#Children not Soldiers: un impegno internazionale per garantire a tutti i bambini un’infanzia lontana dalle armi

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Di Roberta Lunghi

La Campagna #Children not Soldiers è stata promossa dalle Nazioni Unite nel marzo 2014 per prevenire e cercare di porre fine, entro il 2016, al reclutamento e all’impiego dei bambini-soldato nei conflitti armati. La campagna coordinata da Leila Zerrougui, Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i bambini nei conflitti armati, e da UNICEF vuole coinvolgere i governi e la società civile globale, al fine di fermare l’uso dei bambini nei conflitti armati da parte degli adulti impegnati sui vari fronti bellici.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento nella natura delle guerre, che spesso non vedono più la contrapposizione armata tra Stati, ma l’esplosione di crisi interne in cui fazioni, gruppi politici, religiosi o etnici si scontrano tra di loro. In questi contesti i bambini sono diventati degli attori in prima linea: imbracciano armi leggere e automatiche, sono facilmente plasmabili, ubbidiscono agli ordini docilmente e hanno minori possibilità di ribellione. Sono arruolati con promesse allettanti o sono costretti alla guerra e, se muoiono, per loro si trova più facilmente un ricambio.

UNICEF e Leila Zerrougui hanno lanciato un appello per un intervento urgente che ponga fine alle gravi violazioni e alle forme di schiavitù che coinvolgono i bambini, incluso il loro reclutamento e utilizzo da parte di gruppi armati. Un bambino-soldato è «una persona sotto i 18 anni di età, che fa parte di qualunque forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare che sia, a qualsiasi titolo – tra cui i combattenti, i cuochi, facchini, messaggeri e chiunque si accompagni a tali gruppi, diversi dai membri della propria famiglia», questa è la definizione ufficiale rilasciata da UNICEF. Il diritto internazionale vieta l’arruolamento dei bambini: il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati approvato nel 2000, aumenta l’età minima per la partecipazione diretta agli scontri a fuoco dai 15 ai 18 anni e vieta il servizio di leva o il reclutamento forzato al di sotto dei 18 anni. Inoltre, lo Statuto della Corte penale internazionale del 1998 pone come crimine di guerra l’arruolamento di bambini sotto i 15 anni in forze armate nazionali e il loro utilizzo nella partecipazione attiva alle ostilità in conflitti sia internazionali sia interni, così la Convenzione n. 182 dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) del 1999, definisce il reclutamento forzato e obbligatorio di bambini una delle peggiori forme di lavoro minorile e lo vieta.

UNICEF, Human Right Watch, Child Soldier International, Amnesty International, le Nazioni Unite e molte altre realtà che si occupano di salvaguardare le condizioni dei minori nelle aree colpite dalla guerra, riportano la presenza di bambini-soldato, maschi e femmine, in molti paesi del mondo, dall’Africa al Sud America, al Medio Oriente. Il punto di riferimento più recente e più dettagliato è il Report redatto dall’Ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’anno 2015, “Children and armed conflict”, che prende in esame i paesi dove è stato confermato l’utilizzo di bambini armati sia dalle forze governative che da altri gruppi armati. L’Africa è considerata l’epicentro di questo fenomeno: l’Africa Sub-sahariana, in particolare, è la regione al mondo in cui è più diffusa la pratica dello sfruttamento dei bambini nei conflitti bellici. Questo fenomeno riflette una complessa realtà economica, politica e sociale; le Nazioni Unite calcolano che solo nel 2015, ad esempio, nella Repubblica Democratica del Congo siano stati arruolati 488 bambini, di cui il 30% aveva meno di 15 anni (il doppio rispetto al 2014). La causa principale va collegata ai disordini socio-politici che hanno prodotto circa 2.8 milioni di profughi, a rischio sfruttamento da parte dei gruppi armati nei lavori forzati o di reclutamento obbligatorio. Un altro caso è la Repubblica Centrafricana, dove la guerra civile scoppiata tra i ribelli musulmani del Seleka, i gruppi dei vigilantes cristiani anti-balaka e i membri del precedente esercito centrafricano, ha causato la migrazione interna di circa un quarto della popolazione del paese: 450 mila persone rimangono sfollate e si stima che siano stati arruolati tra i 6.000 e i 10.000 bambini tra le fila dei combattenti, ma anche tra i militanti del gruppo estremista cattolico dell’Esercito della Resistenza del Signore (LRA). Si hanno, inoltre, prove che il Ciad, che ha ufficialmente vietato l’impiego di bambini nei ranghi militari, non riesca a mantenere fede ai suoi stessi protocolli per la liberazione dei bambini arruolati in passato. Nel Sud-Sahara tale forma di schiavitù è determinata dalla condizione di povertà diffusa, dai numerosi conflitti, dalle crisi umanitarie e ambientali e dalle conseguenti migrazioni. In Nigeria, a seguito del conflitto scatenato dal leader jihadista nigeriano Boko Haram, ha avuto luogo una migrazione che ha fatto esplodere una crisi umanitaria. Il conflitto è in ascesa in Ciad come in Camerun, dove sempre Boko Haram si serve di giovani imprenditori che arruola in cambio di prestiti in denaro. In Burundi, le violenze scoppiate alla terza elezione del presidente Nkurunziza hanno prodotto 145mila profughi, così in Somalia e Ruanda.

