La Russia in Siria

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La crisi siriana, scoppiata nel 2011 a seguito del fenomeno della Primavera Araba che aveva percorso buona parte del Nord Africa ponendo fine a dittature decennali, è divenuta, a partire dal 2015, anche uno dei teatri di attrito tra la Russia e l’Occidente. L’intervento russo in Siria si poteva allora leggere come un tentativo di sostenere un alleato chiave di Mosca in una regione dove ancora manteneva l’unica base militare al di fuori dei propri confini e, soprattutto, come la necessità di arginare il fenomeno jihadista, il quale, se avesse prevalso nei confronti del regime di Damasco, avrebbe potuto rappresentare un rischio per la stabilità del Caucaso russo, dove pure sono presenti movimenti islamisti. Il sostegno della Russia in favore di Assad si era già manifestato nel 2013, quando, in seguito alla denuncia dell’uso di armi chimiche nella cittadina di Ghouta, vicino Damasco, poi comprovato dalle Nazioni Unite, gli Stati Uniti minacciarono un proprio intervento armato in Siria, contro cui si schierò proprio Mosca, forte anche del rapporto ONU che non riuscì ad indicare chi fosse il responsabile dell’attacco.

L’intervento militare russo in Siria rappresenta un enorme sforzo in termini di mezzi e denaro. Un simile impegno si inserisce nel più ampio scontro geopolitico che vede la Russia contrapposta agli USA e, più in generale, alla NATO. Tale scontro si era già manifestato in Ucraina, prima con la crisi crimeana e poi con quella del Donbass. Ma se la crisi in Europa orientale è, almeno per il momento, congelata entro i seppur labili limiti imposti dagli Accordi di Minsk, quella siriana, anche a causa dell’elemento jihadista rappresentato dall’IS, non ha mai conosciuto pause. In tale contesto, l’intervento russo può essere letto come la volontà di Mosca di conservare un importante alleato in un’area strategica, come elemento di una più ampia visione che vorrebbe ristabilire la Russia quale potenza politica e militare globale, sostenuta, in tal senso, dalla dialettica del Presidente Vladimir Putin che, in diverse occasioni, ha descritto il collasso dell’Unione Sovietica quale catastrofe del XX secolo. Tale contrapposizione è ancor più evidenziata dalla decisione di Mosca di inviare una squadra navale composta da otto unità, tra cui l’unica portaerei russa, a cui si sono poi aggiunti tre sommergibili. La stessa Alleanza Atlantica ha sottolineato come quella russa sia la più imponente flotta approntata da Mosca per attività nel Mediterraneo dalla fine della guerra fredda. L’obiettivo sarebbe quello di incrementare le azioni su Aleppo est, dove l’offensiva governativa ha già portato diverse cancellerie occidentali a denunciare crimini di guerra nei confronti della popolazione civile. Allo stesso tempo, tuttavia, la missione navale russa potrebbe voler rappresentare la capacità di Mosca di proiettare il proprio potere politico e militare oltre i propri confini.

Tuttavia, questa potrebbe essere solo parte della spiegazione possibile. Un tale impegno militare ha inevitabilmente un elevato costo economico che, per un paese come la Russia, la quale sta attraversando una fase di difficoltà finanziarie causate da una parte dal persistente basso costo del greggio, di cui è uno dei principali produttori, e dall’altra dalle sanzioni occidentali imposte a seguito della crisi ucraina, si traduce in un pesante aggravio per le casse dello stato. Tutto questo genera effetti negativi anche sul welfare di cui la popolazione russa può disporre e a ciò si può legare la già citata dialettica del Cremlino. E proprio tale retorica si inserisce in quella che può essere definita quale una narrazione sulla civiltà russa, atta a creare consenso interno. Tale visione seguirebbe le linee guida dettate da un intenso patriottismo e dalla convinzione che alla Russia, per la propria specificità geografica, debba essere riconosciuto un ruolo internazionale di primo piano. In questa ottica, l’impegno in Siria può essere visto come elemento in grado di alimentare la macchina del consenso del Cremlino. Allo stesso tempo, la crisi siriana si è dimostrata anche un banco di prova per i mezzi militari impiegati sul campo. In tal senso, tra il 2015 e il 2016, la Russia avrebbe registrato entrate pari a 6-7 miliardi di dollari per commesse militari da parte di paesi del Nord Africa e dell’Asia sud-orientale, per l’acquisto di caccia e di bombardieri Sukhoi. L’attuale dispiegamento navale, quindi, potrebbe essere letto anche come un tentativo di mettere in risalto le migliori, ancorché datate, unità di Mosca. Già in passato, infatti, navi militari di produzione sovietica sono state acquistate da paesi terzi, come avvenne con la portaerei Varyag, ceduta alla Cina e da questa ribattezzata Liaoning.

