L’invisibilità della migrazione femminile

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di Roberta Lunghi

Le donne immigrate sono state prevalentemente considerate madri o mogli, raramente come soggetti autonomi dotati di progetti e di percorsi. Il fenomeno migratorio è stato a lungo definito un processo maschile ed è ancora percepito in questo senso dall’odierna logica populista. Negli ultimi anni, invece, la donna è diventata un’attrice primaria di questo fenomeno, permettendo oggi di parlare di “femminilizzazione” dei flussi migratori.

I primi studi sulla migrazione femminile, sviluppatisi negli Stati Uniti nel XX secolo, hanno fornito un’immagine di donna migrante come passiva, arretrata e sottomessa alla tradizione; in Europa, invece, le ricerche sulle migrazioni non hanno preso in considerazione il fenomeno quale uno dei fattori caratterizzanti la nuova realtà fino agli anni più recenti. Gli Stati europei hanno a lungo rifiutato di definirsi paesi d’immigrazione perché reputavano la migrazione un fenomeno temporaneo, volto all’assimilazione o al rientro nel paese d’origine. L’immagine stereotipata della donna immigrata era quella di una portatrice di tradizioni arretrate tipiche dei paesi sottosviluppati, dalle quali poteva emanciparsi solo nella società occidentale. In seguito si cominciò a tracciare un nuovo profilo, quello cioè di una donna che non è più una vittima passiva, bensì un’attrice sociale con ruoli e funzioni importanti.

I primi spostamenti internazionali di lungo periodo delle donne, principalmente africane e asiatiche, cominciarono a verificarsi proprio a partire dagli anni Settanta. Si trattava di flussi autonomi da quelli maschili, volti alla ricerca di una più forte identità sociale e occupazionale, nella maggior parte dei casi il fine primario era il mantenimento economico della propria famiglia rimasta in patria. Erano quattro i principali flussi migratori al femminile: il primo proveniva dall’Asia sud-orientale (Bangladesh, Indonesia, Filippine e Sri Lanka) ed era diretto verso il Medio o l’Estremo Oriente (Bahrein, Oman, Kuwait, Arabia Saudita, Hong Kong, Malaysia, Singapore). Il secondo riguardava le donne dell’ex blocco sovietico che partivano per l’Europa occidentale, soprattutto i paesi scandinavi, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo e l’Inghilterra. Il terzo flusso aveva origine nell’America centrale e meridionale verso gli Stati Uniti. L’ultimo era quello costituito dalle donne di origine africana che raggiungevano i paesi europei; ad esempio, tra le immigrate in Francia molte provenivano dalle ex colonie come il Marocco, la Tunisia e l’Algeria e così accadeva in Italia con le etiopi e le eritree. Altri importanti movimenti migratori femminili, non documentati in queste traiettorie principali, provenivano dall’America Latina e confluivano in Europa per motivi lavorativi, soprattutto domestiche dalla Repubblica Dominicana e dal Perù, dalle Filippine e dallo Sri Lanka con destinazione i paesi dell’Europa mediterranea (Italia, Grecia e Spagna). Tra le cause determinanti di questi movimenti migratori figurano i mutamenti del mercato del lavoro e dei sistemi di produzione dei paesi di destinazione che hanno contribuito ad un incremento della domanda di lavoro femminile nel settore del terziario, in particolare nei servizi assistenziali alle persone e alle famiglie. Altre motivazioni delle migrazioni femminili vedono le donne in condizioni di particolare vulnerabilità ed esclusione sociale poiché sono spesso vittime del traffico e dello sfruttamento sessuale. Le dimensioni assunte da questi fenomeni rimangono incomplete a causa delle difficoltà nell’ottenerne le stime ufficiali, soprattutto per la dispersione territoriale della prostituzione, dell’elevata mobilità geografica delle donne e del loro status di clandestine. Bambinaie, badanti per malati, disabili e anziani, lavoratrici domestiche, prostitute: le donne migranti si sonno spesso surrogate alle autoctone in ruoli sempre più rifiutati da quest’ultime. L’emigrazione femminile dal Terzo Mondo verso l’Occidente potrebbe essere quindi interpretata come un’ennesima faccia della globalizzazione.

