Il nodo ucraino del dopo Euromaidan tra Unione Europea e Federazione Russa: intervista ad Andrea Castagna

Ucraina

Sebbene sia lo scenario siriano e la riconquista di Mosul in Iraq a dividere il mainstream politico in un clima di nuova Guerra Fredda, quello dell’Europa orientale sembra fornire sempre nuovi scenari geopolitici interessanti per la comunità internazionale, Italia compresa. Se la vicenda dei 140 soldati italiani inviati in Lettonia ha destato uno scalpore molto più mediatico che seriamente politico nelle sue possibilità di incrinare i già tesi rapporti tra Occidente e Federazione Russa, l’uccisione di Arseny Pavlov, detto “Motorola”, comandante filorusso del Donbass, potrebbe acuire nuovamente le tensioni tra il governo centrale di Kiev e le autoproclamate repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

Geopolitical Review ha intervistato Andrea Castagna, classe 1992, studente in “Russian, Central and Eastern European Studies” presso l’Università di Glasgow (Scozia) e attualmente ricercatore all’Università Jagellonica a Cracovia (Polonia). È tra l’altro reporter specializzato nel raccontare l’Europa Orientale e attualmente co-autore del documentario “Ukrainian Youth – Being 20 in Ukraine” che racconterà la vita dei ragazzi ucraini di varie zone del Paese, compreso il Donbass, a due anni dallo scoppio della guerra e dagli eventi di Maidan.

Redazione – L’attuale panorama internazionale coinvolge Federazione Russa e blocco NATO. È possibile dover giustificare ancora una volta giustificare uno dei due blocchi contrapposti? Vi sono seri rischi per la sicurezza europea, e soprattutto italiana, qualora venisse meno un tale approccio da Guerra Fredda in ottica internazionale?

Andrea CastagnaIo non credo che oggi esista ancora il concetto di blocchi poiché il nostro mondo attuale è molto più complesso di quello pre-1991. Ci sono più stati sovrani, più attori politici e più organizzazioni come l’Unione Europea che rendono il panorama internazionale altamente variegato. I rischi per la sicurezza europea certamente esistono ma vanno approfonditi nel loro contesto attuale. La Russia, con l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass, ha infranto una convenzione fra Stati che, in Europa, durava dal 1945. E cioè che i confini fra le nazioni sono e devono rimanere inviolabili. Neppure l’Unione Sovietica si era mai spinta a tanto. Per questo l’approccio “classico” da Guerra Fredda non riesce né a spiegare cosa sta succedendo né a capire se l’Italia stia rischiando qualcosa a livello di sicurezza.

– Qual è, quindi, la migliore strategia di cooperazione – quantomeno diplomatica – con la Federazione Russa?

ACIl vero problema è che Putin non è più un attore con cui le democrazie europee vogliono dialogare, Italia compresa. Questo perché da un punto di vista sia di consuetudini sia di diritto internazionale l’annessione in Crimea ha creato un precedente impensabile soltanto tre anni fa. Tuttavia, a differenza dei paesi Baltici e dell’Europa Centrale, l’Italia ha sempre avuto una posizione privilegiata con Mosca dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Perciò il nostro paese potrebbe farsi promotore di progetti di cooperazione fra la società russa e l’Unione Europea, cercando, dove possibile, di limare le posizioni troppo radicali verso la Russia come nazione. Mi riferisco, per esempio, alle retorica recentemente assunta dal governo polacco. L’Unione Europea e gli Stati Uniti non devono e non possono infatti dimenticare che la Russia non è solo Putin. Anche se capisco che in tempo di personalismo propagandista e guerra ibrida tutto ciò non sia semplice.

R – Se da una parte appare non corretto affermare che un “accerchiamento Nato” sia avvenuto negli ultimi anni, dall’altra la Russia è rimasta sempre un pivot importante nello scacchiere europeo, e non solo. Coinvolto in vari scenari di guerra, dall’Ucraina alla Siria, è possibile affermare che l’Occidente abbia sbagliato approccio nel relazionarsi politicamente con Mosca? Non Le sembra desueto parlare ancora di “inviolabilità dei confini” di fronte a progetti di cooperazione energetica e di risoluzione degli scenari caldi proprio la Russia che superano il concetto di “confine” e degli stati-nazione?

