L’ondata di protesta anti-Trump

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Di Daniel S. Speratti

Il giorno successivo alle elezioni americane dell’8 novembre 2016, migliaia di persone sono scese per le strade delle più grandi città nordamericane per manifestare il loro rifiuto verso i risultati delle urne che hanno eletto Donald J. Trump come il 45º Presidente degli Stati Uniti d’America.

 Immigrati, donne e bambini, persino imprenditori e membri della comunità LGBT si sono uniti a questo raduno popolare con un obiettivo in comune: protestare contro l’esito elettorale. I manifestanti newyorchesi, molti dei quali simpatizzanti di Bernie Sanders, ex rappresentante del partito Democratico nella corsa alla Casa Bianca, si sono radunati in punti simbolici della metropoli come in Columbus Circle, alle porte di Central Park che si affacciano verso i grattacieli Trump International e in Union Square, luogo in cui ha avuto inizio la marcia verso la Trump Tower, quartier generale del neo eletto Presidente nonchè centro del suo “impero”.
“Faremo vedere al mondo come funziona il voto popolare. La maggior parte della popolazione degli USA non ha votato per lui, Hillary ha avuto più voti. Bisogna cambiare il sistema, Trump non può essere il nostro Presidente. Non è legittimo”, ha assicurato uno dei manifestanti.

 Le proteste sono state replicate a Washington (D.C.), Chicago (Illinois), Philadelphia (Pennsylvania) e Los Angeles, dove i manifestanti sono riusciti a far collassare un’autostrada e la polizia si è vista obbligata a intervenire chiudendo così diverse strade per cercare di dirigere la massa. Nello stesso modo, città come Atlanta (Georgia), Boston (Massachusetts), San Francisco e San Diego, in cui Hillary Clinton ha vinto con un ampio margine di consenso elettorale, sono state scenari di proteste.

 A Portland (Oregon), più di 2000 persone si sono riunite intonando cori di protesta:  “No KKK (ku klux klan) e Trump is not my President!” Anche Austin, capitale del Texas, è stato teatro di tensioni, dove approssimativamente 400 persone hanno manifestato il 9 novembre per le strade della città. I manifestanti, nella maggioranza studenti dell’Università di Texas in Austin (UTA), hanno camminato per la capitale texana dal campus universitario fino al Capitolio Statale.

 Quasi tutte le proteste sono state realizzate in modo pacifico, ma a Okland (California) un gruppo di attivisti ha creato una barricata di spazzatura e pneumatici ai quali hanno dato fuoco, provocando così un forte scontro con la polizia locale. Sui cartelli di protesta si potevano leggere frasi d’accusa e di critica al programma politico di Trump come “l’America è diventata grande grazie agli immigrati” o “Trump è razzista”, ma secondo il neo Presidente, i manifestanti sono incitati dai media.  Invece, in alcune città, sono stati creati dei “muri dell’empatia” come simbolo di sostegno morale ai più vulnerabili, così com’è stato a New York dopo l’attentato dell’11 settembre 2001.  “Se sei musulmano, donna, omosessuale, persona di colore, latinoamericano, transessuale o immigrato: io sono con te”, proclamavano alcuni manifestanti Californiani dietro gli striscioni.

 Anche alcuni personaggi famosi del mondo dello spettacolo e del cinema hanno reagito all’inatteso risultato delle elezioni americane. Tra le star che hanno espresso il proprio parere, ricordiamo Madonna che ha twittato: “Non ci arrenderemo mai, non cederemo mai America”; Lady Gaga, la quale è stata impegnata in una clamorosa protesta di fronte alla Trump Tower di New York con un cartello in mano che diceva “Love trumps hate” (l’amore batte l’odio) e il cineasta Michael Moore, il quale è riuscito a salire fino al quarto piano della Trump Tower prima di essere fermato dai servizi segreti e chi ha assicurato che “il Collegio Elettorale dovrebbe essere eliminato perché è ironico che dopo 240 anni di lotta contro i padroni di schiavi, gli USA abbiano un Presidente razzista, non eletto dalla maggioranza del voto popolare”.

 L’ondata di frustrazione per la vittoria di Trump è riuscita a superare i confini degli USA. Infatti, il giorno 12 novembre 2016 furono realizzate a Berlino tre grandi manifestazioni anti-Trump, le quali hanno avuto luogo davanti all’ambasciata degli USA della capitale tedesca, nel quartiere arabo di Neukoelln e alla Porta di Brandeburgo, simbolo della città e della caduta del Muro di Berlino. Secondo i dati espressi dalla polizia locale, i manifestanti sono stati più di 500. “Abbiamo bisogno di costruire un movimento pacifico per dimostrare al mondo che non tollereremo una politica di odio, disuguaglianza e razzismo. Un nuovo muro di Berlino non può essere eretto”, ha dichiarato un manifestante ai giornalisti. Allo stesso modo, centinaia di attivisti Parigini, il giorno 19 novembre, hanno manifestato contro il nuovo Presidente USA denunciando le sue “politiche di odio e di xenofobia” e sfoggiando frasi come “le Fascisme arrive” (“il Fascismo sta arrivando”), “pas de haine” (“nessun odio”)

 A due settimane dalla vittoria di Trump, l’America è ancora sotto lo sguardo del mondo, ma bisogna ricordare che l’animo del popolo non può essere placato facilmente. Nei prossimi mesi gli USA daranno ancora molto di cui parlare.

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