Il futuro incerto dell’accordo con l’Iran dopo l’elezione di Trump

Implementation day of the Iran Deal – Vienna, January 2016 – © Flickr/EEAS

È passato più di un anno da quando, il 14 Luglio 2015, la Cina, la Francia, la Germania, la Russia, il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea (il gruppo E3/EU+3) e l’Iran hanno raggiunto un accordo sui termini del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), uno storico accordo che garantisce che il programma nucleare dell’Iran abbia solamente scopi pacifici. I punti chiave dell’accordo prevedono una serie di restrizioni a questo programma, incluse riduzioni significative sia alla capacità di arricchimento che alle riserve di uranio dell’Iran, limiti alla ricerca e allo sviluppo sulle centrifughe, l’utilizzo dell’impianto di Fordow solo a scopo di ricerca non militare e la riqualificazione del reattore ad acqua pesante di Arak. Inoltre, l’Iran ha acconsentito ad essere monitorato dagli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ora autorizzata ad accedere ai suoi impianti nucleari con una tecnologia più avanzata e a condurre indagini sulle passate attività dell’Iran nel settore. D’altro canto, gli USA e l’UE hanno garantito che adempimento di queste condizioni da parte di Teheran sarebbe stata seguita dalla sospensione delle sanzioni economiche e finanziarie legate alle sue attività nucleari.

Il JCPOA è stato ufficialmente adottato il 18 Ottobre 2015, 90 giorni dopo essere stato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU attraverso la Risoluzione 2231 (2015). Da allora, la sua implementazione si è svolta regolarmente culminando, il 16 Gennaio 2016, nell’ “Implementation Day”, giorno in cui il Consiglio di Sicurezza ha ricevuto il rapporto dell’AIEA che ha confermato che l’Iran ha adempiuto con successo agli obblighi previsti dall’accordo. Conseguentemente, gli USA, l’UE e l’ONU hanno revocato le sanzioni relative al nucleare. Ciò nonostante, le misure prese dagli USA nei confronti di Teheran in materia di diritti umani, terrorismo e attività missilistiche rimangono effettive, così come the restrizioni adottate dall’UE sulla proliferazione di materiali sensibili e l’embargo su armi e missili. Tuttavia, nonostante questi successi, alcune difficoltà sono state riscontrate nel corso dell’implementazione dell’accordo. Alcune preoccupazioni, per esempio, sono sorte quando le scorte di acqua pesante dell’Iran hanno superato il limite accordato o quando Teheran è stata accusata di cercare di impossessarsi illegalmente di materiale missilistico e nucleare nel corso del 2015. Ciò nonostante, mentre la prima infrazione è stata prontamente rettificata, è pur vero che l’obbligo in capo all’Iran di importare il materiale di cui sopra attraverso i canali stabiliti dal JCPOA è entrato in vigore soltanto nel Gennaio del 2016. Un’altra controversia è sorta in relazione ai destabilizzanti test di missili balistici effettuati dall’Iran. Anche in questo caso, Teheran non può essere accusata di aver infranto in termini dell’accordo in quanto sia il JCPOA sia la risoluzione del Consiglio di Sicurezza non fanno riferimento ad un dovere dell’Iran di cessare questo tipo di attività. In altre parole, il JCPOA potrà non essere perfetto ma, finora, ha raggiunto lo scopo per il quale è stato concepito in primo luogo: impedire a Teheran di sviluppare armi nucleari. Anche i suoi oppositori non possono negare questa evidenza, considerato il fatto che l’Iran ha rispettato i suoi impegni secondo i due rapporti trimestrali l’AIEA ha rilasciato nel 2016.