In particolare, riguardo alla grave situazione nella Repubblica Democratica del Congo, la denuncia parte da Save the Children. Il Paese è interessato da una guerra infinita, che formalmente è durata dal 1996 al 2003, ma che in realtà non è mai terminata e continua ininterrottamente sotto forma di guerriglia con truppe governative e di ribelli. Quanto sia diffusa questa pratica nella RdC lo testimonia la sentenza che, nel marzo del 2012, ha visto la Corte penale internazionale dell’Aja giudicare per la prima volta l’arruolamento di minori come un crimine di guerra. Thomas Lubanga, 51 anni, era il leader dell’Unione dei Patrioti Congolesi (Upc), una milizia accusata di aver arruolato i minori durante i cinque anni di guerra che hanno insanguinato la Repubblica, costati la vita a circa 60mila persone. L’accusa aveva sostenuto che Lubanga aveva avuto un ruolo chiave nel conflitto nella regione orientale dell’Ituri, ricca di miniere di oro, dove mirava a estendere il suo controllo. Purtroppo non è solo la RdC a essere al centro del dibattito sui bambini-soldato. Secondo Human Right Watch, a livello mondiale sono quattordici i paesi dove gli eserciti regolari e le guerriglie arruolano e fanno combattere i bambini, di cui sei sono Stati africani, mentre l’ultimo rapporto del 2016 della Coalizione italiana “Stop all’uso dei bambini soldato” chiama in causa oltre al Ciad e al Centrafrica, anche la Somalia. In quest’ultimo paese, il reclutamento forzato dei bambini è sistematico, soprattutto da parte dei guerriglieri del gruppo islamista al-Shabaab, che avrebbero rapito duemila bambini per inviarli sui campi di battaglia nel sud del paese, dopo aver seguito un periodo di addestramento. Lo stesso avviene per le femmine, le quali sarebbero utilizzate più come cuoche, ma anche per trasportare detonatori e raccogliere informazioni.

In uno Stato come il Sud Sudan, gli interessi coinvolgono attori regionali e internazionali (Kenya, Etiopia, Sudan, Uganda, Cina e Stati Uniti) e ruotano attorno ai giacimenti di idrocarburi, le cui riserve rendono il Paese il quarto produttore petrolifero dell’Africa Sub Sahariana.  Così le due fazioni interne, in lotta aperta per il potere dal 15 dicembre 2013, quella del Presidente Salva Kiir, di etnia Dinka, e quella ribelle del suo ex-vice Riek Machar, di etnia Nuer, sono appoggiate dall’una o dell’altra potenza internazionale, compresa la fornitura d’ingenti quantitativi di armi da parte della Cina. Entrambe le fazioni si caratterizzano per l’utilizzo di bambini-soldato, per lo più strappati alle famiglie, rapiti addirittura nelle scuole, che dovrebbero essere i luoghi che li proteggono.

Sui bambini-soldato viene esercitata una triplice violenza: fisica, psicologica e sociale. Molti muoiono durante i conflitti, altri restano feriti e/o mutilati; altri ancora cominciano una vita di stenti, sono denutriti e contraggono malattie della pelle, respiratorie o infettive come l’Aids. Le ripercussioni sulla psiche derivano dall’essere stati autori o testimoni di atrocità, dall’essere stati privati della spensieratezza e dell’allegria che distinguono la loro età: il disturbo che di norma si riscontra in questi ragazzi è il “disordine da stress post-traumatico” di cui i principali sintomi sono aggressività, ansia, stordimento, flashback violenti, senso di panico, insonnia e incubi anche a distanza di anni. Tra le conseguenze di carattere sociale ricordiamo, infine, la difficoltà di ritornare a una vita normale: ad esempio, inserirsi nuovamente in una famiglia o costruirsene una propria, rientrare nella comunità di appartenenza, dedicarsi a una normale attività lavorativa. Le ragazze in particolare, dopo essere state nell’esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.

