Il problema del regime giuridico del Mar Caspio

Mar Caspio

Di Massimiliano Nicolosi

La questione del regime giuridico del Mar Caspio ha risvolti storici ed oggi contiene implicazioni economiche, energetiche, geopolitiche e di sicurezza. Rappresenta una sfida irrisolta per i cinque Paesi rivieraschi che non hanno ancora raggiunto un accordo per tratteggiare un assetto definitivo circa lo status giuridico del più grande bacino idrico chiuso del mondo. Vi è infatti una forte ambiguità all’interno del diritto internazionale, che non permette una chiara definizione dei ruoli e delle aree di competenza dei Paesi che si affacciano sul Mar Caspio.

La rilevanza del problema nasce approssimativamente all’inizio degli anni novanta. Durante l’epoca sovietica il Mar Caspio si trovava sotto la sovranità di Mosca, poiché  la posizione dell’Iran non aveva mai messo in pericolo o minacciato il dominio russo in quell’area geografica. Infatti, secondo alcuni accordi, siglati negli anni quaranta, tra Iran e Unione Sovietica, era stata concessa l’esclusività al Cremlino di predisporre una presenza militare sulle acque del Caspio.

Solo con lo smantellamento dell’URSS e la comparsa di quattro nuovi Stati sulle rive di quel mare, cioè Russia, Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakistan, sono sorte le prime rivendicazioni riguardo la suddivisione del bacino marittimo.

Oltretutto, sempre negli anni novanta, la scoperta di grandi giacimenti di idrocarburi lungo i fondali del bacino, ne ha inasprito la contesa e ha sollevato l’ulteriore questione degli interessi energetici e delle politiche di sfruttamento.

Passaggio fondamentale che evidenzia le difficoltà di codificazione della forma giuridica del Mar Caspio riguarda la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), sottoscritta nel 1982 a Montego bay. Tale accordo introduceva una classificazione: lo status di lago internazionale e lo status di mare chiuso, con rispettive regolamentazioni che includevano chiaramente gli aspetti materiali più rilevanti, quali la spartizione delle acque e quindi il relativo sfruttamento e della superficie e dei fondali.

La suddivisione riconosceva il Mar Caspio come lago internazionale. Attraverso il principio giuridico dell’eguaglianza, gli stati rivieraschi otterrebbero in concessione la stessa giurisdizione marittima in quanto a dimensioni, esercitando conseguentemente la propria sovranità sia sulla superficie che sui fondali dell’aera assegnata.

Nel secondo caso, qualora al Caspio venisse assegnato lo status di mare chiuso, ciò implicherebbe la piena osservanza della Convenzione UNCLOS e in particolare le disposizioni contenute al suo interno. In tal caso potrebbe essere seguito l’art. 15, secondo il quale si applicherebbe la misurazione di una linea mediana, ovvero la definizione dei confini delle proprie acque territoriali attraverso un tratto di linea composto da tutti i punti equidistanti dalla costa. Sempre secondo l’atto di Montego Bay, posto che il Caspio venga considerato un mare, ad ogni Stato rivierasco spetterebbe una giurisdizione esclusiva su un area marittima di 12 miglia nautiche con piena facoltà decisionale riguardo ogni attività materiale.

Ad ostacolare una chiara definizione dello status giuridico, è dunque l’indistinta morfologia del Caspio e alcune prese di posizione degli Stati costieri che, soprattutto per la questione dei confini marittimi, connessi a interessi energetici e possibilità di estrazione e sfruttamento, rifiutano l’una o l’altra classificazione.

Per ora, hanno avuto poco successo i vari summit tra i Paesi rivieraschi nella ricerca di un accordo per stabilire le reciproche frontiere. I primi tentativi sono stati effettuati nel 2001 in un incontro russo-iraniano, in cui venne presa la decisione di procedere alla delimitazione delle aree di competenza, solo successivamente a un accordo fra tutti i cinque Stati.

Nel 2002 si sono riuniti i cinque Paesi mostrando le diverse posizioni sul tavolo delle trattative: Russia, Azerbaijan e Kazakistan proponevano la cosiddetta linea mediana per quanto riguardava la ripartizione dei fondali e un controllo congiunto della superficie. Viceversa, Iran e Turkmenistan, sostenevano una eguale ripartizione del 20%. La cristallizzazione delle diverse posizioni ha condotto al fallimento dell’approccio multilaterale.

La soluzione della questione ha trovato perciò uno sbocco parziale solamente attraverso accordi di tipo bilaterale. Accordi che hanno visto la partecipazione dei tre Paesi settentrionali da una parte e i due Paesi meridionali dall’altra.

In particolare, la mancata adesione a un accordo multilaterale proviene dagli attriti sorti tra gli Stati costieri e riguardanti tutte le risorse sottostanti le acque del Caspio. Dopo le scoperte di ingenti quantità di idrocarburi nella prima metà degli anni novanta, perdere solamente un piccolo tratto di acque territoriali nei vari dibattiti circa la definizione giuridica del mare, vorrebbe dire per ciascun Paese perdere un potenziale importante dal punto di vista energetico, in favore di un altro degli Stati costieri.

L’ultimo incontro a cinque, presieduto dai vari Ministri degli Esteri dei Paesi costieri, si è svolto ad Astana lo scorso 13 luglio. Il summit si è concluso con lo studio e la proposta di un progetto di convenzione, ma senza raggiungere nessun accordo informale, bensì, solamente con buoni propositi e con l’ottimismo del ministro degli esteri russo Lavrov, il quale ha previsto, nelle sue dichiarazioni alla fine dell’incontro, di poter firmare, congiuntamente agli altri quattro Stati, il progetto sullo status giuridico del bacino entro il 2017.

Un ennesima riunione, questa volta trilaterale, si è svolta lo scorso 8 agosto a Baku e ha interessato tre dei cinque Paesi coinvolti nella disputa.  A margine del trilaterale che ha riguardato anche il conflitto siriano e la lotta all’Isis, Putin, Rouhani e Aliyev, leader rispettivamente di Russia, Iran e Azerbaijan hanno discusso circa la realizzazione di nuove vie di comunicazione nel Mar Caspio, mentre potenziali accordi riguardo alla definizione legale del bacino sono rimasti inespressi.

Tutto rimandato, perciò, ad Astana 2017, dove si svolgerà il quinto incontro dei cosiddetti “Caspian five” per provare a disegnare finalmente un quadro normativo più lineare.

Nella capitale kazaka si cercherà di trovare una soluzione definitiva a questa spinosa questione che coinvolge gli Stati rivieraschi da circa venti anni. In gioco ci sono soprattutto interessi economici e in particolare energetici, date le riserve di idrocarburi presenti nei fondali del bacino.

Ma c’è anche un’altra implicazione, che riguarda da vicino la sicurezza dei cinque Paesi. Se verrà raggiunto un accordo, le frizioni tra le cinque forze in campo andranno probabilmente a scemare. Se invece, come è lo stato attuale delle cose, vi è incertezza circa il raggiungimento di un compromesso, potrebbe esserci un inasprimento dei rapporti e un aumento della militarizzazione, già in atto peraltro da qualche anno, con una conseguente corsa agli armamenti, che trasformerebbe il Mar Caspio in uno dei bacini con più alta densità di navi militari.

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