Tuttavia, la sopravvivenza dell’accordo è lontana dall’essere garantita, a causa di una serie di diversi fattori che potrebbero metterne in discussione la longevità, soprattutto se sfruttati dai “falchi” di entrambi le parti. Un elemento destabilizzante è senz’altro la lenta ripresa economica Iraniana. Poichè che la fine delle sanzioni non ha apportato i benefici attesi nel paese, esiste un serio rischio che Teheran cominci ad imputare il suo insuccesso economico all’incapacità degli USA di implementare pienamente gli impegni presi. Ciò nondimeno, la riluttanza del business internazionale di penetrare l’economia Iraniana potrebbe essere meglio spiegata alla luce di diverse imperfezioni del sistema finanziario iraniano, la dipendenza dell’economica del paese dal petrolio, ma anche la paura di agire in violazione delle sanzioni ancora in vigore. A tal proposito, l’approvazione, all’inizio di Novembre, dell’Iran Sanctions Extension Act da parte della Camera dei Rappresentanti, non aiuta certo ad alleggerire la tensione. La legge, che dovrà essere approvata anche dal Senato e firmata da Obama entro la fine dell’anno, prevede un’estensione di 10 anni alle sanzioni sull’Iran ed è stata giustificata dai suoi propositori come uno strumento di carattere economico per garantire un rispetto a lungo termine del JCPOA da parte dell’Iran. Tuttavia, considerata la reazione piuttosto irritata dell’Ayatollah Khamenei, la legge potrebbe invece provocare il risultato opposto.

In aggiunta a tutto ciò, ulteriore incertezza in merito al futuro dell’accordo è stata provocata dall’inaspettata elezione di Donald J. Trump come prossimo presidente degli Stati Uniti. Le dichiarazione discordanti sulla questione, rilasciate durante la sua campagna elettorale, rendono difficile fare una reale previsione sulla linea che il nuovo presidente adotterà nei confronti dell’accordo. Da una parte, infatti, Trump ha definito il JCPOA come “il peggior accordo mai negoziato”, un “disastro” da smantellare. Dall’altra, Trump ha anche promesso che avrebbe negoziato un accordo più duro, al tempo stesso criticando le rimanenti sanzioni come un ostacolo alle compagnie americane a fare affari in Iran. Infine, Trump ha anche affermato di non voler stracciare l’accordo ma di volerlo vigilare talmente duramente da non lasciare scampo alla controparte. Nonostante queste dichiarazioni non siano promettenti, molto dipenderà da una serie di diversi fattori. Più concretamente, esiste più di un modo attraverso il quale la nuova amministrazione potrebbe seriamente mettere in pericolo il JCPOA. Ad esempio, nominare Segretario di Stato un rappresentante della linea intransigente, come Giuliani, ridurrebbe inevitabilmente le possibilità di sopravvivenza dell’accordo. Il nuovo presidente potrebbe, inoltre, decidere di sabotarlo attivamente introducendo nuove sanzioni in merito alle provocatorie attività missilistiche Iraniane. Oppure, come suggerito da Mark Fitzpatrick, il presidente Trump potrebbe provocare la fine dell’accordo semplicemente trascurandolo nel tempo. Quest’ultimo potrebbe essere il modo più sottile per affossare il JCPOA in quanto convincere gli alleati europei, la Russia e la Cina ad imporre nuove sanzioni o rinegoziare l’accordo si rivelerebbe piuttosto complicato. In effetti, tutte le altre parti sono piuttosto soddisfatte dell’accordo sia da un punto di vista economico che politico e di conseguenza non sono disponibili a re-introdurre un regime di sanzioni in assenza di serie violazioni dei suoi termini da parte di Teheran. Pertanto, ogni tentativo dell’amministrazione Trump di proporre condizioni migliori sarebbe interpretato come una “manovra distruttiva” e, quindi, respinto. A maggior ragione adesso che quelle condizioni che hanno portato l’Iran a sedersi al tavolo delle negoziazioni in primo luogo, non esistono più. A questo punto, nella peggiore delle ipotesi, l’unica arma a disposizione di Trump sarebbe l’intervento militare che servirebbe soltanto a spingere l’Iran a ripristinare il suo programma nucleare in futuro. Dal lato Iraniano, il presidente Rohani ha dichiarato alla televisione di stato che “l’accordo non è stato concluso con un paese o un governo ma è stato approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza” e pertanto “non c’è alcuna possibilità che questo possa essere cambiato da un solo governo”. Le sue parole sono state sostenute da una dichiarazione congiunta rilasciata recentemente dai ministri degli affari esteri dell’UE che assicurano l’impegno dell’Unione “a sostenere la piena ed effettiva implementazione del JCPOA”. Un’intenzione ulteriormente ribadita dall’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, a capo della commissione responsabile alla supervisione dell’implementazione del JCPOA.

Dunque, nonostante un inizio promettente, l’accordo con Iran naviga adesso in acque incerte. Non resta che aspettare e vedere quali saranno le prossime mosse del nuovo Presidente.

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