Secondo i dati del Dipartimento dell’Onu per gli Affari economici e sociali (UnDesa), il numero dei migranti internazionali è cresciuto negli ultimi anni: mentre nel 2000 erano 173 milioni, nel 2015 sono 243,7 milioni le persone nel mondo che vivono in un paese diverso da quello d’origine, di cui la componente femminile è del 48,2%. Questo dato permette di porre l’accento su uno dei caratteri delle migrazioni del nuovo millennio, quello del ruolo paritario dei generi nei flussi internazionali. Per quanto riguarda l’Europa, UNHCR ha dichiarato che dall’inizio del 2016, sono arrivate via mare sulle coste europee circa 323mila persone, di queste il 18% sono donne e il 28% bambini.
Delle oltre 360 persone che sono morte nel Mediterraneo nel gennaio 2016, un terzo erano donne e bambini, ha ricordato Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa. Le donne che viaggiano da sole o con i bambini, le donne in gravidanza e in allattamento, le adolescenti e le donne anziane sono particolarmente a rischio e hanno bisogno di una risposta coordinata e di un’efficace protezione. Per quanto riguarda gli sbarchi in Italia, fino ad agosto sono stati rilevati circa 115mila arrivi, di cui gli uomini rappresentano la maggioranza, il 70%, mentre le donne il 13,7%. I flussi migratori femminili provengono principalmente dalla Nigeria, dalla Somalia, dal Camerun, dall’Etiopia, dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Eritrea e dall’Iraq. Nel caso specifico dell’Italia, secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2015 risiedono 60 milioni 795 mila abitanti, di cui circa 5 milioni di cittadinanza straniera (8,2%); quasi 4 milioni di permessi di soggiorno sono in corso di validità, di cui il 48,9% riguarda le donne. Distinguendo i permessi nella loro totalità per aree di origine, si nota che la quota maggiore riguarda i paesi dell’Europa centro-orientale (30%), seguiti dall’Africa settentrionale (20,7%), l’Asia centromeridionale (13,9%) e l’Asia orientale (13,4%). Considerando poi le nazionalità più numerose, prevalgono il Marocco, l’Albania, la Cina e l’Ucraina. Prevale la motivazione lavorativa (52,5%) tra gli immigrati maschili e quella familiare (34,1%) tra le donne, mentre il terzo motivo è quello legato alla richiesta di asilo (7,0%).

Durante gli anni di crescita del flusso migratorio nei paesi europei, le migranti sono state associate al fenomeno del ricongiungimento familiare e sono state relegate alla sfera privata. Madri di famiglie spesso numerose, le donne si uniscono alla migrazione maschile poco qualificata qualche anno dopo, spesso in condizioni molto difficoltose e con un accesso limitato ai diritti a causa del loro scarso livello di conoscenza della lingua dei paesi d’arrivo, della loro limitata scolarizzazione e del loro ambiente d’origine, spesso rurale. In seguito, si sono configurate varie categorie di donne migranti: mogli motivate dalla riunificazione familiare dopo l’ottenimento dello status di rifugiato da parte del coniuge, fuggitive dai paesi in crisi o migranti arrivate da sole per scappare da regimi o società discriminatorie in quanto donne o nubili.