ACIn realtà io non penso che si possa parlare più neppure di Occidente al giorno d’oggi. Perché, come ho già detto, ciò sarebbe una semplificazione eccessiva. Molti paesi, nel corso degli anni, hanno sviluppato buoni rapporti con la Russia e il Cremlino, e tra questi penso all’Italia ma anche alla Francia e gli Stati Uniti prima della seconda presidenza Obama. Altri, invece, hanno sempre mantenuto un atteggiamento sospettoso, complice certamente l’eredità della Guerra Fredda. L’allargamento ad Est della NATO non è però stato un processo unidirezionale di espansione. Dal 1991 in poi, quasi tutti gli ex paesi del blocco comunista hanno deciso e spinto liberamente per integrarsi all’interno delle strutture della NATO prima e dell’Unione Europea poi. L’idea che esistesse un piano dell’”Occidente” per sottrarre una zona d’influenza alla Russia non tiene assolutamente conto delle singole volontà delle nazioni indipendenti. Del resto, anche la Russia stessa, durante il primo mandato di Putin, è stata molto vicina ad entrare nella NATO e, fino al 2014, Russia e Nato cooperavano pacificamente e conducevano esercitazioni congiunte. Ma, chiaramente, l’invasione e l’annessione della Crimea ha cambiato tutto. Quindi credo che l’errore dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sia stato quello di non vedere che la dialettica e l’atteggiamento di Putin stessero evolvendo negli ultimi anni. E che, quindi, nessun canale di dialogo sia stato implementato in tempo per prevenire la crisi dell’Ucraina.

Non credo assolutamente che la questione dell’inviolabilità dei confini e degli stati nazione sia superata. Anzi, la maggior parte dei problemi per la sicurezza globale derivano dal fatto che l’inviolabilità dei confini non sia rispettata o che entità non statali (o non riconosciute come tali) si comportino come stati nazione. Basti pensare allo Stato Islamico, al conflitto nell’est Ucraina o alla disputa del Nagorno-Karabakh. Sono tutte situazioni che dimostrano che inviolabilità dei confini e potere statale sono prerequisiti necessari per mantenere la pace in una data area. E proprio per questo i progetti di cooperazione energetica la Russia gli conclude soltanto con altri stati nazione. Non certo con la Repubblica Popolare di Donetsk o la Transnistria.

R – Il problema della dissoluzione del blocco sovietico condusse una sanguinosa serie di diatribe legate ai nuovi confini nazionali, dal Sud del Caucaso fino ai Baltici, passando per il Nord del Kazakistan e i Paesi turcofoni della vecchia Unione Sovietica. Nella maggior parte dei casi, la problematica delle minoranze è divenuta una strategia vincente per Mosca, proprio come nelle tre Repubbliche Baltiche, per riaffermare la propria “vicinanza”. Speculativamente, però, altre questioni – come il Nagorno-Karabakh, i pro-russi della Transnistria in Moldavia, e adesso nel Donbass in Ucraina – rimangono degli scenari in cui la realpolitik russa non appare essere l’esclusiva chiave di lettura.

ACChe il collasso dell’Unione Sovietica abbia lasciato delle persone dalla parte “sbagliata” del confine non lo scopriamo certo oggi. E che il fatto che Mosca abbia da anni usato la politica dei compatrioti dimenticati per influenzare le ex-repubbliche sovietiche è un segreto di Pulcinella. Ma è anche vero che l’Europa ha sbagliato a non cercare la via del dialogo con Mosca tramite i cittadini russi dell’UE. E non mi riferisco soltanto all’Estonia e alla Lettonia, ma anche alle migliaia di immigrati russi che vivono, studiano e lavorano all’interno dei paesi membri.

R – Nello specifico, come vede il caso dell’Ucraina orientale? Ennesima aggressione da parte di Mosca e fine della discussione nel merito o, ancora una volta, volendo ragionare in modo analitico, i territori di Lugansk e Donetsk hanno sofferto di un problema di auto-identificazione culturale durante i processi di state-building dopo il crollo sovietico? È possibile parlare oggi di “spazi ibridi” in cerca di un auto-realizzazione etnico-culturale nell’ex orbita sovietica? Semplificando, lo scenario di crisi in Ucraina è solo da descrivere alla volontà di potenza della Russia e dalla pochezza politica lasciata dal Cremlino?

