Uso (e abuso) della tecnologia in guerra

DARPA

DARPA

di Valerio Moneta

Durante il corso della storia la creazione e lo sviluppo di tecnologie nel campo militare sono stati fattori decisivi per la risoluzione dei conflitti e delle guerre, cambiando di volta in volta sia le strategie che le stesse regole della guerra. Pionieri delle evoluzioni tecnologiche in materia sono senza dubbio gli Stati Uniti.

Nei diversi scenari di guerra dove le truppe statunitensi hanno svolto un ruolo preponderante, sia con militari a terra, sia con tecnologie a distanza, la supremazia scientifica a stelle e strisce ha contribuito largamente al successo finale delle missioni.

Le truppe impiegate sul campo devono, a questo scopo, avere un’importante preparazione relativa all’ambiente in cui andranno ad operare, comprese la location, l’ambiente naturale e le attività degli alleati e delle forze nemiche.

L’esercito statunitense sta infatti portando avanti dei progetti di sviluppo e impiego delle più moderne tecnologie per facilitarne l’uso sul campo, senza che esse siano di ostacolo fisico o psichico tra i soldati. L’obiettivo è quello di migliorare diverse aree tecniche chiave delle missioni.

L’agenzia DARPA (Defense Advanced Research Project Agency) è adibita allo sviluppo di progetti di tecnologie militari. Tra i diversi programmi in fase di ricerca e sviluppo, un esempio significativo è rappresentato dal programma Squad X Core Technologies (SXCT). Questa avanzata ricerca, tra i diversi obiettivi, mira all’aumento della precisione con armi capaci di colpire un bersaglio distante oltre un chilometro; al perfezionamento di attacchi cosiddetti “non cinetici” che mettono fuori uso i mezzi, le strumentazioni di comando e controllo, i sistemi di comunicazione nemici; al miglioramento della capacità di rilevamento delle minacce in un’area di un chilometro quadrato; all’aumento della conoscenza dei singoli soldati del plotone degli spostamenti dei compagni di squadra in tempo reale tramite un sistema integrato con localizzazione GPS.

Affinché tutto ciò sia possibile è necessaria una solida collaborazione tra l’uomo e gli equipaggiamenti a comandi remoti.

Le moderne tecnologie hanno oggi un impatto notevole anche sulla squadra di fanteria, la più piccola unità organica terrestre divisibile in gruppi di fuoco. Dalle armi alle munizioni, dall’equipaggiamento alle comunicazioni interne ed esterne (anche a livello multinazionale), dai visori notturni al Gps, dai radar terrestri alle telecamere ai sensori multipli, dai sistemi di condizionamento microclimatici ai mini-UAV, la principale forza di combattimento ravvicinato si è notevolmente evoluta. Ciò ha determinato notevoli cambiamenti sul piano dell’efficienza tattica, della capacità di manovra in diversi scenari, di acquisizione delle informazioni e degli obiettivi, così come della protezione.

A fianco di questi indubbi vantaggi, bisogna tuttavia osservare che non è sempre agevole usare a pieno le tecnologie potenzialmente impiegabili sul campo: spesso sono ingombranti, appesantiscono eccessivamente le unità combattenti e necessitano di capacità altamente specialistiche, complesse per il singolo soldato che è chiamato ad operare in un’ampia varietà di condizioni ambientali, sovente in operazioni urgenti.

Ovviamente, lo sviluppo della robotica ha notevolmente facilitato le operazioni militari e ha talvolta costituito l’elemento sorpresa, notoriamente efficace in scenari di guerra. I droni ad esempio, sono un mezzo sempre più presente nei conflitti a tutte le latitudini del mondo, perché accanto ad una presupposta precisione ed affidabilità, pongono i vantaggi di costi minori senza l’impiego di “boots on the ground”, dispendioso in termini umani ed economici.

Nello sviluppo delle tecnologie di guerra stanno prendendo sempre più piede anche gli attacchi cibernetici. Sebbene non strettamente collegati all’uso strettamente militare, recentemente gli Stati Uniti, assieme ad Israele, hanno sviluppato un virus chiamato Stuxnet, un ‘worm’ così sofisticato da attaccare con successo i software responsabili del controllo e dell’acquisizione di dati delle operazioni delle centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.

Gli stessi armamenti hanno visto una trasformazione costante, arrivata oggi ai culmini dello sviluppo tecnologico. Il progetto Conventional Prompt Global Strike porrebbe gli Stati Uniti in grado di colpire obiettivi sensibili ovunque nel mondo in meno di un’ora. Lo sviluppo di armi così avanzate ha un evidente effetto deterrente e porta anche a ripensare la dottrina militare in quanto sarebbe possibile scatenare un attacco missilistico globale con testate convenzionali e non nucleari.

A partire dalle due Guerre Mondiali e successivamente durante la Guerra Fredda, periodo in cui la corsa agli armamenti era di prima importanza nell’ottica delle crescenti rivalità con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno sviluppato numerosi programmi per consentire nuove applicazioni delle tecnologie militari. Oggi stiamo assistendo ad una nuova Warfare, in cui le armi più sofisticate e la ricerca scientifica divengono sempre più fondamentali per le forze in gioco.

Se quindi si può affermare che l’esercito americano è senza dubbio all’avanguardia per quanto riguarda lo sviluppo di queste tecnologie, d’altra parte si è venuta a creare una vera e propria dipendenza dell’esercito dai mezzi hi-tech.

GPS, satelliti, telecomunicazioni, sono divenute indispensabili per l’esercito a tal punto che un malfunzionamento degli strumenti o un sabotaggio da parte del nemico, causerebbe danni ben peggiori del semplice costo degli strumenti, dato che difficilmente i soldati sarebbero addestrati per portare avanti una missione senza l’ausilio di questi mezzi.

Lo sviluppo tecnologico porta dunque ad aprire un dibattito sull’addestramento dei plotoni da combattimento da impiegare in teatri operativi.

I trend per il futuro si inquadrano in una visione d’insieme di una continua e progressiva ricerca nel campo della tecnologia militare, modificando anche quello che è il ruolo del soldato. Se prima il soldato era al centro della guerra, ora sono le tecnologie ad essere preponderanti e il ruolo umano è relegato alle capacità di utilizzare i nuovi strumenti. Non caso si parla di “soldato sensore”.

L’eccessiva dipendenza dalla tecnologia a discapito di una tradizionale preparazione e addestramento può portare in effetti ad una ridotta capacità dei soldati di adempiere ai propri compiti in assenza di un supporto strumentale. In quest’ottica gli eserciti russi o cinesi, per quanto ancora arretrati in confronto a quello americano, hanno incentrato i propri sforzi sull’efficienza dei plotoni da combattimento senza affidarsi in maniera eccessiva all’ausilio tecnologico.

Certo è che la supremazia tecnologica non assicura di per sé la vittoria, e lo svantaggio tecnologico può essere compensato da altri fattori sul campo di battaglia, così come nelle operazioni di peacekeeping.

Infine, dal punto di vista della politica di difesa, si pone una domanda: è veramente efficace e opportuno un utilizzo cosi massivo della costosa tecnologia bellica in periodi di spending review e tagli al bilancio?

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