Le donne risultano essere particolarmente vulnerabili sia durante il viaggio, in quanto possono subire violenze sessuali da parte di scafisti e trafficanti, sia una volta arrivate nel paese di destinazione dove vivono in uno stato di irregolarità, sfruttamento lavorativo e prostituzione, a volte per ripagare il costo del viaggio da clandestine. Tra coloro in possesso di un titolo di studio, numerose sono le migranti che subiscono una doppia discriminazione: in quanto straniere non vedono riconosciuto il loro titolo di studio, in quanto donne sono relegate a svolgere lavori considerati tipicamente “femminili”. Molte vivono in forte isolamento a causa del lavoro domestico, confinate all’interno delle abitazioni dei loro datori di lavoro e sono scarsamente informate sui loro diritti. L’irregolarità del loro status aggrava ulteriormente la situazione, perciò solo le donne in possesso di un titolo di studio più elevato e maggiormente integrate possono aspirare a regolarizzare la propria posizione e a svolgere un lavoro che corrisponda alle proprie qualifiche. Le migranti irregolari, con o senza titolo di studio, si troveranno a essere fortemente emarginate.

La violenza sessuale e di genere è una violazione dei diritti umani. L’UNHCR e gli Stati condividono la responsabilità di garantire protezione ai rifugiati e alle altre persone costrette a lasciare le loro aree d’origine. Pertanto la prevenzione e la risposta alla violenza sessuale e di genere nei confronti dei rifugiati fanno parte della strategia complessiva di protezione dei rifugiati. A metterlo nero su bianco è la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, siglata a Istanbul nel 2011. La Convenzione, composta da 81 articoli, rappresenta il primo strumento internazionale in grado di vincolare giuridicamente gli Stati alla tutela dei diritti delle donne; l’obiettivo principale è «proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica». Riguardo alle migranti, la Convenzione definisce la violenza contro le donne basata sul genere una forma di persecuzione e di grave pregiudizio dal quale la vittima deve essere protetta. La richiesta d’asilo e lo status di rifugiato vanno quindi analizzati attraverso un’interpretazione sensibile alle questioni di genere. Sempre l’UNHCR ha elencato i rischi ai quali le donne migranti possono incombere nelle varie tappe del percorso. Prima della fuga, le donne rischiano abusi da parte di persone in posizione di potere, il baratto sessuale, l’aggressione, lo stupro, il sequestro da parte delle forze armate o lo stupro di massa e le gravidanze forzate. Durante la fuga possono subire ulteriori aggressioni sessuali da parte di banditi, guardie di frontiera, pirati o possono essere catturate a scopo di tratta da parte di trafficanti e commercianti di schiavi. Una volta raggiunto il paese d’asilo, le donne possono incombere in forme di coercizione, di estorsione, violenze domestiche e aggressioni sessuali in strutture di transito. Sono elevati i rischi di sottoporsi alla prostituzione forzata e allo sfruttamento sessuale per l’ottenimento dello status legale o per l’accesso all’assistenza. Durante il rimpatrio o durante la reintegrazione le donne possono essere vittime di abusi come forma di punizione, di estorsione sessuale finalizzata a regolarizzare lo status giuridico, di esclusione, di ostacolo nell’accesso alle risorse, al diritto alla documentazione individuale e al diritto di recuperare/possedere proprietà.

Non esistono ancora statistiche ufficiali e attendibili che registrano il numero degli abusi e delle molestie sessuali che le donne sono costrette a subire durante il tragitto. La brutalità della guerra, lo sfruttamento degli scafisti e le insidie del mare, l’accoglienza incerta e un futuro in un continente straniero altrettanto incerto sono solo alcuni dei rischi affrontati dalle migliaia di migranti che continuano a farsi strada verso l’Europa. Ogni tappa del percorso è pericolosa, ma i pericoli sono maggiori se a percorrerlo è una donna. Le donne hanno meno possibilità di ottenere l’asilo, le loro domande sono spesso ritenute poco credibili, mentre spesso gli uomini hanno più facilità a dimostrare la propria persecuzione. Le donne dovrebbero essere intervistate per la loro richiesta d’asilo separatamente dai membri della famiglia per parlare più liberamente, i centri di accoglienza dovrebbero prevedere forme di protezione e di prevenzione da abusi e violenze all’interno delle strutture, soprattutto nei centri sovraffollati e in quelli dove mancano i servizi igienici separati tra uomini e donne.

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