Il V4 unito contro i migranti

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di Roberta Lunghi

Una nuova cortina di ferro sta scendendo attraverso il nostro continente?

Sono quattro i Paesi dell’Europa centro-orientale che dal 1991 si riconoscono come il Gruppo di Visegrad: Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, quest’ultime all’epoca unite sotto il nome di Cecoslovacchia. Ciò che li ha fatti riunire nella cittadina ungherese e che ancora oggi li lega, è un passato comune sottomesso all’influenza sovietica. Il V4 era nato con uno scopo principale, l’avviamento di un processo di cooperazione politico-economica destinato a promuovere una transizione post-comunista verso un mercato libero all’interno di uno Stato democratico, ben integrato nell’Unione Europea. Nel 2004 il blocco è stato ammesso nell’Unione europea e la Slovacchia fu l’unica ad adottare l’euro. Da qualche anno, il V4 ha mostrato un nuovo approccio comune volto alla chiusura e all’opposizione contro le politiche di Bruxelles, in particolare contro le politiche migratorie. Tale schieramento è stato criticato dagli altri Stati membri dell’Unione europea perché eccessivamente coalizzato contro le politiche comunitarie, mentre il Gruppo stesso si è sempre descritto come una piattaforma regionale volta al coordinamento tra paesi vicini.  Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il leader polacco ultraconservatore Jaroslaw Kaczynski si sono fatti portavoce della lotta dichiarata all’Unione Europea; la stretta di mano tra i due a Krynica, durante un incontro nella cittadina polacca dei Carpazi, ha sancito il legame tra Varsavia e Budapest. Dopo pochi giorni dal vertice della Commissione Ue a Bratislava sul tema delle migrazioni svoltosi il 16 Settembre, i due leader si sono definiti una banda di “ladri di cavalli”, la cui stalla più ambita per rubare è l’Unione Europea. L’obiettivo primario è restituire autonomia ai governi nazionali e tra i primi temi c’è quello delle migrazioni; un anno fa circa, sia la Polonia sia l’Ungheria avevano mostrato quale fosse la loro visione sull’argomento, ovvero il rifiuto della politica della porta aperta sostenuta dalla Germania e del ricollocamento obbligatorio dei rifugiati provenienti dall’Italia e dalla Grecia promosso dalla Commissione europea nel luglio scorso. Già un anno fa Orban costruiva un muro di filo spinato per bloccare i flussi migratori provenienti dalla Serbia, mentre Kaczynski sosteneva la campagna elettorale del partito conservatore ed euroscettico Diritto e Giustizia guidato dall’attuale primo ministro Beata Szydlo, la quale continua ad alimentare la paura per il migrante perché malato e non cristiano. L’arrivo dei migranti è stato definito da entrambi i leader come un pericolo per l’identità culturale e storica di un Paese, l’obiettivo principale è la riformulazione delle politiche di Bruxelles in chiave più nazionale e meno comunitaria senza toccare i fondi strutturali che hanno permesso ai Paesi dell’Est di ripartire. A Bratislava, primo summit europeo a 27 dopo la Brexit, il Gruppo di Visegrad ha appoggiato le proposte volte a una maggiore cooperazione per la sicurezza generale attraverso il rafforzamento dell’agenzia di frontiera Frontex e l’attivazione del nuovo Corpo europeo di guardie di confine. Il V4 ha ribadito il suo impegno nell’Unione con una visione più intergovernativa che comunitaria, la quale conceda più potere decisionale ai parlamenti nazionali e che consenta ai Paesi una maggiore solidarietà flessibile nell’accoglimenti dei profughi. Secondo i quattro Stati, ognuno dovrebbe scegliere autonomamente il tipo di contributo da offrire, considerata l’esperienza e il potenziale.v4

