Una crepa nel fronte antimigranti: il referendum in Ungheria

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di Roberta Lunghi

Fin dalle prime ore di domenica 2 ottobre, il popolo ungherese non si è sottratto alla chiamata alle urne per decidere se l’Unione Europea, senza previa consultazione del Parlamento ungherese, potesse prescrivere l’immigrazione nel Paese di persone che non sono cittadini ungheresi.
Il 98% dei votanti ha sbarrato la casella del “no” ai migranti, ma soltanto il 43,42% degli aventi diritto di voto si è presentato ai seggi, impedendo così il raggiungimento del quorum fissato al 50 per cento dal governo ungherese per rendere valido il referendum. Un’unanimità sfiorata che era già stata preannunciata dai sondaggi: otto ungheresi su dieci avevano dichiarato la loro volontà di non accogliere altri migranti nel proprio Paese, ma l’affluenza decisiva alle urne è stata insufficiente. I media europei hanno descritto l’esito del voto come una sconfitta, eppure per il Presidente Viktor Orbàn si è trattata di una vittoria, con pochissimi Sì e circa 200mila schede nulle.

Il referendum è stato indetto dal conservatore e nazionalista premier ungherese, il quale ha sempre criticato l’ingerenza dell’Unione europea in materia di competenza degli Stati membri e la violazione della sovranità nazionale. Nel settembre 2015, come risposta alla crisi migratoria, la Commissione europea ha approvato l’adozione di uno schema di ridistribuzione dei richiedenti asilo, basato su un ricollocamento in quote obbligatorie per gli Stati membri. Il dibattito sulle migrazioni in Ungheria è sempre stato molto acceso, in particolare dal momento in cui il Paese è divenuto un territorio focale di passaggio per chi intraprende la rotta balcanica col fine di raggiungere la Germania o altri Stati ricchi dell’Europa settentrionale. L’intenso flusso di migranti, che ha preferito questa rotta a quella più rischiosa attraverso il Mediterraneo, ha provocato una reazione da parte del governo Orbàn lo scorso anno: la costruzione di un muro di filo spinato al confine con la Serbia prima e con la Croazia dopo. Nel frattempo, l’Unione europea ha varato un piano di redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati, in modo tale da sostenere quei paesi maggiormente coinvolti nella crisi umanitaria, in primis l’Italia e la Grecia.

I criteri stabiliti dalla Commissione europea per ricollocare il numero dei migranti considerano il PIL, il tasso di disoccupazione e il numero di richiedenti asilo presenti in ciascun territorio nazionale. Per l’Ungheria è stata prevista una quota pari a circa 1.300 profughi dei 160mila da trasferire, ma il rifiuto del primo ministro magiaro è stato definitivo sin da subito e la decisione è stata impugnata di fronte alla Corte di Giustizia Europea. Il paese è tra i principali destinatari di richieste d’asilo, 174.435 nel 2015, un dato pari ad appena l’1,7% della popolazione a cui occorre sommare lo 0,15% di rifugiati già presenti nel paese. La visione xenofoba del governo Orbàn ha promosso una campagna propagandistica in vista del referendum, spesso battendo il tasto del nesso profugo-terrorista, con l’appoggio del partito di estrema destra Jobbik. Si tratta di un partito giovane, fondato nel 2006, che vorrebbe un’Ungheria meno dipendente dal capitale straniero e dalle multinazionali, che accusa la politica estera dell’Ue responsabile della crisi migratoria per la destabilizzazione di paesi quali Iraq, Siria e Ucraina. Jobbik vorrebbe la cessione definitiva dell’Unione europea, mentre il partito al governo Fidesz preferisce definirsi euroscettico, precisando che il referendum sui migranti non ha nulla a che vedere con l’appartenenza all’Ue.

Negli scorsi mesi, una serie di slogan propagandistici è circolata per tutto il Paese: «Lo sapevate che l’attacco di Parigi era opera dei migranti?», ad esempio; una campagna che i giornali internazionali hanno definito xenofoba e razzista. Inoltre, per convincere gli ungheresi del pericolo rappresentato dai rifugiati, il governo ha scelto di ricorrere al concetto di diversità culturale e di tutela delle tradizioni nazionali dallo straniero. L’Ungheria, secondo Orbàn, rischierebbe di vedersi sommersa dalla presenza di migranti musulmani aventi una propria cultura, una lingua e una religione.

La vittoria del No era già stata preannunciata anche per l’evidente mancanza di un’opposizione; l’unico partito favorevole al Sì era quello Liberale ungherese, il quale però ha un ruolo decisionale limitato perché rappresentato in Parlamento solo da un deputato. Al contrario, il partito satirico Il Cane a Due Code, ha riscosso un successo rilevante e inaspettato. Finanziato attraverso una raccolta fondi online, il partito ha promosso l’astensionismo con una campagna ironica caratterizzata da manifesti e volantini riportanti quesiti satirici come: «Lo sapete che un ungherese medio vede nella vita più Ufo che migranti?». Eppure non è bastato, perché solo poco più di tre milioni di ungheresi sono affluiti alle urne. Un calo d’interesse per la politica, è questa la motivazione data dai consiglieri del leader Orbàn, una forma di disincanto politico che si è ritorta contro gli eurominimalisti antimigranti. Il capogruppo del partito di governo Fidesz, Lajos Kosa, ha fatto sapere che i risultati del voto avranno comunque degli effetti giuridici. Lo stesso Orbàn, in seguito alla comunicazione ufficiale del risultato, ha dichiarato che non sarà il mancato raggiungimento del quorum a farlo desistere dalla lotta contro la politica della porta aperta sostenuta dall’Unione europea e, in primis, dalla Germania. Durante la conferenza stampa tenutasi a Budapest, il premier ungherese ha precisato che l’Unione europea dovrà tener conto della consultazione, anche se non costituzionalmente valida.

Bruxelles, ha affermato Orbàn, dovrebbe ascoltare l’opinione dei cittadini ungheresi che si sono schierati all’unisono contro l’accoglimento dei migranti. L’intento del governo magiaro è quello di presentare un imminente progetto di cambiamento della Costituzione ungherese, affinché sia riflessa la volontà popolare e impedito l’afflusso di altri profughi senza l’approvazione del parlamento nazionale. La vittoria del No potrebbe alimentare la tensione già esistente tra l’Ungheria e l’Unione europea; nei mesi scorsi, la stessa Commissione europea aveva criticato il referendum come mossa discriminatoria volta all’accentuazione del rifiuto degli stranieri su suolo magiaro e che l’esito della consultazione non avrebbe apportato modifiche agli impegni già adottati. Il voto del popolo potrebbe comunque avere il suo peso, come dimostra il recentissimo caso colombiano dove i cittadini hanno bocciato l’accordo di pace siglato dal Governo con i guerriglieri delle Farc.  La caparbietà di Juncker potrebbe, però, essere messa a dura prova perché la politica migratoria è nell’effettivo una materia di competenza degli Stati membri e Orbàn potrebbe appigliarsi a diversi cavilli per rallentare il trasferimento dei profughi. Attraverso questo referendum l’Ungheria ha riaffermato il suo ruolo di portavoce di quei paesi (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che si oppongono alle decisioni prese da Bruxelles, noto con il nome Gruppo di Visegràd, e la figura di Viktor Orbàn è diventata ancora una volta simbolo della resistenza alle politiche comunitarie.

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