verifica, vede il governo turco volto a mantenere relazioni stabili con Mosca e favorire perciò il mantenimento dello status quo nel Nagorno-Karabakh.

Se è vero che le risorse energetiche, e i relativi profitti, hanno spinto l’Azerbaijan verso un aumento considerevole della spesa militare, e potrebbero portare a una escalation di violenza nel Nagorno-Karabakh, è altrettanto evidente che lo scoppio del conflitto causerebbe gravi danni all’economia azera, proprio in virtù di quelle rendite, che verrebbero meno in conseguenza degli attacchi nemici alle pipeline.

Un ulteriore aspetto riguarda la quantità stessa delle risorse di cui l’Azerbaijan dispone. Petrolio e gas non sono risorse illimitate. Secondo i dati di Azstat, se la quantità di gas estratto è più o meno stabile dal 2013, per quanto riguarda l’estrazione di petrolio, questa è in discesa dal 2010 fino agli ultimi dati disponibili del 2015. Se questa tendenza rimarrà stabile, nei prossimi anni Baku non sarà più in grado di sopportare una spesa militare così vasta, ma dovrà anzi cercare di convertire i propri sforzi in altri settori dell’economia.

Funge infine da elemento di deterrenza la posizione di alcuni attori internazionali che Baku si troverebbe ad affrontare, come la Russia, o che potrebbero non fornire alcuna forma di sostegno alle rivendicazioni azere, come la Turchia.

Note:

[1] “Rendite petrolifere e sicurezza nella regione del Caspio: strumento di risoluzione o incentivo per nuovi conflitti?” di Indra Overland in “Il Caspio: Sicurezza, conflitti e risorse energetiche.” a cura di M. Valigi.

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