L’esplosivo caso delle bombe italiane in Yemen

(Ole Solvag/Human Rights Watch)

(Ole Solvag/Human Rights Watch)

di Valerio Moneta

Nelle ultime settimane è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica la questione dell’utilizzo delle bombe di fabbricazione italiana nei bombardamenti effettuati dalla coalizione a guida saudita in Yemen.

Una foto scattata da Ole Solvag, ricercatore presso lo Human Rights Watch, nella città di Sa’dah, raffigurante una bomba inesplosa, ha fatto esplodere il caso nel nostro paese.

La guerra che si sta perpetuando in Yemen a partire dal 2015 vede contrapposte due fazioni che dichiarano di voler costituire il governo dello Stato. Da una parte i ribelli sciiti Huthi, appoggiati dalle milizie dell’ex presidente Saleh, dall’altra parte le forze dell’attuale presidente Hadi e la Lega Araba.

I bombardamenti che vengono portati avanti dai caccia sauditi il più delle volte finiscono per colpire la popolazione civile, causando migliaia di morti. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, solamente tra marzo e luglio 2015 sono morte infatti più di 4 mila persone, di cui 1.895 erano civili. Nello stesso periodo, i feriti a causa della guerra si sono attestati invece a 19.800, tra cui spiccano più di 4.000 civili.

La sigla ritrovata sulla bomba inesplosa rende questo conflitto, apparentemente lontano, un affare italiano a tutti gli effetti. Infatti la bomba a caduta libera da mezza tonnellata MK83 ha sul suo involucro d’acciaio una matricola NATO che ne indica la produzione: è stata costruita dalla ditta RMW Italia nell’impianto di Domusnovas, in Sardegna.

L’ordigno incriminato ha sollevato diverse problematiche nel nostro paese, sia riguardo la disciplina dell’export di ordigni bellici, sia per quanto riguarda questioni etiche.

Subito dopo la foto della bomba, sono iniziati a circolare video online di aerei cargo in partenza dall’aeroporto civile di Cagliari con destinazione l’Arabia Saudita. L’ipotesi più accreditata dalla stampa è che questo aereo trasportasse le bombe impiegate in Yemen e destinate all’Arabia Saudita.

Alcuni deputati e senatori hanno portato avanti delle interrogazioni parlamentari per avere spiegazioni dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il problema di fondo risiede infatti sia nell’esportazione di materiali bellici in Stati accusati da diverse parti di non rispettare i diritti umani, sia circa la legittimità di questo commercio che se non altro entra in conflitto con i principi costituzionali dell’articolo 11.

L’ONU e l’UE hanno più volte definito gli attacchi in Yemen come attacchi diffusi e sistematici a bersagli civili. Il Parlamento Europeo in una mozione del 25 febbraio 2016 ha inserito l’Arabia Saudita tra i paesi sotto embargo per l’esportazione di armi.

Tutto ciò va ad aprire un dibattito sul ruolo che l’Italia ha assunto in questo caso.

Il Ministro Pinotti ha difeso l’operato dell’Italia, confermando che il tutto sia avvenuto secondo il rispetto della legge n.185 del 1990, che vieta al nostro paese l’esportazione di armi a paesi in guerra, sebbene vada in conflitto con lo stato attuale dei fatti dal momento che l’Arabia Saudita è attualmente uno stato impegnato in un conflitto. Inoltre, ha ribadito che le bombe con matricola italiana sono solamente prodotte nel nostro paese e non direttamente vendute. In un’intervista ha specificato che il contratto per la vendita delle bombe appartiene ad una ditta americana, che utilizza come subcontraente una ditta tedesca (Rheinmetall Defence), la quale possiede due fabbriche in Italia.

Quindi, a quanto riferito dal Ministro, non vi è alcun collegamento con la direzione nazionale armamenti, appartenente allo Stato Maggiore della Difesa, e non si tratta di materiale proveniente dallo stock dell’Aeronautica militare. L’Italia insomma ne avrebbe solamente autorizzato il transito.

Tuttavia, la Germania avrebbe respinto le accuse di avere rapporti commerciali per materiale di guerra con l’Arabia Saudita, dichiarando che quella della RWM è un’esportazione tutta italiana.

La vicenda pone interrogativi di fondo che non possono certo essere risolte con reticenze, smentite poco convincenti o mezze verità.

A quali poteri spetta la direzione della guerra, fenomeno sociale che comprende evidentemente la produzione e la vendita dei suoi mezzi, gli ordigni bellici? È  la politica che deve guidare la fornitura di materiali d’armamento, oppure sono i profitti di gruppi privati? A quali interessi deve corrispondere la politica di sicurezza e di difesa?

Nel caso in cui la risposta sia lo Stato – o gli Stati attraverso coalizioni guidate da una forza egemone –  è del tutto evidente che si rende indispensabile uno stretto controllo su tutta la “filiera bellica”, compresa la produzione e la vendita di merci prodotte da imprese nazionali e straniere residenti sul suolo nazionale. Sotto questo profilo la delega alle lobby dell’industria bellica della vendita di bombe, dovrebbe essere abolita e l’attività commerciale sottoposta a una vigilanza strettissima.

Se invece si adotta un altro principio, quello della “azienda guerra”, che vede la preminenza della redditività d’impresa, ci si allontanerà sempre più dagli obiettivi politici, si produrranno contraddizioni e paradossi,  con il rischio di danneggiare, in caso di attriti tra due stati, gli interessi nazionali oltre a quelli di altre aziende. Questa seconda posizione è apertamente sostenuta dal Ministro degli Esteri britannico Boris Johnson. La Gran Bretagna risulta infatti tra i maggiori esportatori di armi verso l’Arabia Saudita, e stando alle parole di Johnson, continuerà a esserlo, poiché se si decidesse di sospendere la vendita, il paese sarebbe sostituito da altri paesi occidentali pronti a subentrare in questo mercato.

La vicenda delle bombe italiane ha creato degli evidenti paradossi: favorire la vendita di armi all’Arabia Saudita, violando raccomandazioni internazionali e aggirando leggi italiane, ha avuto come conseguenza il bombardamento di una fabbrica italiana in Yemen, l’azienda metalmeccanica Caprari, oltre alle numerose vittime civili di azioni militari mai autorizzate dalle Nazioni Unite. Inoltre la guerra in Yemen si collega indissolubilmente ad un altro fattore di crisi con cui il nostro paese deve fare i conti: quello dei migranti. La scorsa primavera sono infatti sbarcati in Sicilia i primi rifugiati yemeniti.

Vi è poi un’ulteriore domanda che non è possibile eludere: è eticamente e politicamente corretto vendere armi a paesi governati da regimi che non garantiscono le libertà democratiche fondamentali, e i cui valori legislativi si basano sulla legge islamica della sharia?

Se la guerra in ogni suo aspetto è l’espressione di una attività e di un disegno politico, per dare una risposta organica e logica ai quesiti accennati, non servono risposte di circostanza né sotterfugi, ma una vera discussione pubblica, il cui luogo naturale non può essere altro che il Parlamento.

Il nostro Paese, per crescere, non può evitare di affrontare queste questioni di fondo, ma deve trattarle con  passaggi di dibattito, chiarezza e informazione.

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