Azerbaijan: “è tutto petrolio quel che luccica”

Azerbaijan

*di Massimiliano Nicolosi e Francesco Trupia

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Azerbaijan dovette affrontare un periodo di forte stagnazione economica e di crisi politica, che la guerra nell’oblast autonomo del Nagorno-Karabakh aveva pericolosamente collegato alla lotta intestina alle élites di Baku. Il Fronte Popolare azero degli Aliyev, riuscendo a spodestare il Presidente Ayoz Mutalibov dopo gli avvenimenti di Khojali nell’enclave armena, apriva il proprio dominio indiscusso nel Paese. Ciononostante, sia la fine del rapporto con Mosca che il passaggio verso un’economia di mercato ponevano l’Azerbaijan in una posizione di pivot regionale molto più positiva rispetto a quella di Georgia e Armenia nel Caucaso meridionale. Le maggiori potenze occidentali, infatti, come Stati Uniti, Turchia, Francia e Russia, mostrarono un forte particolare interesse per le risorse naturali legate a gas e petrolio che le coste azere sul Mar Caspio offrivano.

In quegli anni, l’ascesa dell’economia azera si basava esclusivamente sullo sfruttamento e estrazione di gas e petrolio, tramite compagnie sotto il controllo statale e attraverso l’intervento di copiosi investimenti stranieri che, grazie all’apertura del Governo verso l’Occidente, primeggiava attraverso la SOCAR. Quest’ultima, compagnia statale, aveva posto insieme a quelle straniere le basi per una crescita esponenziale dal punto di vista degli indici economici sul mercato del petrolio, rendendo però il Paese dipendente dalla “sola” produzione energetica e dall’industria fossile.

Assieme alla costruzione di nuove pipeline e vie di comunicazione per la commercializzazione degli idrocarburi, il settore energetico ha continuato a rappresentare il vero motore dell’economia azera, con una crescita costante del PIL per circa il decennio successivamente.

L’imponente sviluppo dell’apparato energetico di Baku ha avuto immancabilmente pesanti ripercussioni sul piano internazionale. L’industria fossile azera ha continuato a sollevare gli interessi dei Paesi occidentali, i quali hanno intravisto la possibilità di diversificare il proprio approvvigionamento energetico dalla Russia allentandone conseguentemente la loro dipendenza. Baku, dal canto suo, ha negli ultimi anni colto l’opportunità di incrementare le esportazioni di risorse in eccesso e incassare notevoli profitti.

Il supporto che l’Unione Europea ha garantito al progetto del TAP (Trans Adriatic Pipeline), un condotto che sarà collegato al TANAP (Trans Anatolian Pipeline) e proseguirà verso Grecia e Albania fino a giungere nell’Italia meridionale per rifornire il mercato europeo, trova una sua giustificazione sia all’interno delle politiche di politica estera dell’Unione Europea in merito al progetto del Partenariato Orientale (Eap), ma anche per la stretta vicinanza di interessi economici tra le tante compagnie petrolifere delle potenze occidentali e quelle del Paese caucasico, ossia la SOCAR.

L’importanza che quindi l’Europa ha conferito alla strategica cooperazione con l’Azerbaijan viene attualmente suggellata dall’attribuzione al gasdotto dello status di “Progetto di Interesse Comune” (PCI), rivolta solamente a progetti chiave e di rilevanza fondamentale per il futuro. Se la Commissione Europea ha inserito il progetto del gasdotto nella lista dei PCI nel 2013, conseguentemente, l’importanza di garantire il rifornimento del mercato energetico interno e garantire gli obiettivi di politica energetica dell’Unione, evidenziano come il TAP goda di particolari benefits: sgravio dei costi, procedure amministrative più veloci, possibilità di attirare ulteriori investitori per il futuro.

L’attuale scenario internazionale evidenzia come l’Azerbaijan sia divenuto in pochi anni un polo di forte attrazione economica, con le maggiori e più potenzi economie mondiali pronte a dialogare per futuri scenari di sviluppo e nuovi partenariati. Tuttavia, le opportunità offerte dall’ascesa economica azera non si legano solo al TAP, e non appaiono inoltre essere escluse a quest’ultimo progetto. Oltre ad aver contribuito alla costruzione di altri gasdotti e oleodotti, come il già operativo “Baku-Tbilisi-Ceyahn” e il “Baku-Novorossijsk”, il Governo di Baku ha utilizzato i proventi dell’industria energetica per investire in altri settori economici interni, tra cui la rete interna di trasporti, le infrastrutture e le telecomunicazioni. Il Paese ha poi cercato di diversificare la propria economia, tentando di ridurre la propria dipendenza dagli idrocarburi, con risultati meno esaltanti rispetto al previsto e che iniziano a indebolire le entrate del bilancio statale. Nel 2015, ad esempio, l’estrazione di petrolio e gas contribuiva all’economia nazionale rappresentando il 65% circa del PIL e il 95% delle esportazioni.

