Colombia: pace o guerra?

nrostatic.com

nrostatic.com

Di Daniel Speratti

Dopo quasi mezzo secolo di guerra civile la Colombia è stata chiamata a dover decidere tra la pace possibile o la certezza di una guerra che continua.

La domanda del Referendum al quale è stato chiamato il popolo Colombiano il 2 ottobre 2016 doveva permettere alla popolazione di decidere se accogliere o no le trattative di pace con le FARC – Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-, organizzazione guerrigliera d’ispirazione comunista fondata nel 1964.

Il Referendum, voluto dal Presidente Colombiano Juan Manuel Santos, è stato di tipo “non obbligatorio”(meccanismo adottato quando una nuova legge è sottoposta alla votazione del corpo elettorale ed entra in vigore soltanto se la maggioranza dei votanti decide favorevolmente). L’obiettivo di questo Referendum era infatti quello di dare la maggiore legittimità possibile all’accordo lo scorso 26 settembre. I sondaggi indicavano una vittoria considerevole del “Sì” ma la sorpresa è stata generale: l’accordo è stato rifiutato. Il 50,2% dei votanti ha deciso di votare “NO”, vincendo contro il 49,7% dei votanti per il “SÌ”.

 Tale accordo, composto di quasi 300 pagine e negoziato all’Avana dal 2012, prende in esame 5 punti fondamentali:

  1. Fine del conflitto: il raggruppamento dei 5.765 combattenti della guerriglia e il rilascio delle armi. Questo punto prevede anche l’incorporazione dei ex guerriglieri nel piano civile, economico e politico, perché considerato il punto di partenza per la costruzione di una pace stabile e duratura.
  1. Fine del narcotraffico: le FARC avevano accettato di porre fine alla coltivazione, produzione e commercializzazione di droghe illecite nei territori sotto il loro controllo.
  1. Partecipazione politica: la trasformazione delle FARC in un movimento politico legale. Fino alle prossime elezioni, in 2018, il nuovo movimento politico avrebbe avuto rappresentanti nel Congreso, ma senza diritto di voto. Invece, durante le due legislature successive, fino al 2026, avrebbero avuto almeno 5 seggi in Senato e nella Camera dei Rappresentanti.
  1. Giustizia per le vittime: la creazione di un tribunale speciale per giudicare i crimini commessi da tutti gli attori del conflitto. Coloro che avessero confessato i loro crimini avrebbero potuto evitare il carcere e ricevere pene alternative.
  1. Migliore distribuzione dei territori e riforma “Riforma Rurale Integrale”, la quale dovrebbe promuovere una trasformazione strutturale delle campagne, creando delle condizioni di benessere per la popolazione rurale, e rispettare le differenze socio-economiche esistenti tra le diverse regioni..

Nonostante l’elevato tasso di astensionismo (63%) e la forte polarizzazione politico-ideologica, le votazioni si sono svolte senza forti tensioni. Inoltre,  è stato messo a disposizione dei votanti un servizio gratuito di trasporto per incrementare la partecipazione elettorale.

«Ho appena depositato il mio voto. Spero che la storia del paese possa migliorare in questa votazione storica in modo tale da mettere fine a una guerra che prosegue da più di 52 anni. La pace ci porterà a un futuro migliore», ha detto il presidente colombiano ricordando Mahatma Gandhi, uno dei maggiori sostenitori della nonviolenza.

Ferrato sostenitore del “NO” è invece l’ex presidente Álvaro Uribe, il quale, grazie alla sua grande capacità oratoria, è riuscito  ad accrescere la divisione sociale, accusando Santos di «aver ceduto alla guerriglia» e chiedendo il rinegoziato dell’accordo. «La pace è un’illusione, i testi dell’Avana una delusione», dichiarava Uribe ai giornalisti il giorno delle votazioni.

Molto forti e rassicuranti sembrano invece le parole di Rodrigo Londoño, conosciuto come Timochenko, capo dell’esercito rivoluzionario, il quale ha annunciato di restare favorevole alle trattative, come aveva già dimostrato prima delle votazioni, chiedendo perdono alle vittime e ordinando la distruzione, sotto il controllo diretto dell’ONU, di 620 kg di esplosivi. «Le FARC biasimano profondamente il fatto che, in nome della pace, siano messi in pericolo i valori che la rendono possibile. Il popolo colombiano che sogna con la pace può contare su di noi. La pace trionferà», ha dichiarato alla stampa.

Il giorno dopo il Referendum, l’ex presidente Colombiano presentò le prime proposte al Congreso per promuovere il dialogo nazionale: tra le parti più importanti del suo discorso si ricorda «l’amnistia per quei combattenti che non abbiano commesso crimini atroci».

Anche gli Stati Uniti hanno reagito alla vittoria del “NO” manifestando rispetto verso la decisione presa dal popolo Colombiano: «Colombia può contare con il sostegno degli Stati Uniti durante la ricerca di una pace democratica che conduca il paese verso un futuro migliore per tutti», ha riferito il Dipartimento di Stato lunedì pomeriggio.

La sera di martedì 4 ottobre il Capo di Stato  Colombiano ha annunciato che il cessate il fuoco bilaterale con le FARC sarà prolungato fino al 31 ottobre. Come risposta a questo comunicato Felix Antonio Muñoz, uno dei capi maggiori delle FARC, ha deciso di mobilizzare strategicamente i guerriglieri verso posizioni più sicure per evitare provocazioni.

Sembra ormai che il processo di pace in Colombia sia diventato una partita a scacchi il cui risultato è ancora incerto. Un gioco in cui le scelte prese potrebbero determinare il futuro di un’intera nazione. Bisogna ricordare che i veri danneggiati non sono i leader politici bensì le “vittime dirette”, coloro che pur avendo sostenuto il “SÌ”, continueranno a ignorare la verità e a cercare giustizia per i loro cari, senza poter tornare alla normalità della vita quotidiana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

17 + cinque =