Perché questo tema è così importante nei Paesi post-comunisti? La questione migratoria è controversa. L’Ungheria è uno dei Paesi più coinvolti; da luglio 2015 a maggio 2016, la popolazione ungherese ha subito un incremento di stranieri superiore all’1%, mentre in Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia la percentuale è molto limitata. Nei primi tre mesi del 2015 l’Ungheria ha ricevuto 33.550 richieste di asilo, più del doppio di Francia e Italia. La Germania, primo paese per richieste, ne ha ricevute 83.130. Per quanto riguarda la Polonia, dal 2004 il Paese è diventato non solo fonte di emigrazione ma anche meta d’immigrazione. L’entrata nell’Unione europea ha avviato un rapido processo di sviluppo che ha attirato l’interesse di molti stranieri. Dal 1989, la caduta del Muro ha facilitato gli ingressi alle frontiere con l’arrivo di circa 4.124 immigrati e nel 2001 sono quasi raddoppiati a 7.740. In molti casi si è trattato di un’immigrazione di ritorno della manodopera polacca fuggita nel dopoguerra; circa l’81% detiene, infatti, la cittadinanza polacca e proviene da Germania, Stati Uniti, Italia e Canada, mentre solo il 17% è costituito da stranieri. L’immigrazione resta ancora oggi a bassi livelli, c’è domanda di forza lavoro soprattutto per l’assistenza agli anziani, ma le condizioni di vita non sono ancora così equilibrate tra campagna e città da rendere la Polonia una meta preferita dai migranti. A differenza dei primi due Stati, Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno mai vissuto situazioni di crisi umanitaria, ma hanno comunque deciso di schierarsi contro Bruxelles. Praga e Bratislava hanno invocato all’unisono il bisogno di riacquisire la sovranità statale; riguardo alla politica dell’accoglienza, il premier slovacco Robert Fico ha criticato la Germania perché prepotente, data la sua intenzione d’imporre a macchia d’olio l’accoglienza obbligatoria di profughi e sfollati. In particolare, l’avversione slovacca si è concentrata sulla comunità musulmana e lo stesso premier ha dichiarato la volontà di evitare qualsiasi rischio o incidente, come è avvenuto nella notte di Capodanno a Colonia o negli attentati francesi e belga. Nel frattempo, a Praga, il primo ministro ceco Sobotka ha scelto di seguire la stessa linea politica, sottolineando il rifiuto di un’integrazione musulmana e il sostegno per la creazione di un esercito europeo a difesa dei confini esterni. Il V4 si trova quindi schierato contro un nemico comune, Bruxelles, e contro la sua alleata principale, la Germania, accusata di aver favorito i recenti attacchi terroristici per la sua dottrina troppo accogliente.

La “orbanizzazione” è divenuta ormai un fenomeno politico basato sulla democrazia illiberale, avviato dal primo ministro ungherese e che sta impiantando le sue radici anche nelle politiche dei Paesi limitrofi, tra questi proprio la Polonia. Nella politica polacca tale processo è stato avviato nell’immediato periodo post-elettorale del novembre 2015; il governo Szydlo ha subito intrapreso una controversa riforma della Corte Costituzionale e una legge che ponesse sotto controllo l’informazione e i media. Tutte scelte già viste e adottate su territorio ungherese. Tasse per le banche, per le catene di distribuzione e per le compagnie di telecomunicazione hanno riavviato l’economia magiara, ma non è detto che possano avere gli stessi vantaggi nella realtà polacca. L’avversione contro Bruxelles sul tema dei migranti è servito alla Polonia anche per spostare l’attenzione proprio dal polverone alzato dalle riforme costituzionali. Il caso ungherese è diverso, in quanto Orban sente la pressione degli estremisti di destra anti-immigrati guidati da Jobbik, soprattutto in vista del prossimo referendum del 2 ottobre sulla ripartizione delle quote di profughi e migranti decise dall’Unione europea. Dei 160mila profughi arrivati in Grecia e in Italia, Orban avrebbe dovuto accoglierne 2300 circa, ma il premier ha preferito fare ricorso alla Corte europea di giustizia. Sarà quindi il popolo magiaro a rispondere sì o no alla domanda: “Volete che l’Unione europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”. Secondo i sondaggi, circa il 70% della popolazione ungherese ha già scelto di rifiutare il piano di Juncker che prevede l’assegnazione all’Ungheria di 3.200 migranti. Proprio Orban, con un occhio a tale referendum, si è pronunciato dichiarando la necessità di espellere tutti gli immigrati illegali. Un’espulsione forzata solo dal Paese? No, dall’intera Unione europea. Un’affermazione che il premier ungherese ha giustificato in nome della protezione internazionale, ripresa dal modello australiano, basata sul trasferimento forzato dei richiedenti asilo in campi extra UE.

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