La Guerra Civile in Yemen

sana

di Vittorio Pecoraro

Sana’a, Yemen

Lo Yemen è uno degli Stati più poveri del Mondo, ma rappresenta un ponte fra il Medio-Oriente e il Corno d’Africa.  Affacciato sullo Stretto di Bab el Mandeb, gode di una posizione strategica che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano. Chi controlla questo territorio, gestisce l’accesso al Canale di Suez  che permette la navigazione diretta dal Mediterraneo verso tutte le rotte asiatiche, senza la necessità di circumnavigare l’Africa.

Fino all’unificazione del 1990, vi erano due Stati: lo Yemen del nord, dominato da un fronte nazionalista, e lo Yemen del Sud, conosciuto come Repubblica Democratica popolare dello Yemen, unico paese musulmano in cui entrò in vigore una costituzione espressamente di stampo marxista. L’unificazione però, nonostante le premesse appare ancora oggi più formale che sostanziale, ed è stata segnata da diversi di episodi di guerra civile. Il Governo Centrale non ha mai avuto un pieno controllo del Territorio e così gli Houthi, anche detti “Partigiani di Dio”, che rappresentano la minoranza sciita del Paese, circa il 40% della popolazione araba dello Yemen, hanno visto aumentare nel corso degli anni la loro influenza.  Questo Gruppo sciita è passato da una prevalente dimensione religiosa e culturale, all’attivismo politico, per poi intraprendere una vera lotta a carattere militare contro il Governo Centrale, espressione della maggioranza sunnita del Paese e vicino alle posizioni dell’Arabia Saudita. Gli sciiti yemeniti sono stati accusati di essere sostenuti dall’Iran, Paese leader del mondo musulmano sciita, che mirerebbe così ad avere un satellite logistico nella Penisola Araba, cuore del sistema politico ed economico delle monarchie sunnite del Golfo.

In contemporanea all’emergere nel Nord della forza degli Houthi, nel Sud iniziarono a costituirsi formazione politiche che, non ritenendo il Governo Centrale capace di offrire loro una tutela, miravano alla secessione.  In questo scenario vi furono una serie di sommosse popolari nei primi mesi del 2011, inserite nella cornice politica della Primavera Araba, che trascinarono il Paese nel caos, portando il Presidente Saleh, uomo che guidava da decenni lo Yemen, alla fuga in Arabia Saudita. Con il passare delle settimane furono raggiunti gli estremi per una tregua tra la Compagine Ribelle del Nord e l’Esercito regolare. Il Sud dello stato yemenita, a maggioranza sunnita, rimase invece in un totale disordine, offrendo la possibilità ad al-Qa’ida, e ad altre organizzazioni terroristiche, di radicarsi.

Gli Houthi approfittarono della tregua e della debolezza del Governo Centrale, per iniziare una progressiva occupazione dei villaggi sunniti. Nel Settembre del 2014, superate le resistenze dei militari fedeli al Governo Centrale, riuscirono a prendere il controllo di Sana’a, la capitale yemenita, e costrinsero Hadi, il Presidente Sunnita sostenuto dalla Comunità Internazionale, a negoziare un accordo, ottenendo così un livello senza precedenti di influenza sulle istituzioni dello Stato e della politica. Hadi iniziò però a redigere una riforma che avrebbe trasformato in chiave federalista il Paese, confinando le mire politiche degli Sciiti nei governatori del Nord, privi di risorse energetiche e di sbocchi sul Mare.  Per questa ragione, presto gli Houthi costrinsero alle dimissioni il Presidente e allo scioglimento il Parlamento. In questo scenario il 21 febbraio del 2015, Hadi fu costretto a lasciare la Capitale. Nel frattempo Saleh, l’ex-Presidente deposto, tornò nella Capitale per siglare un’alleanza con le Forze Sciite, nel tentativo di ritornare un attore di primo piano nella scena politica nazionale.

A poco servirono  i tentativi di rafforzare il Presidente Haidi da parte della Comunità Internazionale. Lo sforzo militare congiunto di 11 Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Kuwait, Bahrein, Marocco, Sudan e Pakistan) e l’appoggio politico della Lega Araba e degli Stati Uniti, sostenitori della legittimità istituzionale del Governo Hadi, non riuscirono a fare riprendere il controllo dello Yemen al suo Governo.

 Negli stessi mesi si rafforzò anche la presenza dei fondamentali dello “Stato Islamico”, che conducevano attacchi sia nei confronti delle forze governative del Governo Sunnita di Hadi, sia nei confronti delle milizie sciite.

Attualmente il conflitto è ancora in corso e il Paese è diviso in tre aree: il Presidente Hadi, cacciato da Sana’a nel febbraio 2015, controlla la seconda città dello Yemen Aden e i territori meridionali. Gli Houthi controllano la capitale e oltre un terzo dello Yemen, soprattutto i governatorati del Nord e dell’Ovest,  mentre nelle zone desertiche orientali si è installata Al-Qaeda in competizione con cellule dell’Isis. Le condizioni umanitarie però sono divenute insostenibili per la popolazione civile.  I Report delle Nazioni Unite,  hanno documentato violazioni del diritto umanitario da ambe le parti coinvolte.

Nel frattempo nelle ultime settimane si è assistito a un’escalation delle violenze tra Houthi e le forze filo-occidentali che sostengono il Presidente Haidi. Il Primo Ottobre i ribelli Houthi nello Yemen hanno attaccato una nave militare degli Emirati Arabi Uniti nello stretto di Bab al Mandab e domenica 9 ottobre,   a San’a, la capitale dello Yemen un bombardamento ha colpito il corteo funebre del padre di Jalal al-Rawishan, ministro dell’Interno del governo Houthi e in contemporanea gli Houti hanno sparato un paio di missili contro un cacciatorpediniere della marina statunitense al largo della costa dello Yemen.

Jeff Davis, un portavoce del Dipartimento della Difesa USA, ha dichiarato:  “Chiunque mette navi della marina militare a rischio lo fa a suo rischio e pericolo. Infatti, la risposta americana non si è fatta attendere e nelle prime ore di giovedì gli Stati Uniti hanno bombardato tre avamposti dei ribelli Houthi nel sud dello Yemen, nei pressi dello stretto di Basb el Mandeb.  È la prima volta che gli Stati Uniti intervengono direttamente e militarmente nella guerra civile dello Yemen, anche se da mesi offrono aiuto e supporto allo schieramento governativo meridionale a guida sunnita.  Un coinvolgimento diretto degli occidentali nella regione rischia  di complicare ulteriormente la guerra civile in corso nel Paese.

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