Hillary Clinton: le sue sfide in politica estera

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Di Daniel S. Speratti M.

Le tanto attese elezioni negli Stati Uniti d’America sono dietro l’angolo e la feroce battaglia mediatica tra Hillary Clinton, precedentemente First Lady e attuale rappresentante del partito Democratico, e Donald Trump, miliardario del settore edilizio e candidato per il partito Repubblicano, sta per culminare.

 Coloro che hanno osservato con attenzione la successione dei dibattiti tra i due candidati presidenziali si saranno accorti della grande differenza esistente tra i loro programmi di Governo. La politica estera di Trump è centrata, principalmente, sull’immigrazione e prevede la costruzione di un muro nella frontiera con il Messico per bloccare i flussi migratori irregolari; senza dimenticare però il “piano segreto” per combattere l’ISIS e un possibile abbandono della NATO, organizzazione da lui considerata ingiusta perché non farebbe altro che indebolire le forze economiche degli Stati Uniti attraverso l’imposizione di rigide quote finanziarie, poco simmetriche e sfavorevoli.

 La dottrina estera di Clinton merita però, una particolare attenzione, infatti, la sua campagna elettorale potrebbe essere considerata un continuum delle idee politiche dell’attuale Presidente, Barack Obama, il quale, raggiunse la nomina presidenziale nel 2008 promettendo di “resettare” (riavviare) la politica estera statunitense mettendo fine agli interventi militari dell’America in Iraq e in Afghanistan, e riconsiderando la “guerra globale del terrore” dichiarata da Bush.

 Tra le problematiche internazionali, la questione dell’ISIS sembra essere una delle maggiori preoccupazioni della Clinton. Lei propone, infatti, un intervento in Medio-Oriente che abbia come obiettivo la distruzione delle basi militari delle forze Jihadiste mediante l’intensificazione delle campagne aeree, ma anche un’attività diplomatica che abbia come scopo il termine della guerra civile in Siria e in Iraq. Inoltre, propone un intervento organizzato per tagliare la rete globale dei finanziatori dell’ISIS che somministrano denaro, armi e propaganda. Dal punto di vista della Difesa Interna, invece, la Clinton vorrebbe intensificare l’intelligence nazionale, sia per bloccare la propaganda terrorista sia per identificare possibili arruolati a tale organizzazione. Per esempio, le persone che avessero viaggiato a paesi in cui vi è una forte presenza terroristica, al momento della domanda di Visto per gli Stati Uniti, sarabbero sottoposte a un esame psicologico e i loro precedenti accuratamente studiati.  “Non possiamo permettere che i terroristi ci intimoriscano, ci costringano ad abbandonare i nostri valori e ci obblighino ad adottare politiche che erosionino la fiducia dei musulmani Statunitensi”, ha detto la rappresentante democratica durante la presentazione della sua campagna elettorale.

 Un altro punto centrale della politica estera di Clinton è quello che riguarda il Medio-Oriente, più precisamente Israele e l’Iran. Attualmente, Israele è il principale alleato del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Medio Oriente e queste due nazioni hanno sempre avuto uno stretto rapporto, sin dal riconoscimento ufficiale dello Stato d’Israele da parte dell’ONU nel1948. La Clinton s’impegna a mantenere le forze militari nella regione e a promuovere le negoziazioni di pace tra Israele e Palestina. Infatti, il candidato democratico ha affermato durante una riunione con il Primo Ministro Israeliano, Benjamin Netanyahu che “La sicurezza d’Israele è di vitale importanza per la nazione”. D’altra parte, per quanto riguarda l’Iran, l’aspirante democratico alla Casa Bianca ha promesso di normalizzare le relazioni diplomatiche con Teheran e di ristabilire le sanzioni all’Iran se questo non dovesse rispettare l’accordo che limita il programma nucleare Iraniano: tale accordo è stato firmato a Vienna il 14 luglio 2015 tra l’Iran e le 5 potenze del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito e Russia).

 Bisogna evidenziare anche l’importanza attribuita alla denuclearizzazione della Corea del Nord. Infatti, l’ex Segretario di Stato intende condannare gli attacchi cibernetici, rafforzare le sanzioni economiche e aumentare il sistema di difesa missilistica nel continente Asiatico per costringere la Cina a fare pressione sulla Corea del Nord, avviando così il processo di denuclearizzazione. Già a inizi di settembre di quest’anno, gli Stati Uniti hanno imposto una sanzione economica a un’azienda cinese che proporzionava alla Corea del Nord materiali nucleari e missilistici.

 L’economia estera sembra essere, però, il cavallo di battaglia di Clinton. Infatti, lei sa bene che per esercitare una forte influenza diplomatica, l’America deve restare tra le prime economie del mondo. Propone, dunque,  un trattato di libero commercio con l’Unione Europea e si oppone al Trans-Pacific Partnership, progetto di regolamentazione e di investimenti a libero scambio economico tra i paesi facenti parte della zona pacifica e asiatica (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam). Inoltre, è opportuno sottolineare il suo tentativo di normalizzare i rapporti bilaterali con Cuba ponendo fine all’embargo imposto da Washington nel 1962, in piena Guerra Fredda. Questo processo è stato iniziato da Obama il 20 giugno 2015 e la ragione sembra essere puramente economica: Cuba, piccolo paese situato a 200 km dalla Florida, ha un grande potenziale da sfruttare.

 Avendo analizzato tutti questi fattori, è evidente che gli Stati Uniti, indipendentemente dall’esito delle elezioni, dovranno affrontare numerosi ostacoli a livello internazionale, ma non bisogna dimenticare che “l’America non può combattere da sola tutte le minacce del secolo”. Occorre instaurare un rapporto collaborativo e positivo di ampia portata poiché siamo nell’era della globalizzazione, l’era in cui le problematiche esistenti all’interno di un determinato Stato, hanno delle ripercussioni, siano esse dirette o indirette, sull’intero globo.

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