Le “quote rosa” della Difesa: il complesso ruolo delle donne nelle Forze armate

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di Roberta Lunghi

Nel 1997, il regista Ridley Scott nel suo film «Soldato Jane» fece indossare la mimetica degli incursori americani a Demi Moore. Le gesta dell’attrice potrebbero essere emulate a breve da Kristen Griest e Shaye Haver, le prime donne nella storia a diplomarsi all’Army’s Ranger School, la miglior scuola d’addestramento dell’esercito americano.

Il binomio donne e forze armate suona come un ossimoro: l’esercito, la prestanza fisica e le armi sono caratteristiche tipicamente maschili, in base alle quali l’uomo si differenzia dalla donna. Per lungo tempo le donne non hanno potuto far parte né dell’esercito né della vita pubblica, la loro esistenza era racchiusa all’interno delle mura domestiche. L’immagine di una donna combattente, però, è sempre stata contemplata dalla tradizione popolare: già ai tempi delle leggendarie Amazzoni, il primo corpo di donne armate di cui si abbia conoscenza, e della Pulzella d’Orléans che guidò l’armata francese alla vittoria. L’esercito deve trasmettere un’immagine di stabilità interna, ma anche di forza, valore ed efficienza; dunque, la difesa dello Stato è stata affidata unicamente agli uomini. Il ruolo delle donne in un conflitto è quello di vittime, piuttosto che di soldati, e il loro contributo è quello di offrire i propri figli all’esercito. Mai si è pensato che l’animo femminile potesse incarnare i valori conservatori e tradizionali delle milizie. Quelle che hanno combattuto nel passato, senza legittimazione statale, erano perlopiù partigiane, terroriste o rivoluzionarie.

I primi ad aver attuato una riforma incisiva nel proprio modello di difesa sono stati gli Stati Uniti, dove la comparsa delle donne nelle Forze armate risale alla prima Guerra Mondiale. L’evoluzione del ruolo delle volontarie all’interno dell’esercito ha visto prima le donne arruolarsi per svolgere attività sussidiarie in qualità d’infermiere, di supporto logistico e d’impiegate amministrative. In seguito, si è sentita l’esigenza d’istituire un Corpo femminile con compiti simili a quelli svolti dai colleghi uomini ad eccezione della possibilità di combattere. Infine, la fusione dei reparti ha creato un unico esercito composto da uomini e donne.

Dal punto di vista della struttura militare, uno dei migliori modelli è sicuramente quello israeliano, non solo per l’efficienza dei suoi reparti ma anche per il rapporto uomo-donna al suo interno. Il sesso femminile nell’esercito israeliano è perfettamente speculare a quello maschile, non esistono test di reclutamento diversi e nemmeno valutazioni privilegiate. Le donne che intraprendono questo mestiere sono consapevoli dell’impegno che devono dimostrare prima dell’arruolamento e durante il servizio.

Per quanto riguarda l’Italia, il percorso è stato molto lento. Nel secolo scorso, a partire dal 1919, le cittadine italiane sono state ammesse a tutte le professioni con l’esclusione, però, della difesa militare dello Stato. Si riteneva il sesso femminile non qualificato a grandi responsabilità e si preferiva mantenerle in ruoli non rilevanti; un’esclusione che rappresentava una società impreparata al cambiamento.  Il primo evento che ha portato alla riforma delle Forze armate è stato lo scoppio della guerra del Golfo, durante la quale i mass media misero in risalto la figura della donna soldato che non poteva ancora combattere, ma che comunque partecipava attivamente nel conflitto. Nell’ottobre del 1992, fu lanciato un esperimento dall’Esercito nella caserma dei Lancieri di Montebello, dove fu consentito a ventinove ragazze di svolgere per 36 ore le normali attività di addestramento. I sondaggi d’opinione rivelarono un forte sostegno alle donne soldato, specie tra i giovani, e alcune ragazze fondarono l’Associazione Nazionale Aspiranti Donne Soldato (ANADOS) che ha dato un grande contributo all’ingresso femminile nell’esercito. Bisognerà aspettare sette anni affinché il disegno di legge presentato dall’onorevole Spini venisse approvato, a larghissima maggioranza, il 29 settembre 1999. La legge n. 380 del 20 ottobre 1999 ha delegato il Governo a predisporre uno o più decreti per disciplinare l’istituzione del servizio militare volontario femminile, divenuto realtà con i primi arruolamenti nell’anno duemila. L’Italia è stata l’ultima tra le nazioni aderenti alla NATO a consentire l’arruolamento femminile; un’opportunità che ha soddisfatto l’esigenza di confronto del mondo lavorativo militare con quello civile, in un’ottica di pari opportunità di genere, consentendo inoltre di poter compensare parzialmente le perdite di personale connesse con la sospensione della leva.  L’abbandono del modello del servizio militare obbligatorio ha permesso alle donne di avere il loro spazio anche nella difesa dello Stato, ma la piena integrazione è ancora molto lontana, in quanto le donne non possono andare a combattere in prima linea. L’equiparazione dei diritti e dei doveri tra uomini e donne rimane ancora oggi una facciata e una realtà incompleta. Le donne soldato, purtroppo, sono ancora spesso vittime di infondati pregiudizi da parte degli uomini; alcuni sostengono che la donna sia fisicamente inferiore all’uomo, che non sia portata per fare il soldato, che l’uomo non può prendere ordini da una donna e che l’esercito è stato fin dai tempi antichi un’esclusiva maschile.