ACSe oggi ci troviamo in un clima bollente, è anche perché per anni in Europa e negli Stati Uniti abbiamo chiuso un occhio sui deficit di democrazia della Russia putiniana. Non bisogna poi dimenticare che a moltissimi attori Putin ha sempre fatto comodo. Come nei primi anni 2000 quando era considerato un alleato contro il terrorismo internazionale oppure quando permetteva all’Europa di accedere alle riserve di gas russo a prezzi molto vantaggiosi. E per questo abbiamo chiuso gli occhi su un sacco di cose, dall’assassinio di Anna Politkovskaja alle violazioni dei diritti umani, passando dagli eccidi in Cecenia e l’eliminazione totale di qualsiasi media indipendente.   

Per quanto riguarda l’Ucraina orientale credo che bisogni fare una premessa. Le persone che vivono oggi nel Donbas occupato non sono le stesse che ci vivevano prima dell’inizio del conflitto. Quasi un milione e mezzo di persone ha lasciato quel territorio e la maggior parte di loro vive da rifugiato in altre zone dell’Ucraina controllata da Kiev. A combattere oggi con i separatisti non ci sono solo i “rimasti”, ma anche soldati e cittadini russi, come lo stesso Motorola, e tantissimi mercenari stranieri. Quindi cercare di capire cosa è andato storto in Donbass oggi non è solo difficile ma anche impossibile. Di certo però gli oligarchi che nel corso degli anni hanno condotto i loro sporchi affari laggiù non hanno aiutato la popolazione locale né a sentirsi parte integrante dell’Ucraina né a disconoscere il passato sovietico. Mi riferisco, per esempio, a Rinat Akhmetov ma anche allo stesso Viktor Yanukhovich. E gli stessi oligarchi oggi rischiano seriamente di compromettere il percorso di democratizzazione dell’Ucraina, se l’Europa non alzerà la voce.

Va poi sottolineato che il conflitto in questione non nasce da problemi etnici o linguistici. Chi conosce l’Ucraina, sa che il russo è sempre stato parte dell’identità culturale di Kiev e che non è ma stato limitato in alcun modo dal governo, né prima né dopo EuroMaidan. In Ucraina la maggior parte dei media e dei giornali sono pubblicati in russo e le differenze etniche o linguistiche non hanno mai costituito problemi tali da scatenare una guerra. Dietro questo conflitto si nascondono interessi economici ma anche la volontà della Russia di volere destabilizzare un paese ab imis fundamentis.

R – Nel suo prossimo reportage sul ruolo della società giovanile in varie regioni del Paese dopo Euro-Maidan, così come delle sue esperienze in Bielorussia e nei Baltici, ha vissuto e raccontato importanti regione dello spazio post-Sovietico. Potrebbe descrivere ai suoi colleghi, studiosi o semplici interessati “occidentali”, il ruolo che la Russia ancor oggi detiene nelle giovani generazioni di questi Paesi? Dall’insegnamento scolastico alle prospettive future e lavorative, potrebbe la Russia, senza pregiudiziali legate al passato, divenire un partner strategico con l’Europa e l’Occidente? O saremo costretti, ancora una volta, a dover difendere noi, proprio come vuol fare la Russia, la popolazione europea di Ucraina, Moldavia, di Lettonia e così via, in virtù di valori democratici e liberali che – al momento – mancano in Russia?

ACÈ indubbio che la Russia sia ancora oggi una superpotenza culturale, linguistica e politica. Per questo ricopre e ricoprirà sempre un ruolo di primo piano per tutte quelle persone che nel mondo si identificano come russe. Ma bisogna prendere atto che oggi nessun tipo di collaborazione è più possibile. Del resto, anche la propaganda in Russia dipinge i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti come nemici. Ma sono convinto che isolare totalmente un Paese con un tale deficit di democrazia sia sbagliato e controproducente. Quindi cosa farei personalmente per “raffreddare” i rapporti con la Russia? In primis proverei ad implementare la cooperazione fra Russia ed Europa. Per esempio, facilitando la mobilità degli studenti russi, creando progetti di lavoro e integrazione con la società russa, favorendo così lo scambio di opinioni. Questo perché non bisogna sottovalutare il legame culturale che comunque esiste fra l’EU e la Russia. Perché la Russia, per fortuna, non è e non può essere una proprietà privata di Putin.

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