L’economia azera, in realtà, ha seguito nell’ultimo biennio l’andamento dell’intera industria fossile mondiale, con ripercussioni negative dovuti alla fluttuazione dei prezzi nel mercato globale. E’ così che il 2015 ha evidenziato come l’espansione dell’economica azera abbia subito un importante arresto, e in seguito al crollo del prezzo del greggio, ha trasformato i primi cali trimestrali dentro una veloce crisi di recessione generale. Conseguentemente, le scelte di Baku nelle politiche monetarie hanno provocato un’enorme svalutazione della moneta nazionale, il manat, nei confronti del dollaro e provocato un innalzamento vertiginoso dei prezzi all’interno di un Paese con già alti livelli di povertà.

Ancora una volta, le fortune dell’Azerbaijan sono state legate al mercato del petrolio, che però non hanno aiutato il Paese sul piano interno per un mancato livellamento dei prezzi del greggio come durante il 2013. Secondo il Financial Times, a inizio 2016 alcuni esponenti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale avrebbero coadiuvato il governo azero in operazioni che evitassero la bancarotta attraverso un finanziamento di 4 miliardi di dollari volto a risanare la bilancia commerciale. Con l’intervento del FMI e della Banca mondiale, lo scenario azero parrebbe meno positivo e tutt’altro che dinamico se analizzato al di fuori dello storico contesto dalle risorse naturali di gas e petrolio. Le istituzioni internazionali di credito, infatti, erogando fondi garantiti da conditionalities, come la liberalizzazione dei mercati dei capitali e delle utilities (trasporti, energia, telecomunicazioni) potrebbero aprire contenziosi contro la guida centrista e dirigista del Presidente Aliyev, la cui famiglia detiene il potere non solo politico da circa venti anni in modo semi-autoritario e lontano dagli scenari di democrazia compiuta.

Fin oggi, tutti i Paesi occidentali hanno tratto notevoli vantaggi dagli accordi economici con l’Azerbaijan, e hanno spesso sorvolato su ricerche e report riguardanti l’osservanza dei diritti politici e civili. Tra le voci più rinomate che si sono levate a difesa dei diritti umani quelle di Human Right Watch e Amnesty International, così come l’OSCE e la stessa Unione Europea che hanno parallelamente sollevato serie preoccupazioni in passato. Uno scenario contraddittorio rispetto a quello che il “Progetto di Interesse Comune” della TAP ha evidenziato negli ultimi mesi.

Anche il referendum indetto lo scorso 26 Settembre, ad esempio, approvato grazie a una maggioranza dell’oltre ottanta per cento degli aventi diritto di voto, ha potenziato la leadership di Aliyev aumentandone la propria permanenza presidenziale dai cinque ai sette anni. Una riforma che, conseguentemente approvata dal referendum del 2009, anch’esso approvato con una larga maggioranza, elimina anche il limite dei due mandati presidenziali e permetterà la ricandidatura di Aliyev per la guida del Paese.

Un insieme di riforme costituzionali tutt’altro propense all’allargamento dell’inclusione di minoranze e partiti di opposizione all’interno del Parlamento nazionale, che appaiono condurre l’Azerbaijan verso lo scenario presente in Turchia. Quest’ultima rimane per l’Azerbaijan un Paese “fratello” nel senso più etnico della sua vicinanza storico-politica, nonché primo partner all’interno dei progetti di cooperazione e sviluppo legati alla “politica dei gasdotti”.

Ciononostante, l’Occidente – compresa l’Italia – continua a rimanere restia a evidenziare le tante contraddizioni interne al Paese capaci di sfociare in rischi concreti per il proseguo della cooperazione economico-politica. L’Azerbaijan, infatti, mantiene al suo interno uno “stato di guerra” contro l’Armenia nonostante gli Accordi di Biškek del 1994, sebbene non abbia mai controllato quel 20% di de jure territorio riconosciutogli dalla comunità internazionale dopo il collasso sovietico. Inoltre, una parte del TAP vede il gasdotto snodarsi solo a poche decine di chilometri dalla regione nordest occupata dalle forze militari armene, che nelle ultime escalation militari, quelle dell’Aprile 2016 e degli ultimi mesi, si pongono pericolosamente dinnanzi alla curvatura che conduce il gasdotto verso la Georgia in direzione Tbilisi e poi Turchia. Che le ultime escalation di violenza abbiano colpito proprie le alture di Lele Tepe, ossia zone cuscinetto tra il gasdotto e la regione nordest del Nagorno-Karabakh, possono essere analizzate come una mera coincidenza geografica di un conflitto tutt’altro che congelato. Al contrario, lo scenario di instabilità in quella precisa regione contesa tra azeri e armeni potrebbe in futuro trasformarsi in un rischio per il progetto di cooperazione economica del TAP. Un rischio, quest’ultimo, che al momento sembra non preoccupare un Azerbaijan testardamente rivolto alla risoluzione militare del Nagorno-Karabakh e ad un Occidente (in-)volontariamente disinteressato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

13 − sei =