I droni nello scenario attuale: potenzialità e rischi

droni

di Valerio Moneta

Negli ultimi anni la parola drone è diventata di uso sempre più comune nel nostro vocabolario. Poiché risulta difficile dire con precisione a cosa ci si riferisce quando si parla di droni, è necessaria una differenziazione a seconda del mezzo preso in considerazione. I droni possono infatti variare da aeromobili senza pilota usati in scenari di guerra, a piccoli velivoli commerciali usati per lo più per scopi ludici. Bisogna quindi parlare più specificatamente di Aeromobili a Pilotaggio Remoto, UAV nell’acronimo inglese (Unmanned Aerial Vehicle).

Usati dagli Austriaci per la prima volta nel 1849 come palloni caricati di esplosivo, l’uso militare dei droni ha conosciuto significativi sviluppi durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, fino ad arrivare ai più recenti progressi portati avanti negli anni Duemila. Ad oggi i droni da guerra si suddividono in categorie e sottocategorie differenziate in base al peso, alla velocità, all’autonomia e alla capacità. Si passa infatti dai droni militari più piccoli (meno di 150kg), fino ai droni militari strategici (600 kg) che sono sempre più impiegati in zone di guerra, non solo nelle versioni Predator e Reaper, equipaggiati per attacchi missilistici, ma anche per missioni di ricognizione, trasporto e sorveglianza.

I vantaggi dell’uso dei droni sono facilmente rintracciabili: dai costi relativamente abbordabili, alle grandi capacità di sorveglianza sia in aria, in mare o a terra, alla riduzione della presenza delle truppe sul luogo per missioni di combattimento.

I droni sono quindi da considerarsi a tutti gli effetti beni “dual use” in quanto sono sviluppati contemporaneamente sia nell’industria militare che in quella civile.

Data la grande praticità e utilità di questi velivoli, i droni vengono utilizzati in molteplici scenari e operazioni, assumendo sempre di più un ruolo rilevante che va al di là dell’uso strettamente militare. Ricognizioni tattiche, ispezioni di luoghi inaccessibili all’uomo, fotografie e riprese aeree, rilevamenti e ricerca di persone scomparse, sono solo alcuni degli esempi del lavoro che questi strumenti possono realizzare. Di grande attualità tra l’altro è il ruolo svolto dai quadricotteri dei Vigili del Fuoco, i quali sono stati impiegati durante le ricerche dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia lo scorso settembre per facilitare le operazioni di soccorso e di ispezione nei luoghi distrutti dal sisma.

Sebbene l’industria dei droni stia sviluppando tecnologie che permettono di far fronte a situazioni che fino a qualche tempo fa sembravano impossibili, tuttavia sono sorte diverse problematiche legate proprio all’utilizzo e allo sviluppo di questi mezzi.

La proliferazione di questi velivoli, l’aumento del livello tecnologico e la progressiva cancellazione del sottile confine fra usi civili e militari, implicano seri problemi di sicurezza. I pericoli emergono in particolare nel momento in cui anche attori non statali entrano in possesso di queste tecnologie.

Diversi gruppi terroristici, tra cui l’IS, hanno già dimostrato di saper utilizzare i droni in operazioni di guerra, e ciò significa che gli stati (che devono rispettare i regolamenti internazionali) devono fare i conti con gruppi armati che hanno a disposizione strumenti tecnologicamente avanzati e non sono vincolati ai trattati.

L’uso dei droni va a rimettere in discussione tutta la dottrina militare della guerra e della sicurezza aerea, date le loro caratteristiche ibride.

Che cosa è oggi una minaccia per uno Stato o per una alleanza?

Se il dispiegamento di caccia militari o di missili nei pressi di un altro Stato può essere indubbiamente ritenuto un mezzo per esercitare pressione, intimidazione o di dimostrazione di forza, l’uso o la presenza di droni civili (all’esterno a all’interno di un paese) ancora non è considerato come potenziale minaccia militare.