La concomitanza tra il rinnovato slancio di Mosca a sostegno dell’avanzata governativa su Aleppo e le elezioni presidenziali negli USA potrebbe non essere casuale. Dato che l’attuale amministrazione Obama sta completando il proprio secondo e ultimo mandato alla Casa Bianca, ogni decisione relativa alla crisi in Siria e, più in generale, al rapporto con la Russia rischierebbe di avere conseguenze imprevedibili sul mandato del prossimo Presidente USA. Le relazioni tra i due paesi sono probabilmente le peggiori dalla fine della Guerra Fredda e il loro deterioramento si può far risalire, da una parte, all’allargamento della NATO nello spazio ex sovietico e, dall’altra, alle azioni del Cremlino, prima in Georgia e poi in Ucraina, che sono state unanimemente condannate dalle cancellerie occidentali. Con una maggiore attenzione al caso georgiano del 2008, è possibile evidenziare un parallelo tra quest’ultimo e l’invio della squadra navale nel Mediterraneo orientale in relazione alla contemporanea scadenza del secondo mandato presidenziale negli USA. In entrambi i casi, nel 2008 e nel 2016, la politica di oltreoceano si è trovata impegnata nella campagna per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti e, in entrambi i casi, il Cremlino ha deciso per un massiccio impegno militare che garantisse una rapida possibilità di successo. E’ forse possibile ipotizzare, quindi, uno schema nell’azione di Mosca tesa a concentrare il proprio impegno militare in una fase in cui la politica statunitense è inevitabilmente condizionata da una importante tornata elettorale.

Al contempo, tutti i punti di attrito tra Washington e Mosca, dalla Georgia alla Siria, passando per l’Ucraina, rappresentano altrettanti elementi del complessivo scontro geopolitico tra i due paesi. Ma se per gli USA tali crisi vanno analizzate nella loro specificità, per la Russia sono strettamente connesse. Per il Cremlino, la Georgia, l’Ucraina e la Siria fanno parte di un arco geografico, funzionale alla sicurezza dei propri confini, che va dall’Europa orientale all’Asia centrale. In una tale visione, rinunciare anche ad uno solo di questi elementi rischierebbe di compromettere la capacità di garantire la propria sicurezza esterna. Questo è stato anche il dilemma della struttura militare russa nel dopoguerra fredda, la quale, conscia dell’inferiorità dei propri mezzi convenzionali, ha affidato il concetto di deterrenza a ciò che rimaneva dell’arsenale nucleare sovietico. Tale approccio si è rilevato limitante, soprattutto nei confronti delle cosiddette rivoluzioni colorate che hanno avuto alterni successi in Europa orientale, minando tuttavia, l’area di influenza russa nello spazio ex sovietico. Di fronte a questo scenario, il concetto di deterrenza si allarga e comprende anche aspetti non militari, come la cyber warfare, di cui la Russia è stata apertamente accusata degli USA per gli attacchi subiti durante la campagna elettorale, o che non prevedono un impegno diretto da parte di un attore internazionale, come avvenuto in Ucraina.

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