 Il primo caso di discriminazione si trova nei test d’ammissione. Per gli istituti di formazione, sia nell’Accademia sia nelle scuole militari, le donne italiane hanno diritto a uno sconto sulle prove fisiche. Negli altri Paesi, sia NATO che non, questa disparità di trattamento e questa attenzione verso il genere femminile non esistono e le donne soldato sono trattate in modo e misura uguale agli uomini. Volontarie o professioniste possono partecipare ai concorsi per il reclutamento di ufficiali e sottufficiali in servizio permanente e di militari di truppa in servizio volontario nell’Esercito, nella Marina, nell’Aeronautica e nella Guardia di finanza. Ai concorsi possono presentarsi tutte le cittadine italiane, ma in base al tipo di concorso variano poi i requisiti e l’età massima. Il Decreto del 27 maggio 2005 ha stabilito, inoltre, l’abolizione delle aliquote negli arruolamenti delle donne nelle Forze Armate e nell’Arma dei Carabinieri.

Alla fine del 2014 risultavano in servizio nelle Forze Armate italiane e nell’Arma dei Carabinieri 11.189 donne tra ufficiali, sottufficiali e militari di truppe mentre nel corso dello stesso anno sono state reclutate 2.586 donne su 19.362 unità immesse, il 13% circa dei posti messi a concorso. Uno dei ruoli principali svolto dalle donne soldato nelle operazioni militari riguarda una serie di attività necessarie ad avvicinare le donne nei territori stranieri, soprattutto nei Paesi islamici, come i controlli e le perquisizioni corporali nei check-point o l’assistenza medica in teatri come l’Afghanistan e l’Iraq, nel rispetto della loro cultura e religione. Le loro attività sono fondamentali per far percepire in modo più positivo la presenza militare straniera dalle popolazioni autoctone. Tale presenza di personale militare di entrambi i generi ha richiesto un cambiamento di approccio nella gestione delle risorse umane, sia per quanto riguarda la vita all’interno dell’organizzazione sia per l’aspetto legato all’impiego congiunto durante i loro compiti istituzionali. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione n. 1325 del 2000 a proposito di “Donne, Pace e Sicurezza” ha segnato un punto di svolta; per la prima volta viene menzionato esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne e il contributo delle stesse nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. E’ così stato introdotto il concetto di prospettiva di genere inteso quale capacità di affrontare ed esaminare ogni situazione dal punto di vista sia degli uomini che delle donne, in modo tale da identificare ogni differenza nei bisogni e nelle priorità, come pure nel tipo di contributo che ciascuno di essi può dare. L’argomento più efficace chiamato in causa per sollecitare la sensibilità degli interlocutori è la ricaduta positiva, in termini d’incremento della sicurezza e della forza dei contingenti impegnati in operazioni, derivante dalla sua adozione. E’ quanto si è verificato ad esempio ad Herat, in Afghanistan, nella zona di controllo dell’esercito italiano, dove la tenente degli Alpini Silvia Guberti ha scelto di mettere il velo per facilitare il suo lavoro a contatto con le donne del luogo.

La questione della presenza femminile nei pubblici uffici, nelle Forze dell’Ordine, nelle Forze Armate ed anche in operazioni di peace keeping non attiene semplicemente alla sfera della “political correctness” e delle cosiddette pari opportunità. Si tratta di una questione di valorizzazione delle naturali differenze e dell’impiego ottimale delle potenzialità di ciascun operatore: genere, etnia e cultura devono rappresentare una ricchezza e non un ostacolo per il processo di pacificazione e stabilizzazione. Anche in campo strategico si sono registrati gli stessi trend; la NATO, ad esempio, ha affermato l’importanza del ruolo femminile sia nella risoluzione delle controversie attraverso misure diplomatiche o implicanti l’uso della forza, sia nel potenziamento della cooperazione tra organizzazioni regionali, internazionali e sovranazionali quali l’ONU, l’Unione Europea, l’Unione Africana e altre. Le difficoltà, sorte dalla progressiva espansione del ruolo delle donne nell’esercito e dalla loro crescente presenza in un territorio prevalentemente maschile, hanno causato numerosi problemi di convivenza tra i due sessi. Tra i più gravi si può collocare il fenomeno delle molestie sessuali, in costante aumento sia nella società civile che in quella militare. Un altro problema che è stato, ed è tuttora, al centro di numerose discussioni, è il dibattito sulla possibilità o meno di destinare il personale femminile a ruoli di combattimento. Le motivazioni sono legate alla divisione dei ruoli e alla concezione della donna come essere fragile e debole, un’immagine che non trova più riscontro nella realtà e che contribuisce a rallentare il processo d’integrazione della donna nell’esercito. Le ultime tendenze in materia di difesa vedono la donna impegnata nelle missioni di mantenimento e rafforzamento della pace. Quest’ultimo tabù è stato fatto cadere dagli Stati Uniti all’inizio di quest’anno, con l’abolizione del vincolo che vietava ai militari di sesso femminile di essere impiegate nelle zone di combattimento più avanzato o in missioni delle forze speciali. Una decisione che ha avuto reazioni anche negative da chi come il colonnello inglese Richard Kemp, ex comandante delle truppe britanniche in Afghanistan, reputa le donne una faglia del sistema militare che va ad indebolire lo spirito della missione, ovvero l’istinto killer.

Se da una parte possiamo parlare di una parità raggiunta in molti Paesi, tra i quali quelli dell’Unione europea, dall’altra non è stata raggiunta un’effettiva parità in una realtà in cui le “quote rosa” sono ancora utilizzate come strumento politico, a volte demagogico, anziché di sviluppo. Parità dovrebbe significare integrazione e valorizzazione delle differenze, non livellamento ed imposizione di un’uguaglianza non universalmente accettata.

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