In realtà, oggi il concetto stesso di minaccia dovrebbe essere rielaborato, viste le numerose implicazioni in ambito militare della tecnologia dual use. Per le organizzazioni terroriste potrebbe essere molto più facile utilizzare un drone armato di esplosivo per compiere una strage piuttosto che dirottare un aereo. Le “no fly zone”, recentemente istituite a Parigi e Roma, sotto questo punto di vista sarebbero poco più di una raccomandazione. Si pone dunque un problema di prevenzione a più alto livello.

Infine emerge la problematica etica dell’utilizzo dei droni in scenari di guerra. I droni sono largamente imprecisi e non discriminano fra civili e militari e la loro accuratezza e precisione sono piuttosto discutibili.

Esemplificativo è il caso dell’uso di droni da parte degli Stati Uniti in territori pakistani e afghani in operazioni anti terrorismo. L’esperienza sul campo evidenzia come molto spesso per colpire degli obiettivi strategici in realtà si finisce per colpire indiscriminatamente la popolazione civile. Di grande clamore fu l’episodio accaduto in Yemen, dove il 13 dicembre 2013 nella provincia di al-Bayda per errore sono rimasti uccisi 16 civili che partecipavano ad un corteo nunziale. La scarsa trasparenza governativa al riguardo, che ha portato ad una chiamata delle Nazioni Unite per la responsabilità di queste azioni ha anche un altro risvolto negativo. Le uccisioni di civili da parte dei droni in scenari di lotta ai gruppi terroristici possono, per altro, facilmente favorire gli stessi terroristi nella radicalizzazione della popolazione sul territorio contro il nemico che uccide indiscriminatamente dall’alto.

La regolamentazione dell’uso dei droni porta quindi al problema della necessità di controlli più stretti a livello globale. Il Wassenaar Arrangement, sottoscritto da 41 stati per la regolamentazione dello sviluppo e dell’esportazione di beni e tecnologie duali e armi convenzionali, non risulta sufficiente circa il controllo sulla proliferazione degli UAV.

Se gli Stati Uniti e Israele sono i leader mondiali nel campo del mercato dei droni militari e civili (con la Cina che non resta a guardare ed è pronta a investire 10 miliardi di dollari nel settore), l’Unione Europea rimane un attore defilato e il ritardo dell’industria della difesa, che appare ancora frammentata, con duplicazioni non necessarie e senza grandi investimenti in programmi R&D. Tutto ciò impedisce un vero e proprio sviluppo autonomo e aumenta la dipendenza dall’estero.

Nell’ultimo decennio i paesi europei hanno lanciato, da soli o in collaborazione, diversi progetti di ricerca, che non hanno però trovato fortuna a causa dei ridotti fondi stanziati in questo campo. Ad oggi la flotta europea risulta del tutto insufficiente, soprattutto se consideriamo la vastità dei territori da controllare, come hanno dimostrato le recenti missioni in Mali e in Libia, in cui Francia e Italia sono dovute ricorrere a mezzi statunitensi. Le capacità degli stati membri dell’Unione Europea dipendono infatti dalle disponibilità della NATO. Un secondo problema è l’assenza di basi di comando e controllo nelle zone critiche, che gli USA stanno risolvendo con  la costruzione di una base di droni ad Agadez, in Nigeria, oltre a quelle di cui già dispongono in Burkina Faso, Sud Sudan, Etiopia, Gibuti, Uganda e Kenya.

Tuttavia è attualmente in cantiere lo sviluppo di un UAV che coinvolge Italia, Francia e Germania: il drone MALE 2020. Leonardo-Finmeccanica, Dassault Aviation e Airbus Defence and Space stanno portando avanti un progetto di circa 1 miliardo di euro, contando anche sull’appoggio dell’Agenzia Europea per la Difesa. Sarà il primo drone europeo capace di subentrare agli americani MQ-1 Predator e MQ-9 Reaper. Questo progetto rientra nella politica di progressiva implementazione delle tecnologie e delle industrie europee, puntando sulla sostenibilità dei costi, sviluppo delle capacità e creazione di posti di lavoro.

 

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