Come i Social Network hanno aiutato Trump

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di Vittorio Pecoraro

Secondo un sondaggio del Pew Research Center, la maggioranza degli adulti statunitensi, circa il 62% dei cittadini, si informa principalmente tramite i social media. Ciò significa che una buona fetta dell’elettorato americano si tiene informato prevalentemente grazie a strumenti come Facebook, Twitter e Tumblr.

Questo spiega perchè da Obama in poi, negli Stati Uniti le campagne elettorali si sono spostate dai discorsi in pubblico, ai post sui Social.  Non si tratta però di un semplice aspetto della rivoluzione digitale, l’uso di tali reti in politica ha una profonda rilevanza sociologica, che si sostanzia nel superamento dell’identificazione in soggetti collettivi, con la conseguente marginalizzazione dei corpi intermedi.

Questo spiega fenomeni come quello della “personalizzazione” della politica. Che si tratti di una dichiarazione su un evento o una particolare tematica oppure di una foto scattata all’alba nel cortile della Casa Bianca, non importa. Ciò che importa è che il politico, divenuto un volto e un corpo, non più una grigia ombra, dialoghi a tu per tu con il cittadino, anche egli non più un anonimo elettore, ma persona con nome, cognome e foto profilo. Con la personalizzazione e la disintermediazione si è giunti ad una semplificazione della politica, che si adatta così al linguaggio della quotidianità e ad una velocizzazione della discussione pubblica.

Il massiccio utilizzo delle piattaforme social come strumento di comunicazione e condivisione, le rende particolarmente attraenti per chi si occupa di analisi politica. Ad esempio, nel 2008 Christine Williams e Girish Gulati, della Bentley University, hanno esaminato le pagine personali di Facebook, rilevando che il numero di apprezzamenti manifestati può essere un valido indicatore di voto. Come per i sondaggi classici gli elementi principali per compiere una previsione sono un campione di dati e un modello. Da quel momento sono stati prodotti alcuni software (detti crawler), che percorrono la rete sociale collezionando le informazioni d’interesse. Il processo è reiterato fino al soddisfacimento di un criterio di arresto, generalmente il raggiungimento di un volume di dati che garantisce la rilevanza statistica desiderata. In seguito, come per la sondaggistica tradizionale, questi dati potranno confluire in opportuni modelli statistici essenziali per ottenere una stima rigorosa di un parametro, ad esempio, la previsione dell’esito di una tornata elettorale.

I social però, non sono nati in realtà per un uso politico, bensì per mettere persone che provengono dalla stessa città, hanno frequentato la stessa università o più semplicemente hanno degli interessi in comune, in constante collegamento fra di loro. Nella comunicazione politica, questa tendenza logaritmica  a ricercare persone che condividono fra loro qualcosa, porta a rifugiarsi in «echochambers» in cui altro non si fa che rimodellare e rinforzare l’opinione che le persone hanno già. Se un cittadino ha idee progressiste e si iscrive ad un social, il sito tenderà ad offrirgli un’offerta relazione e contenutistica più progressista possibile, disincentivando l’analisi critica delle proprie posizioni e convinzioni. Un continuo esercizio di auto-confermazione.

Il filosofo italiano e professore di filosofia ed etica dell’informazione dell’Università britannica di Oxford Luciano Floridi ritiene che sui social network sia andata effettivamente in questo modo: «Non solo viviamo in una bolla, ma all’interno della stessa ci guardiamo allo specchio e ci convinciamo che ciò che è importante per noi lo sia per tutti».

Ora però la bolla è esplosa. L’elezione di Donald Trump  è la dimostrazione dell’imperfezioni degli algoritmi. Facebook e Twitter non sono dei mezzi d’informazione affidabili e il loro utilizzo come tali porta ad una distorsione della propria visione di Mondo. Il grande problema poi è anche la disinformazione, con  il World Economic Forum   che la pone fra i maggiori rischi derivanti dallo sviluppo della tecnologia. Le piattaforme ora stanno cercando di correre ai ripari e Google ha attivato a metà ottobre la funzione fact check per spingere le notizie verificate e Mark Zuckerberg, oltre a essersi speso da tempo contro il materiale acchiappa-clic, si è arreso alla necessità di rivedere il News Feed.

Colui che ha capito a pieno questi meccanismi è stato Donald Trump.  Il Presidente Designato ha utilizzato i social media in modo scientifico per intercettare gli occhi dei potenziali elettori lì dove essi stavano prestando davvero attenzione. Ovvero sui social network, e in particolare sul cellulare.

Le frasi shock di Trump sono state diffuse da pillole avvelenate di 60 secondi su Instagram o su dirette facebook. Le testate giornalistiche tradizionali, nel tentativo di stigmatizzare queste uscite, offrivano pubblicità gratuita al già chiaro messaggio di Donald Trump, e nel frattempo i supporter di Hillary Clinton erano chiusi nei loro algoritmi social, convinti dell’universale disvalore dei messaggi politici del candidato repubblicano.

Certo, le ragioni della sconfitta della candidata democratica, sono più profonde e meriterebbero un’analisi politica più approfondita, ma visto la vittoria del candidato repubblicano non sul voto popolare, bensì sulla diffusione nazionale del suo messaggio politico è facilmente ipotizzabile che un gran merito del successo di Donald Trump, siano state le nuove tecniche di utilizzo dei Social Netrok. Social Network, che l’ironia della sorte ha voluto far nascere in stati come la California, tradizionalmente democratici, e che secondo molti dovevano nel lungo periodo avvantaggiare le posizioni più liberal, come sembrava essere accaduto il giorno decisione della corte suprema americana sul matrimonio egualitario.

 

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