Circa dieci anni fa il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto a tutti gli Stati coinvolti di stipulare e concordare un piano di azione ufficiale per contrastare questo fenomeno. Questi piani di azione sono stati sottoscritti da paesi quali Afghanistan, Ciad, Sud Sudan, Myanmar, Somalia e Repubblica Democratica del Congo, mentre nazioni come il Sudan e lo Yemen, hanno avviato un dialogo con l’Onu e sembra dimostrino la volontà al contrasto del reclutamento di minori come combattenti. La Campagna #Children not Soldiers è stato un nuovo tentativo delle Nazioni Unite mirato a coinvolgere maggiormente i governi e la società civile per fermare l’uso dei bambini-soldato nei conflitti armati. I governi di gran parte degli Stati sopra citati hanno, però, adottato finora una protezione inadeguata nei confronti delle vittime del fenomeno nelle sue numerose manifestazioni, soprattutto per la mancanza di coordinamento tra i governi stessi e le ONG presenti sul territorio. Nonostante in 33 dei 45 stati dell’area africana, sin dal 2010, siano in corso campagne di sensibilizzazione contro questa schiavitù moderna, pochi hanno sviluppato strategie idonee ad individuare con certezza le vittime. L’unico paese che ha reso questa pratica regolare è stato il Burundi in cui, dal 2010 al 2014, sono state realizzate articolate campagne contro il fenomeno. I tentativi di combattere l’arruolamento dei bambini sembrano essere stati avviati, ma procedono a rilento: in Myanmar l’esercito ha rilasciato 646 minori, nella Repubblica Democratica del Congo e in Afghanistan i governi hanno rafforzato la tutela dei bambini, in Ciad si è quasi concluso il processo di disarmo e nel 2016 il paese dovrebbe uscire dalla lista nera. Ma il problema è ben più complesso su scala mondiale: oltre alle forze regolari, 51 gruppi armati ribelli impiegano bambini-soldato in almeno 23 paesi, tra cui la Colombia, la Thailandia, le Filippine, l’India, il Pakistan e poi tutta l’area che va da Iraq, Siria e Libia fino al Mali, Nigeria e Repubblica Centrafricana.

Ogni programma volto alla cessazione degli scontri è costituito da tre fasi: Disarmo, Smobilitazione e Reintegrazione. La prima fase consiste nel recupero, documentazione, controllo e smaltimento di armi, munizioni, esplosivi in mano alle forze combattenti e spesso anche alla popolazione civile. La fase di smobilitazione riguarda la rottura della struttura di comando e di controllo di un gruppo armato e sancisce il definitivo passaggio dell’individuo da combattente a ex-combattente. Il reinserimento è una forma di assistenza transitoria per pagare i costi delle necessità primarie degli ex-combattenti e del loro nucleo familiare; a questo processo segue il ricongiungimento familiare (o individuazione di cure alternative se la riunificazione non è possibile), l’istruzione e la formazione, l’individuazione di strategie adeguate a sostenerli  economicamente e, in talune fasi, il supporto psico-sociale. Tali programmi scontano spesso la mancanza di finanziamenti per il supporto di lungo periodo agli ex bambini-soldato. Nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, a causa dei ritardi nella destinazione dei fondi, insieme a una scarsa pianificazione e cattiva gestione dei programmi, 14mila ex bambini-soldato non hanno potuto usufruire e beneficiare di questa opportunità.

Leila Zerrougui, in occasione della Giornata Internazionale contro l’uso dei minorenni armati che si tiene il 12 febbraio di ogni anno dal 2002 (anno d’entrata in vigore del Protocollo opzionale alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, concernente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati) ha affermato che «mentre i governi hanno fatto progressi a riconoscere che i bambini non devono essere parte degli eserciti, il reclutamento dei bambini-soldato rappresenta ancora un problema enorme».  Non ci sono dati certi sul numero di bambini associati a forze armate, ma le Nazioni Unite ne contano 250mila, mentre le ONG impegnate nella salvaguardia dei diritti dell’infanzia sostengono che ve ne siano attualmente ben più di 300mila.

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